Real de Catorce, Messico. Prima che sia troppo tardi…


Lo troverete ad aspettarvi davanti al tunnel Ogarrio. In realtà spero che lo troviate ancora, seduto sulla sedia di plastica bianca, con le mani che sembrano campi arati e il cappello d’ordinanza. Lo chiamo Panchito, il nome affettuoso del santo locale, dato che il suo nome vero non me lo ha detto. Panchito vive al di là del tunnel con tutti gli altri, ma durante il giorno lavora alla fine della strada, davanti a una parete di roccia dorata, proprio dove vi lascerà l’autobus che sale dalla pianura. Qui c’è anche Vicente col suo furgoncino e una baracca, due letti, i bambini e il cane. I letti non sono per i viaggiatori, ma per Panchito e Vicente quando devono aspettare che succeda qualcosa.

Ecco, può darsi che il tempo sia trascorso male anche su questi luoghi. Intendo dire che voi arrivate e non c’è nessun Panchito a segnalare via telefono, al suo collega al di là della montagna, che c’è gente in procinto di passare il tunnel e che deve essere trasbordata sul furgoncino di Vicente. Perché nel vecchio tunnel Ogarrio che sa di miniera, che sembra spaccato a mano, si passa un mezzo alla volta e non esistono semafori, telecamere, sbarre. Può darsi soprattutto che non troviate neanche il tunnel, ma una strada per arrivare rapidi, finalmente, o ancora un tunnel nuovo, più sicuro, a due corsie, asfaltato e con le luci gialle, rosse e blu, dove nessuno deve darsi il cambio. Ecco, allora tornate indietro perché hanno ucciso Real de Catorce. Real de Catorce ha un nome lunghissimo, in verità. Panchito me l’ha detto roteando una mano in mezzo alla polvere dei nostri bagagli. Mentre Vicente carica tutto sul tetto del furgone, aiutato dai bambini, per la prima volta da che siamo partiti vediamo per intero la gola fra i monti e più lontana la pianura rinsecchita, che scivola nella foschia. Dicono che la strada per Real sia il più lungo tratto acciottolato del mondo. A sentire la mia schiena a pezzi è vero.

Non sanno neanche bene quando è stata fondata la città di Real. Pare sia stata una fondazione anarchica, una casa qua e una là. Alla gente di allora interessava scavare, più che tirare su muri. Scavare perché tra queste montagne a ridosso del deserto, a 2750 metri di altezza, sembrava che ci fosse tanto di quell’argento da non sapere da che parte prendere. Hanno bucato la terra in ogni direzione. Tra una picconata e l’altra, siccome la gente vuol poi anche spendere, si facevano combattere i galli. L’arena dei galli c’è ancora, a due passi dal cimitero dove i pionieri dell’argento riposano in pace. Attorno, fichi d’India alti come palazzine che sembrano la Medusa del mito. Vicente ci porta dall’altra parte, nel cuore del nido. Cinque minuti per passare la montagna. All’uscita del tunnel l’omologo di Panchito, col suo telefono nero carbone, comunica a Panchito che siamo arrivati e si può andare sul letto, a pensare.

Svuotate le montagne dall’argento, i cercatori se ne sono andati. La città di Real passò da 15.000 abitanti a poche centinaia di persone e cadde a pezzi e diventò l’ombra del vecchio paese fantasma, che ancora oggi sorge più in alto, e ci ascolta controluce dalle rovine di una chiesa. Eppure certi luoghi, forse vittime di un’abbondanza variegata che si ostina a non esaurirsi, hanno la vocazione a restare terra di raccolto. Qui cresce il peyotecibo degli dei – e nuovi pionieri salgono da ogni sentiero in cerca di rivelazioni. “Il peyote fa scendere le stelle sul viso, ti mette la luna nel cuore, cotto con il cioccolato diventa cioccolote”, mi legge da un libro una ragazza esploratrice, “e la sua energia allucinogena è incontenibile e sul conto gustosa”. Ma il peyote, oltre a essere specie protetta, è sacro agli indios Huicholes, gli unici a cui è lecito consumarlo. Gli Huicholes attraversano ogni anno il deserto e salgono in pellegrinaggio sul Cerro del Quemado, visibile da Real, per i loro riti. Gli ex voto (chiamiamoli così) degli Huicholes, colorati e misteriosi, restano appesi sui cactus, fra gli sterpi, ai bordi dei falò, aspettando una pioggia che non arriva mai.

Real è miniera di fede anche per i cattolici. Durante il mese di ottobre migliaia di persone visitano la statua di San Francesco d’Assisi nella chiesa. ? una chiesa profumata di legno, coi Cristi tremendamente sofferenti della tradizione messicana, dove il politeismo precolombiano è diventato il politeismo dei santi e ognuno ha il suo favorito. Per il resto, è facile incontrare stranieri come noi seduti sui sassi. Chi al bordo di un dirupo, chi su una soglia abbandonata da duecento anni. Ad aspettare. Silenzio e cuore lontano. Di notte non passa nessuno dal tunnel Ogarrio, che dal 1901 collega Real con il mondo. C’è anche una strada bestiale per evitare il tunnel, ma servono un fuoristrada o un cavallo. Di notte il cielo è quello stupito dei perenni bambini, un cielo di ghiaccio, e non passa nessuno fra le abitazioni in rovina. Se potete, andateci in fretta. Quando l’avranno svuotata di tutto diventerà una città senza voce, e la via è quella. Allora la vena sarà finalmente esaurita e Real se ne andrà, sollevandosi come la Locanda Almayer di Alessandro Baricco. Puff, uno spruzzo di vapore, tirandosi dietro Panchito e Vicente. E chi l’ha mai vista chissà.

Testo e foto di Devis Bellucci

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