Portogallo | Evora: al di là del fiume Tejo


La meravigliosa cittadina di Evora sorge in quella regione infuocata del Portogallo che si allunga, come spiega la sua etimologia, al di là del fiume Tejo: l’Alentejo. Si dice che il fiume Tejo divida il Portogallo in due aree ben distinte tra loro. A nord del corso d’acqua giace una terra più tradizionale e conservatrice mentre a sud si trova il cuore caldo e rivoluzionario del paese. L’Alentejo, per il sangue ribollente dei suoi abitanti e le lunghe e torride estati, è la vera e propria fornace del paese. Questa terra ardente si spiana tra l’arido entroterra rovente dell’Estremadura spagnola e le lunghe e selvagge coste bagnate dai gelidi cavalloni dell’Oceano Atlantico. L’Alentejo è una regione che vive tra la polvere ocra che si alza quando tira il vento caldo dall’entroterra orientale e la brezza fresca dell’oceano a occidente. Seppur arsa dal sole, questa è però una terra fertilissima. Le vaste pianure e le dolci colline color dell’oro si perdono all’orizzonte, punteggiate da mandrie di tori che pascolano liberi all’ombra delle querce da sughero. Una regione rurale che vive ancora di agricoltura e allevamento. Tra i suoi prodotti principali sono i tori allevati per la corrida, il maiale nero, l’agnello, l’olivo, il sughero e la vite.

Evora sorge nell’Alto Alentejo, non lontano dal confine spagnolo. La città, nel corso dei secoli, passò sotto il dominio dei Romani, poi dei Visigoti, dei Mori e infine, secondo la leggenda, sotto il nobile cavaliere Geraldo Senza Paura, che, da solo, scacciò gli invasori e riportò così la città sotto la corona portoghese. Le diverse dominazioni che si sono susseguite a Evora hanno lasciato il segno in un affascinante miscuglio di stili diversi che si sovrappongono tra loro meravigliosamente. Il dedalo di strette viuzze acciottolate e piazze assolate che compone il tessuto urbano di Evora si snoda intorno all’Università del XVI secolo, la seconda più antica del Portogallo dopo quella di Coimbra, e gli imponenti torrioni medievali della Sé, la cattedrale, in cui, nel 1497, vennero benedetti i vessilli delle navi di Vasco da Gama, in partenza per le Indie. La città poi si arrampica tra chiese in pietra che torreggiano come scheletri di antichi dinosauri e piccole casette di calce bianca dai portoni e dalle finestre dipinti di un blu intenso. L’interno delle chiese di Evora contrasta con la scarna struttura esterna. L’opulenza delle decorazioni barocche, la maestosità delle statue gigantesche della Vergine ricoperte di pizzi preziosi e rosari e i brillanti azulejos, le tipiche decorazioni portoghesi di piastrelle azzurre, ripagano l’occhio della sobrietà esterna.

L’ Igreja di San Francisco poi custodisce una cappella particolare: la Capela dos Ossos. Un luogo interamente ricoperto delle ossa di tutti i quei morti che, nel corso di decenni, morirono a Evora a causa delle peste nera e che funse come luogo di raccoglimento e meditazione sulla caducità della condizione terrestre. Agli agghiaccianti memento mori si contrappongono, all’esterno, i meravigliosi giardini portoghesi. Dalle mura di calce bianca che circondano le case, fanno capolino buganvillee, folte chiome di olivi, banani, allori e giganteschi cespugli di rosmarino che profumano l’aria delle vie. Quando cala la notte e il vento porta un po’ di frescura alla pelle arsa dal sole, Evora si anima e le strade si riempiono dei tavolini delle trattorie. Qui vengono serviti piatti tipici della tradizione portoghese come le caracois, le chiocciole bollite nelle spezie, il gaspacho portoghese, le queijada, dolci locali al formaggio, e le immancabili sardine grigliate, il tutto accompagnato dal forte e intenso vino alentejano. Arroccata nel rovente entroterra portoghese, Evora è una delle città più caratteristiche dell’Alentejo, il cuore pulsante di quel Portogallo ancora profondamente rurale e terrestre e che giace silenzioso e antico dietro le lunghe coste rumorosamente lambite dall’oceano Atlantico.

Testo e foto di Elena Brunello

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