Portogallo. Porto Santo: ogni storia è una scoperta



Porto Santo fa parte, unitamente ad altre piccole isole disabitate, dell’arcipelago che prende il nome dall’isola di Madeira, la sua sorella maggiore. Quest’isola dell’oceano Atalntico, posta di fronte alle coste del Marocco (500 km circa), e ad un paio d’ore di volo da Lisbona, è avvolta dal mistero dovuto alla limitatissima capacità di promozione, tuttavia è ricchissima di attrazioni turistiche e soprattutto di importanti storie e tradizioni.

A Porto Santo, grazie alle favorevoli condizioni climatiche determinate dalle correnti oceaniche, è primavera tutto l’anno e la sua caratteristica principale è una spiaggia di sabbia fine e dorata che si estende per oltre 9 km bagnata da acque turchesi di gradevole temperatura. In questo luogo salute e benessere ne hanno fatto un fiorente centro dedito alla thalasso terapia poiché la sabbia, che qui si trova, possiede proprietà terapeutiche uniche; infatti è composta principalmente da carbonato di calcio, sotto forma di calcite, che le attribuisce specialissime proprietà termiche.

Ma la varietà geologica di quest’isola è anche manifestata dalla presenza di dune sabbiose (Fonte Da Areia), di formazioni vulcaniche a forma di prismi pentagonali ed esagonali (così dette “canne d’organo”) e da numerose altre singolari strutture che lo stanno facendo diventare un geo-parco. La storia di Porto Santo, come quella di Madeira, è legata però alla fama dei navigatori italiani, infatti si trova già nelle mappe predisposte per conto della famiglia Medici, tuttavia la loro “scoperta” viene fatta risalire al 1418 quando i navigatori Portoghesi vi approdarono annettendole alla loro nazione.

Ma la storia di questo luogo è ancora più significativa poiché Cristoforo Colombo, durante il suo viaggio a Lisbona nel 1474 incontra Bartolomeo Parestrello, di professione cosmografo e capitano colonizzatore di Porto Santo. Fino a quel momento, Colombo, era un semplice marittimo e fu proprio Parestrello che ne formò la sua cultura cosmografica e geografica; il suo mentore non si limitò a fargli leggere carte nautiche ma anche i classici, Eratostene, Plinio, Pausania, Zacuto, l’opera del card. Pietro d’Ailly e Piccolomini che avevano trattato l’argomento con le concezione della distribuzione di terre e mari.

Tra il ’74 e il ’79 Colombo aveva potuto così compiere un viaggio in Inghilterra, si era recato poi a Madeira, a Porto Santo e, molto probabilmente, aveva navigato intorno all’Africa occidentale, sino alla Guinea. Il legame con Porto Santo si fece così sempre più intenso fino a che nel 1479 prese in moglie Felipe Moniz, figlia appunto di Bartolomeo Parestrello; qui rimase due anni che impiego ad osservare l’Atlantico e a studiare una raccolta impressionante di carte, di pergamene di libri. Ma l’osservazione più preziosa che fece Colombo sull’isola, fu quella di riscontrare, che il vento costantemente spirava da ponente verso levante, informazione fondamentale per il viaggio “breve” verso quelle che pensava fossero le Indie.



Qui nasce suo figlio Diogo, da qui parte per raggiungere la Spagna al fine ottenere le caravelle dalla Regina Isabella e di nuovo qui fa scalo nel viaggio che lo portò alla scoperta dell’America. Oggi su quest’isola rimane questa eredità storica, ignota ai più, nonché la casa dove soggiornò, proprio di fianco alla chiesa; oggi è stata trasformata in un piccolo museo all’interno del quale però si respira ancora la virtù di un grande navigatore.

Il simbolo di questa terra emersa è il mulino su ruote, che posto al disopra di basamenti in muratura in pietra, si orienta secondo la direzione del vento per generare la necessaria forza per ricavare farina dai cerali. Infatti la grande fertilità del terreno di origine vulcanica, faceva di Porto Santo il luogo ideale dove coltivare cereali, vino e ogni tipo di ortaggio; tuttavia oggi, di questa radice storica, rimane solo la testimonianza del lavoro dell’uomo che ha sagomato i terreni delle colline costruendo terrazzamenti di cui oggi rimangono le forme e i muri in pietra.

La mancanza d’acqua, i cambiamenti climatici, ma soprattutto la mancanza di giovane manodopera, costretta a lasciare l’isola già solo per frequentare la scuola superiore, ha provocato la scomparsa di tutte le colture meno remunerative e più faticose, eccetto quella delle uve. Ma la passione della popolazione sta cercando di mantenere e di ristabilire le vecchie tradizioni riscoprendo la vocazione “cerealicola” ricavando addirittura una specialissima farina dai semi dei chicchi d’uva.

Si tratta di Diogo e Fatima Josè i quali dalle proprie coltivazioni di uve tipo americana, canin, moscatel, caracol, tinto negro e cardinal, una volta estratto il vino e dopo una lunghissima lavorazione degli scarti ricavano, dai semi di ogni singolo acino, una divina farina dal caratteristico sapore. Nascosto dalla notorietà, e dalla vasta quantità disponibile, del vino Madeira, il nettare di Porto Santo non è certamente da meno.

Sabbia fine, pietra vulcanica macinata, calcite e gusci disfatti delle qui onnipresenti lumache “caracol”, determinano caratteristiche uniche nel terreno che si ritrovano poi nelle prospere piante d’uva. Vigne basse, mura in pietra per proteggere le piante dal vento, la pazienza e la passione degli abitanti di queste zone fanno il resto. Il vino di Porto Santo si trova in versione secca e dolce, e ogni bicchiere narra la storia di 10, 20, 30 e anche 50 anni di sapente affinamento. Sedersi in una cantina, assaporare una riserva di famiglia, ascoltare le parole di uomini appassionati è il regalo più grande per chi arriva fin qua a scoprire quanta storia si cela in questa perla portoghese nell’Oceano Atlantico.


Testo e foto di Paolo Moressoni

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