Lituania | La Collina delle Croci, cattedrale senza pareti



In Lituania, 12 km a nord di Siauliai, c’è un piccolo posto speciale, simbolo della fede e dello spirito di un intero popolo. La Collina delle Croci (Kryži? Kalnas) è un luogo sacro che suscita commozione e turbamento con la forza struggente della sua nuda semplicità.


Chi cerca una collina rimarrà deluso. E’ solo una piccola altura, un insignificante monticello del terreno nella pianura lituana. Ma chi pensa di trovare solo alcune croci resterà sconvolto. Le croci della Collina delle Croci sono quasi 60.000. E’ un posto qualsiasi. Non particolarmente bello. Nulla di speciale, nessun evento da ricordare. Nessun miracolo, nessun santo, nessuna opera d’arte, nessun motivo perché sia proprio qui e non altrove. Ma forse proprio per questo, è un luogo così umano, così normale. E così vivo.

Alcuni secoli fa qualcuno iniziò a piantare qui le prime croci. Ben presto il luogo cominciò ad attirare devoti e pellegrini, diventando un centro di fede popolare. Durante il regime sovietico, per tre volte la collina fu rasa al suolo dalle autorità, decise a soffocare il pericoloso fenomeno, ma ogni volta  le croci rispuntarono ancora più numerose di prima. Dal 1990 la Lituania è una repubblica indipendente e la Collina delle Croci, oltre che simbolo religioso, è diventata emblema di identità nazionale. Una parte essenziale del carattere lituano si è formata qui, su questo pezzetto di terra, dove non si sono combattute battaglie, ma si è sostenuta una lotta sottile e tenace per affermare una volontà comune, il semplice diritto di espressione di un popolo.

Facile immaginare gelide notti d’inverno. Poveri contadini venuti a piedi da lontano con una croce da piantare di nascosto. La paura di essere scoperti. La terra dura e ghiacciata che non vuol saperne di accogliere quello strano seme, che l’uomo vuole piantarci dentro a forza. Ma, nonostante tutto, quel seme ha attecchito e continua a fiorire.
Ora le croci sono come le spighe di un campo di grano. Ognuna è una speranza, un ricordo, un dolore, una testimonianza, o una benedizione. Ognuna è una storia. Nomi e date si cancellano, sotto la pioggia, il sole e la neve, ma il simbolo resta, dentro una folla di simboli, come una voce in un coro.

Le croci si affollano e si addensano verso il culmine della collinetta, con la stessa distribuzione di pezzetti di ferro su una calamita. Un potentissimo magnete sembra attirare su di sé tutto ciò che ha forma di due assi incrociati. Croci piccole, grandi, di legno, di plastica, di metallo, croci semplici e croci decorate, croci vecchissime che cadono a pezzi e croci nuove appena piantate. Un bosco sacro in cui ci si aggira smarriti, senza parole. Il sentierino sale sull’altura. La selva di croci è serrata. E’ una corona di spine, un gomitolo di filo spinato, un intrico di emozioni indistricabili.  Nuove “piantagioni” di croci si estendono ai piedi della collina, ma in cima è l’epicentro, il polo magnetico, dove, per mancanza di spazio, con furore quasi ossessivo, si sono depositati mucchi di croci grandi come pagliai, sotto lo sguardo spaesato di una Madonna bianco-azzurra che allarga le braccia.

Cataste di croci, avviluppate da catene di rosari, da cui emerge, intrappolata, qualche statuina di angioletto, un Cristo smarrito, o una Maria che guarda nel vuoto. Il vento sfoglia una rosa  rossa che appassisce sopra una foto di Giovanni Paolo II, il papa che venne qui a piantare la sua croce, grandissima e nuda, davanti alla collina. C’è un grande silenzio attorno a noi. Ci si sente dentro una specie di bolla sospesa. Solo monotoni campi verdi, disabitati, nuvole bianche nel cielo della breve estate baltica e un vento capriccioso, che alza la polvere e fa volare i cappelli e i fazzoletti dei pellegrini. Vengono da Ignalina, un paese della Lituania orientale, presso il confine bielorusso. Sono arrivati su un vecchio autobus, coi vestiti buoni e la compostezza rispettosa delle grandi occasioni. Ognuno porta con sé un suo personale dolore, una preghiera e una piccola croce, che andrà ad accrescere questo enorme mucchio.

La fede lituana ha fondato qui il suo tempio  senza pareti e celebra così i suoi riti e le sue comunioni. Una cattedrale invisibile, senza abside, né cupole, né altari. Una chiesa scoperchiata sotto questo cielo spalancato, senza confini. Natura e religione si fondono, come è logico che sia in un paese ispirato dal darna, la ricerca dell’armonia. Qui, in questa che fu l’ultima terra d’Europa a convertirsi al cristianesimo, un  profondo spirito pagano è sopravvissuto come un fertile terreno divino su cui coltivare la nuova fede. Per questo non c’è bisogno di monumenti. Sacra è la terra, la quercia, l’acqua e la foresta. Sacri sono i tanti totem di legno intagliati che abbiamo incontrato in questo nostro viaggio e sacro questo boschetto di croci.

Il sole si abbassa. Le ombre delle croci diventano più lunghe delle croci  stesse e disegnano per terra un Golgota ripetuto all’infinito. Arriva un gruppo di uomini vestiti tutti uguali. Si dispongono in semicerchio alla base della collina. L’uomo al centro dà il segnale di inizio e le voci si alzano piene e perfette. E’ un coro alpino proveniente dal Veneto. E’ un canto che non c’entra niente con questo posto. E’ una melodia nata sulle Alpi. E’ una lingua qui del tutto incomprensibile. Eppure…. eppure la musica tocca corde sconosciute, gli occhi dei presenti si inumidiscono e tutti restiamo immobili. Le emozioni salgono dentro di noi come bolle d’aria dentro l’acqua e si alzano nel cielo in un volo verticale. Nello stesso tempo sentiamo la forza e l’essenza di questa terra piatta stesa sotto il sole, in questo remoto angolo d’Europa. Verticale e orizzontale. Due assi che si intersecano giusto all’altezza del cuore, serrati stretti con un nodo che chiude la gola.
Anche noi abbiamo piantato la nostra croce a Kryži? Kalnas.


Testo e foto di Giuliana Cavezzi e Antonio Corradetti

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