Romagna | Toccare il cielo con un dito

“Bisognerebbe cambiare il punto di vista, bisognerebbe guardare le cose dall’alto”. Baricco ci perdonerà se lo abbiamo scomodato per l’incipit di un breve itinerario sulla riviera romagnola , ma gli scatti fatti con gli elicotteri e i droni di sorvolare.it (una giovane azienda riminese) permettono di guardare i luoghi nei quali passiamo centinaia di volte con lo sguardo rivolto avanti – o in basso – da una prospettiva completamente nuova. E siccome la saggezza altro non è che un punto di vista sulle cose – stavolta scomodiamo addirittura Proust – cambiarlo non può fare che bene.

Com’è il divertimentificio di Rimini e dintorni visto a volo d’uccello? Solo alberghi e ombrelloni? E per rimanere sugli ombrelloni, che effetto fanno dall’alto? Sembrano tanti puntini colorati, come una scacchiera della dama cinese o dei primi videogiochi anni ’80 a pixel grandi, mentre i turisti, poco più che macchie colorate, vanno a fare il bagno nell’acqua blu dell’Adriatico. E gli alberghi? Sono sicuramente tanti, però visti da quassù si amalgamano nel tessuto cittadino, si fondono con le strade e gli edifici storici.
Belle le geometrie di Rimini. Le linee squadrate della darsena circondate dal blu cobalto del mare, e, davanti, la ruota panoramica, tonda e a raggi. Sembra una lezione di geometria. Se cambia l’angolazione, il molo si tuffa in mare come una punta di lancia mentre il fiume taglia in due l’entroterra.

Acqua, acqua, ce n’è tanta attorno e nel cuore della Romagna. Non solo mare e fiumi e laghi, ma anche quella che viene spinta nelle piscine e pompata negli scivoli di Aquafan, che serpeggiano e si avvinghiano tra la vegetazione di Riccione.
Meno sciabordante e più poetica quella delle saline di Cervia, che dall’alto ricordano la tavolozza di un pittore, coi colori che sfumano dal blu, al bianco sino al rosso mattone, a seconda della salinità dell’acqua e della presenza di micro-alghe che si formano in alcuni momenti del processo di evaporazione dell’acqua.

Da nord a sud, dai lidi ravvenati sino al promontorio di Gabicce, il paesaggio muta e si ripete. Muta nella divisione degli spazi, con gli edifici che si allungano nell’entroterra come una macchia umana, o lasciano spazio a distese di alberi, colline e fiumi. Verso monte, il paesaggio torna ancora modellato dall’uomo: lunghi filari di viti “pettinano” le colline in modo ordinato, riproponendo schemi geometrici regolari, questa volta ancora quadrati e rettangoli, non fosse per un gruppo di olivi ribelli.

E poi di nuovo sulla costa, con la lunga spiaggia che si perde nella foschia dell’orizzonte, a strati di torta: blu mare, spiaggia beige, città grigio rossa e infine campagna. Così, per tutto il litorale, almeno fino a che il massiccio alle spalle di Gabicce si getta nel mare interrompendo le linee. La terra chiude il mare, ma il confine, quello istituzionale, è pochi chilometri prima, ed è l’acqua a segnarlo. Quella del canale che scivola tra le villette di Cattolica e quelle di Gabicce mare, una sola città separata dal fiume, metà romagnola e metà marchigiana. Dall’alto il taglio sembra in effetti netto, ma da terra, a piedi o in macchina, non sembra di superare un limite.

Testo di Stefano Rossini  © RIPRODUZIONE RISERVATA  Lattiudeslife.com

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