Indonesia | Coriandoli multicolori



L’Indonesia seduce per la varietà della sua natura, di una bellezza avvolgente, e per la dolcezza della sua gente. L’Indonesia non è uno Stato e nemmeno un continente, ma molto, molto di più.

Tra grandi e piccole, abitate e disabitate, o atolli semi-sconosciuti, i sono 17.000 le isole che compongono l’arcipelago indonesiano; 5.000 chilometri a cavallo fra due continenti: dalla Malesia a ben oltre la metà dell’Australia. Nel più popoloso paese a maggioranza musulmana del mondo si parla un dedalo di lingue, che danno vita a ben 739 idiomi, magma culturale che rispecchia la sua geologia, di vulcani in costante eruzione. L’Indonesia è anche uno scrigno di archeologia, religioni e natura selvaggia. Un ecosistema fra i più ricchi del nostro pianeta, in termini di biodiversità secondo solo al Brasile, con una flora e una fauna sintesi di Asia e Australia. Non lo si immagina atterrando a Jakarta, città caotica, piena di traffico e smog , capitale di un Paese con 240 milioni di abitanti, il quarto più popoloso al mondo. Meglio Yogyakarta, simile nel nome ma diversa nello spirito, a poco più di 400 chilometri, capitale culturale, dove spicca il tempio di Prambanan, un vastissimo complesso, eretto verso la metà del IX secolo, per celebrare il ritorno di una dinastia hindu.

Se di giorno lo si apprezza per la sua solennità, i fasci di luce che lo illuminano di notte lo arricchiscono di affascinanti sfumature dorate. E nelle serate di luna piena, con il tempio sullo sfondo, nel teatro Trimurti si celebra uno dei più importanti eventi popolari, il Ramayana, una bellissima combinazione di arte, dramma e ballo, esaltata dalle performance di oltre 100 danzatori, che narrano la storia e le vicende di Rama, il leggendario re ed eroe hindu. Il tempio di Borubudur è il più importante luogo di culto buddhista. Sopravvissuto a eruzioni vulcaniche, attacchi terroristici e terremoti, conserva intatta la sua enigmatica bellezza da 1.200 anni. Costruito all’inizio del IX secolo, l’immenso mandala di Borobudur è una delle più impressionanti creazioni della civiltà umana. Lo compongono 1.600.000 blocchi di pietra, oltre 2.600 bassorilievi e 504 statue, dedicate a Buddha. Immerso fra verdi risaie e circondato da un mare di palme agitate dal vento, durante le ultime ore della notte si cala in un’atmosfera mistica e surreale. L’aspetto roccioso ne nasconde l’intima fragilità che gli oltre 90.000 visitatori, che lo calpestano nelle giornate festive, mettono a repentaglio. Tanto da indurre gli ambientalisti a prendere misure per arginare il forte impatto del turismo di massa.

Ha meno bisogno di protezione la natura che domina ancora incontrastata intorno alla vetta del Monte Bromo, uno dei tre vulcani emersi dagli abissi dell’antica caldera del Tengger, di 10 km. di diametro. In costante attività, Il suo paesaggio lunare lo rende un luogo straordinario, dove storie e leggende si intrecciano. Di certo nel XVI secolo rappresentò la salvezza per i tengger, un’etnia hindu tuttora residente nella montagna, che qui trovò rifugio per sfuggire all’avanzata dell’islam. Palangka Raya è il capoluogo del Kalimantan (Borneo) Centrale e ospita una delle più numerose popolazioni di orangutan al mondo. Il Borneo è quella stessa terra che il grande Emilio Salgari ha fatto vivere e sognare a generazioni di italiani nei suoi romanzi, senza muoversi dalla sua stanzetta alla periferia di Genova. Il parco nazionale di Tanjung Puting è uno dei luoghi preferiti dagli oranghi, curiosi primati che condividono con la razza umana ben il 97% del DNA. Il BOSF (Borneo Orangutan Survival Foundation), centro di conservazione e riabilitazione, si prende cura dei giovani oranghi rimasti orfani a causa della caccia di frodo e della distruzione del loro habitat. Ogni mattina un team di giovani medici-insegnanti porta gli allievi a spasso nella giungla, perché possano riprendere lentamente contatto con il loro habitat naturale e poi di nuovo in classe, per continuare la fase educativa, quella in cui si trasmette sensibilità e affetto agli animali. Alcuni marinano e fuggono anzitempo, si rifugiano sugli alberi e proprio sulle cime più alte e protette costruiscono il loro rifugio.


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