Brezza inca

S’era alzato un vento caldo che sferzava tutta la vallata verde rame, mentre i poveri peones terminavano la raccolta delle foglie di tabacco. Forse quella brezza nasceva lassù in alto a Lamas, in quella montagna cupa e torreggiante dove si parlava ancora il quechua, l’idioma atavico dell’antica gente inca.
Giungeva fino lì attraversando tutta la pianura un tempo abitata dagli indios Cumbazas, infine si spegneva dentro questa gola, proprio nell’incassato alveo del possente rio Huallaga. La piccola, sudicia e adorabile Perlita aveva preso sonno nel suo rudimentale dondolo, appeso con una corda nella sua miserrima baracca. Più lontano in una capanna solida e spaziosa, la belloccia e pettoruta nuora del mandriano allattava il suo bel niño. Unica ed erotica delizia di tutto quell’ambiente tanto ostile, così bucolico e selvaggio: a ben 30 km dal rinfresco di una spumosa piña colada.

Due nuvoloni grossi e neri si gonfiavano dietro le colline oltre il fiume, giusto sopra la via sterrata che conduceva a Sauce, l’incantevole e sperduta  laguna azul. Mentre io me ne stavo seduto in attesa che passasse il camion per tornare a casa, anche se forse avrei dovuto temporeggiare ancora molto.Una coppia di campesinos locali non più giovane, saliva stancamente il ripido pendio che portava sulla polverosa strada principale, per prendere una stracolma taxi-camionetta che li conducesse a fare compere in città. Dai loro gesti rituali e senza orgoglio, sui loro volti rassegnati, si leggeva tutta la pena interiore di un ex popolo glorioso, ma da tempo vinto e sottomesso;con il cavallo, col vaiolo e la polvere da sparo.

Testo di Luigi Cardarelli | Foto web

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