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Nepal: il culto della Kumari

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Nepal: il culto della Kumari

Il Nepal è una piccola nazione che ti dà il benvenuto con un’immagine nuda e cruda di povertà, ma anche di bellezza. Il Nepal ti accoglie con strade sterrate, piccoli paesini con case basse e bambini che corrono giocando, quasi sempre scalzi e con abiti laceri, ma con un sorriso che ti entra nel cuore. È la nazione delle montagne più alte del mondo schiacciata tra due grandi potenze: la Cina da un lato, l’India dall’altro.  La religione e le antiche credenze fanno parte della vita del nepalese in modo così naturale che si viene sorpresi di come la preghiera scandisca le loro vite. La nostra visione occidentale ci chiude gli occhi e non ci fa capire la molteplicità di dei e di sfumature che, per un nepalese, sembra tanto semplice e scontata. E ancora meno ci fa capire alcune usanze che tendiamo a criticare senza analizzare però la cultura che c’è alla base. Tra queste credenze radicate nel tessuto sociale nepalese sicuramente troviamo il culto della Kumari: la dea-bambina adorata dal popolo come dalle classi sociali elevate e che può presagire sventura o augurare buoni auspici con un sorriso o un movimento.

Chi è la Kumari?

La Kumari, con i suoi rituali abiti rossi e con l’occhio di fuoco sempre disegnato sulla fronte, vive in un lussuoso palazzo circondata solo da persone selezionate e appartenenti alla sua casta. Per tradizione non può incontrare i suoi genitori se non in occasioni ufficiali, non va a scuola, non ha contatti con altri bambini. Inoltre la Kumari non esce dal palazzo se non per rare occasioni e, in questi casi, viene portata su una lettiga perché i suoi sacri piedi non devono toccare terra, né tanto meno portare scarpe (al massimo delle calze rosse). Il suo compito è farsi adorare, ma in passato aveva anche il compito di porre la Tika (il segno rosso sacro) sulla fronte del re, che ogni anno si recava a palazzo. Sulla nascita del culto della Kumari c’è più di una versione. Secondo la credenza popolare più nota, la Kumari ospita nel suo corpo la Dea Taleju che un tempo si mostrava ai re del Nepal finché uno di questi, non riuscendo più a resistere alla sua bellezza, tentò di corteggiarla facendola infuriare. Taleju cessò di mostrarsi nelle sue sembianze, ma promise di apparire nel corpo di una vergine, che lei stessa avrebbe indicato come cercare. Da allora la Kumari viene scelta tra le bambine tra i 3 e i 7 anni di famiglia buddista della casta Newar Shakya e conduce la vita da dea fino alla prima mestruazione, alla prima perdita di sangue (una ferita ad esempio) o a una malattia, che sanciscono la fine della sua purezza e quindi della sua vita da Kumari.

Come viene scelta la Kumari?

Non si nasce Kumari, ma la prescelta deve possedere quelli che sono i 32 attributi della perfezione, che riguardano caratteristiche sia fisiche che caratteriali. La selezione viene portata avanti da 5 sacerdoti buddisti, dal sacerdote reale, dal sacerdote di Taleju e dall’astrologo reale. Le bambine che riflettono queste caratteristiche, durante la festa di Dashain, devono passare una notte in una stanza buia tra teste di capra e di bufalo con uomini mascherati da demoni, che cercano di spaventarle. La bambina che riuscirà a rimanere calma, dando quindi segnale di serenità interiore, sarà la prescelta. In Nepal esiste più di una Kumari, ma la più importante è la Kumari Reale che vive nella capitale, nella residenza al centro di Kathmandu, il Kumari Ghar. Passeggiando sotto il suo palazzo si vedono ogni giorno decine e decine di persone attendere pazientemente che lei si affacci da una finestra e li degni di uno sguardo o di un sorriso. Ogni movimento della Kumari viene interpretato, secondo una complicata codificazione, come presagio di sfortuna o fortuna. Mentre all’occhio poco sensibile degli occidentali la Kumari si mostra al pubblico apparentemente pensando ad altro, agli occhi del nepalese la placida calma e la serenità della bambina-dea sono evidente dimostrazione di presagio positivo: un movimento anche solo accennato o uno sguardo lucido potrebbe significare morte e disgrazie.

Quando la Kumari torna bambina

Alla prima perdita di sangue o malattia la vita della Kumari cambia all’improvviso. In una cerimonia di spoliazione, che durerà 4 giorni, la Kumari verrà privata dei suoi simboli potendo tornare così dalla sua famiglia. Tutte le ex Kumari in Nepal percepiscono un vitalizio di circa 6000 rupie – 85 euro – che, anche se sembra una miseria, corrispondono ad almeno tre volte uno stipendio medio nazionale. Secondo la tradizione popolare l’ex Kumari è destinata a non trovare marito: se un uomo cercasse di sposarla sarebbe destinato a morire entro sei mesi. In realtà oggi questa credenza è stata superata e le Kumari in molti casi si sposano senza problemi. L’attuale Kumari Reale, prima dell’investitura, si chiamava Matina Shakya ed è stata scelta nel 2008 quando aveva solo tre anni. Si tratta della prima Kumari eletta nell’era repubblicana del Nepal e ha già vissuto i primi scontri con la modernità, che critica l’isolamento di queste bambine apparentemente costrette lontane da famiglia, amici e cultura. Un primo cambiamento è stato sicuramente l’assegnazione di un tutore: è proprio quest’ultimo che oggi ha il compito di istruire la Kumari per garantirle, alla fine della vita da dea, un più facile reinserimento nella società. Probabilmente la figura della Kumari è molto lontana dalle convinzioni della civiltà moderna. Le dee bambine vedranno ulteriori modifiche nelle usanze che regolano le loro esistenze. Per ora perdura la tradizione in una nazione povera in cui è difficile vivere e queste credenze al momento creano l’unica identità e identificazione.

Testo di Agnese Ciccotti | Foto web

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