Via Francigena: i viaggi sono i viaggiatori



“I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che noi siamo”: la sintesi della seconda edizione del Festival della Viandanza nelle parole del grande poeta portoghese Fernando Pessoa.


Dal 31 maggio al 2 giugno si è tenuto a Monteriggioni, nel cuore della Via Francigena, strada di pellegrinaggio per eccellenza, il Festival della Viandanza, la manifestazione dedicata a chi ama viaggiare con lentezza, soprattutto a piedi e in bicicletta. Se nella prima edizione l’attenzione si era concentrata sul senso dell’accoglienza, nella seconda i riflettori sono stati puntati sui viaggiatori – dai più piccoli (i bambini, i disabili e chi non ha ancora trovato il coraggio di partire), ai grandi esperti che si sono avventurati nei più remoti angoli della terra – e sui viaggi – siano essi passeggiate in città, gite fuori porta o traversate lunghe settimane. Si è quindi sottolineata non tanto la straordinarietà delle singole esperienze o dei percorsi, ma il desiderio di varcare la soglia di casa, di lasciare il proprio guscio per scoprire ciò che sta fuori, a prescindere dalla meta. Ecco il significato del Festival della Viandanza. Un evento dedicato al viaggio alternativo e sostenibile, un momento inclusivo e non esclusivo, uno spazio di riflessione animato da dibattiti all’ombra degli ulivi e incontri itineranti, un inno alla democrazia e alla memoria che ha celebrato la Festa della Repubblica con una passeggiata nei luoghi di terribili rappresaglie fasciste.

Chi sceglie il viaggio lento è spesso visto come un personaggio pericoloso e sovversivo, impossibile da incasellare e intrappolare. E questo, in un senso, è vero perché questa festa, come ha ricordato il direttore artistico Luigi Nacci, promuove l’idea del viandante rivoluzionario, di cui non importa né il nome, né la formazione, né la lingua o la posizione sociale, ma solo l’essere uomo o donna curioso e disposto a far della propria casa uno zaino. Rivoluzionario per questo motivo: perché affezionato all’essenziale e svincolato dal superfluo, quindi non soggetto al ricatto e alla corruzione del potere. È colui che considera l’attuale crisi della società una malattia curabile solo con l’apertura al cambiamento, con l’abbandono cioè della competitività e dei modelli legati al rapporto utilitaristico di produzione-consumo. Fondamentali, invece, la gratuità e l’incontro, dai quali possono nascere nuovi modi con cui muoversi nel mondo. Questi grandi temi sono stati supportati da attività e dibattiti rivolti a ogni fascia di età: racconti e fiabe per bambini in compagnia degli asinelli di Massimo Montanari, nel Giardino dei Somarelli, incontri all’aperto con le testimonianze di scrittrici giramondo come Carla de Bernardi, Roberta Ferraris e Valentina Scaglia, o di coloro che ai piedi preferiscono le due ruote, come Marco Pastonesi e Alfredo Bellini.


Da ricordare anche gli interventi delle istituzioni e delle persone impegnate nella valorizzazione della Via Francigena attraverso la promozione e tutela del paesaggio, la manutenzione degli itinerari, l’affermazione dei diritti di chi si sposta con mezzi a basso impatto ambientale e il potenziamento delle strutture di accoglienza per i pellegrini. E poi gli spettacoli. In primo luogo la rappresentazione degli allievi del Teatro Metastasio di Prato e del Theatre Ecole D’Aquitaine, anche loro in cammino per cinque settimane da Prato ad Agen, in Francia; in secondo luogo quelle di Têtes de Bois, appassionati di ciclismo, e di Moni Ovadia, che con Senza confini. Ebrei e zingari ha saputo rendere con le parole e i suoni di popoli costretti per secoli al nomadismo il vero significato del festival, spaziando tra noti personaggi letterari e profonde riflessioni. A partire dalla citazione in cui Ulisse, forse il più grande viaggiatore della cultura occidentale, afferma: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Parole che riassumono il senso di qualsiasi viaggio di ricerca, sia esso inteso come percorso etico di presa di coscienza e relativa assunzione di responsabilità, sia come pellegrinaggio dell’anima. Parole riportate non a caso da un Dante appena trentenne, smarrito in una selva “aspra, selvaggia e forte” che se da una parte lo intimorisce, dall’altra lo incita a intraprendere un lungo cammino. Non a caso, una partenza dettata dalla crisi, storica e personale, che lo spinge a rimettersi in discussione prendendo il largo. Partire per placare la propria sete di conoscenza, disarmati di fronte a un mondo irrigidito nell’opportunismo della politica e nel liberismo economico, entrambi inadatti a rispondere alle esigenze di chi ricerca strade alternative.

Un mondo dove sono sempre più numerosi i viaggiatori che scelgono la lentezza e decidono di abbandonarsi al fluire naturale della via-n-danza, per adagiarsi nella meraviglia del nostro pianeta e lasciarsi prendere dall’energia che ci accomuna e che ci fa sentire parte di un tutto. Perdersi, inciampare, per poi ritrovarsi diversi e uguali, forti e più ricchi, saldi e tremanti. Il viandante solidarizza con tutto ciò che è a lui esterno attraverso un linguaggio universale che lo spinge a superare rischi e pericoli, fragilità e debolezze aprendolo a nuove prospettive, racconti ed incontri. Il viaggio rappresenta per lui un’opportunità per entrare in contatto con il proprio spirito attraverso la natura, i suoi suoni e i suoi profumi, i suoi ritmi e i suoi colori. Il corpo, la fisicità, il suo essere materia gli parlano: vesciche ai piedi, stanchezza, muscoli appesantiti e tendini che bruciano; anima leggera e travagliata alla ricerca del vivere pienamente ogni singolo momento. Ma il marinaio che affronta le tempeste in mare aperto, il tuareg che marcia in un deserto non diviso da immaginarie linee di demarcazione è anche l’uomo che pensa con ferma coscienza alla strada migliore, all’alternativa da cercare e costruire con i suoi compagni di cammino. È allenato all’ascolto e all’accoglienza, capace di riappropriarsi della vicinanza con lo straniero con chiacchiere e risate, confessioni genuine e profonde, doni leggeri ed emozionanti, frammenti che si ricompongono in un puzzle capace di dare un senso all’esperienza. Il senso, dunque, non è la meta ma il percorso, la modalità con cui si affronta la vita, ascoltando e lasciando alle spalle giudizi e pregiudizi. Tutte sensazioni provate da chi decide di mettersi in cammino e vuole vivere un’esperienza profonda e coinvolgente, capace di modificare prospettive e punti di vista.


Testo di Elena Arneodo |   Foto di Emanuela Colombo  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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