Il paradiso del popolo Guna

Guna Yala in lingua Guna significa “terra del popolo Guna”. Queste 400 isolette disseminate nel mare caraibico dello stato di Panamá sono chiamate ufficialmente San Blas, ma questo nome fa parte della storia della colonizzazione spagnola e nessun viaggiatore che approda su queste spiagge le chiama con questo nome: tutti parlano di Guna Yala.

Siamo arrivati su queste isolette di pochi metri quadrati dato che la Panamericana si interrompe proprio tra Panamá e Colombia per circa 70 chilometri – il famoso Darien Gap – e tutti i viaggiatori che come noi vogliono attraversare il confine Panamá-Colombia, sono “costretti” a scegliere tra un volo aereo o un’avventura tra i mari caraibici; la maggior parte dei mochileros sceglie la seconda opzione e si ritrova in questo paradiso ancora immune dalla macchina del turismo industriale. Il mare sembra una piscina qui perchè la barriera corallina protegge le isole dal moto ondoso regalandoci sfumature arcobaleno e tantissime specie marine. La natura viva del mare contrasta con la semplicità dell’ecosistema isolano, dato che sopra il livello del mare vivono palme di cocco, arbusti, insetti e pochi esseri umani.

Abbiamo raggiunto Guna Yala viaggiando con uno skipper amico di Damià, Carlos, che porta gruppi yoga a praticare sulle spiagge bianche di Guna Yala. Abbiamo navigato con lui da Puerto Lindo all’isola di Chichimé e abbiamo parlato molto del popolo Guna.

Il popolo Guna viveva di agricoltura nomade nella foreste panamegne che danno sulla costa caraibica. Con la colonizzazione questo popolo iniziò a soffrire delle invasioni spagnole, degli attacchi di pirateria e, con l’indipendenza, si videro per l’ennesima volta in pericolo poichè lo stato di Panamá stava tentando di civilizzare”/uccidere questa etnia. Così i Guna si rifugiarono su queste isolette, al tempo piene di arbusti, piantando cocco e costruendo varie capanne.

In quell’epoca gli statunitensi stavano progettando la costruzione del canale di Panamá e alcuni giornalisti americani crearono uno scandalo internazionale raccontando ciò che il popolo Guna stava subendo. Non volendo coinvolgersi in questo genocidio gli Usa chiesero al governo di Panamá di fermarsi e riconoscere al popolo Guna autonomia e protezione perciò, da quel momento, non solo si salvarono, ma gli venne riconosciuto un potere politico locale. Qui non vigono le leggi di Panamá, qui vige la legge del Congresso; qui il territorio è di proprietà Guna e nessuno straniero può comprarlo; qui il mare è dei Guna e solo loro possono pescare; qui non arriva la polizia panamegná né l’obbligo scolastico, ciascun bambino puó decidere se andare a scuola o no.

La vita Guna ancora oggi scorre tranquilla tra la pesca, la raccolta delle noci di cocco, l’artigianato delle madri mentre i bimbi giocano sulla spiaggia o si bagnano nel mare. Le famiglie vivono sulle isole per poco più di un mese, poi, seguendo ciò che predispone il Congresso, si spostano a vivere in un’altra isola o tornano alla propria casa del continente dove coltivano la maggior parte della verdura e della frutta che consumano. La vita nomade continua insieme ai rituali di iniziazione, ai vestiti tipici e all’orgoglio di essere Guna.

Salvaguardando la propria cultura i Guna si isolarono per decenni dal resto del mondo ma oggi la realtà sta cambiando velocemente perché sono arrivati i dollari. Sono arrivati i dollari anche qui e con loro sono nati nuovi bisogni: la birra, le patatine industriali, i motori a benzina per le barchette in legno, il cellulare, l’elettricità per caricare il cellulare, giochi di plastica per i bimbi Guna.

La bellezza di queste isole e di questo popolo ha attratto barche a vela, viaggiatori e turisti che hanno iniziato a commerciare con la popolazione. Comprando pesce, crostacei e artigianato locale hanno dato la possibilità ad alcune famiglie Guna di guadagnare qualche soldo e quindi di volere guadagnarne altri. Nelle isole più raggiungibili adesso ci sono dei campeggi (costosissimi) equipaggiati con tende, acqua potabile, bagni, bar e luce elettrica; l’arcipelago è collegato da varie barchette/bus ed è dotato di un piccolo aeroporto.

I soldi hanno aperto la porta alla globalizzazione e chissà se questo popolo troverà la propria strada ancora una volta. La sfida attuale per il popolo Guna è riuscire a salvaguardarsi nonostante abbiamo aperto le proprie terre a questo strano mondo occidentale attratto dall'”esotico”, ma poco disposto ad imparare dalle altre culture.

Testo di Maria Laura Dolfi | Foto Eugenio Bersani RIPRODUZIONE RISERVATA © LATITUDESLIFE.COM

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