Il Regno Unito è ancora il paese della cuccagna?

C’è ancora il sole in cielo a Barcellona quando prendo posto sul boieng 737 della Rynair con destinazione Liverpool. Per lo più ci sono famiglie inglesi di ritorno a casa dopo una breve e mite vacanza spagnola o ragazzi catalani che sfruttano, come me, i voli a buon mercato della compagnia irlandese. Due ore e mezzo di volo dividono El Prat de Lobregat da cui decollo, al John Lennon, la durata di una partita di pallone per percepire la profonda differenza tra il sud e il nord d’Europa .Ogni volta che approdo nelle isole britanniche il clima rigido è il primo a darmi il benvenuto, seguito subito dall’officer del check boarding chiuso nel suo gabbiotto che ti chiede arcigno di favorire il documento d’identità, come a volerti ricordare che va bene Shengen e che sei in Europa, ma senza esagerare.

Sono le 19 di sera locali, e mi faccio strada tra il tipico vento del Merseyside per prendere il bus per Manchester. Salta subito all’occhio il nome della compagnia, chiaramente italiana, cosa che mi conferma pure il ragazzo che vende i biglietti, pure lui mio connazionale, con cui ho il piacere di fare il viaggio fino al capolinea del Bus. Luigi, così si chiama, ha 28 anni, è della provincia di Salerno, ma abita da otto anni a Milano. Mi racconta che i suoi colleghi sono tutti italiani, perchè la compagnia era bresciana, e anche se ora è presa dagli inglesi noi abbiamo ancora un canale preferenziale per entrarci. Mi racconta che è un lavoro che possiamo ancora fare perchè un ragazzo inglese non lo prenderebbe nemmeno in considerazione e fa parte di quella categoria di impieghi scartati dai britannici. Luigi ha i lineamenti del ragazzo meridionale, capelli neri, occhi scuri, il suo accento campano si è imbastardito per via del lungo soggiorno nel nord, indossa un cappello a coppola e porta una barba molto curata. Il suo modo di parlare è delicato, paziente e chiaro, arriva sempre al punto senza giri di parole e fa piacer ascoltarlo. Continua a raccontarmi della sua vita, della sua laurea in legge, del suo master in commercio internazionale a Torino, e del suo stage all’Enel da sfruttato.

Purtroppo parole che ho già sentito, racconti che delineano ogni volta sempre più il profilo di un paese che sta morendo schiacciato dalla sua burocrazia, dalla sua inefficienza e ahimè la sua demografia. Nelle sue parole percepisco rabbia, frustrazione, lui ha le idee chiare, sa che il futuro per un giovane non è più nel bel Paese, bisogna andare via.Stiamo entrando nella Great Manchester, si scorgono i sobborghi industriali della grande città del nord, e Luigi mi parla delle sue aspettative nel Regno Unito. Il Bus arriva a Sackville, è quella la mia fermata, è li che mi aspettano i due amici che sono venuto a trovare. Prima di scendere ci scambiamo i contatti e ci auguriamo buona fortuna per un futuro, lontano dall’Italia. Dall’altra parte della strada scorgo Antonio e Pablo, due spagnoli della Castilla La Mancha, la regione famosa per i mulini a vento e resa celebre da Don Chicotte. Anche loro scappati da un paese che non ha saputo garantirgli un futuro dignitoso, un lavoro stabile e delle concrete opportunità, solo le parole dei politici che si scambiano la poltrona a Madrid.

Entriamo in un pub mente aspettiamo il quarto del gruppo, Fabrizio, un assicuratore del basso Piemonte, conosciuto i primi anni dell’università. Gli inglesi non saranno un popolo caloroso e mediterraneo, ma ad aggregazione sociale notturna hanno molto da insegnare. Il locale è gremito di gente di ogni età, la birra non guarda se hai i capelli bianchi o i capelli tinti di blu, come le due ragazze al tavolo di lato. Pagando un giro di pinte noto che i prezzi sono saliti di parecchio rispetto all’ultima volta, ma cerco di non farci caso e torno al tavolo. Antonio e Pablo stanno bene, sono allegri. Fanno parte della nuova generazione di laureati, quelli che sull’onda dell’Erasmus hanno lasciato il proprio paese e poi non ne hanno più potuto fare a meno.

Con la crisi economica molti ragazzi hanno colto la palla al balzo per ripartire, già memori di esperienze fuori casa durante gli studi, hanno capito che a casa propria non avrebbero avuto futuro per i prossimi anni, e hanno preferito sacrificare amicizie, famiglia, fidanzate e clima per lavorare e imparare l’inglese. Anche dalle loro parole si nota la stessa frequenza di rabbia che nelle parole di Luigi poco prima. Due nazioni diverse accomunate da una cultura e una mentalità che non riesce a far decollare l’economia e creare posti di lavoro per i giovani. La birra Pale Ale è leggera e senza gas, scende giù veloce senza dare alla testa, l’ideale per una serata che si appresta ai racconti. Antonio è da otto mesi a Manchester, aveva un contatto e non ci ha pensato a lungo di partire. All’inizio non è stata facile, ha dovuto condividere stanze con sconosciuti, fare lo stewart in partite di terza categoria e seguire corsi di inglese con suoi connazionali che di certo non giovavano il suo inglese. Il suo ottimismo lo ha aiutato, la ruota ha cominciato a girare e le cose sono arrivate. Ora frequenta una ragazza di Marsiglia e lavora in un hotel a 4 stelle in pieno centro.

Pablo è arrivato da poco, soffocato dalla stagnante situazione del suo paese in mezzo alla Meseta Central, ma ha già trovato un lavoro. Pulire un centro commerciale all’alba non è quello che si chiama futuro per un ventitreenne laureato in economia aziendale, ma come inizio non ci si può lamentare. Sentendoli parlare capisco subito che un ritorno in Spagna da parte loro è fuori discussione nel breve periodo e io non fatico a capire il perchè. La vita nel pub comincia ad animarsi, c’è un via vai di persone incredibile, gli inglesi sono formidabili, quando si tratta di bere diventano degli equilibristi e vedi qualcuno che riesce a portare quattro pinte con due mani. Scoccano le undici, Fabrizio dovrebbe essere in arrivo a Piccadilly station. Passiamo dall’hotel di Antonio a lasciare il mio bagaglio e ci viene ad aprire una cameriera asturiana. Sembra una little Spain. Parlo con uno, si chiama Javi, è di una piccola regione nel nord, vicino ai Paesi Baschi. Javi ha 32 anni e da nove abita lontano da casa, il suo è un girovagare continuo, fatto di spostamenti, lavori presi per un paio di anni, ma la sua vita gli piace un sacco. Non ha nessuna laurea, ma ci parlo con coinvolgimento, rendendomi conto una volta di più che laureato non è sinonimo di intelligente. Parla due lingue, ha lavorato dappertutto e si sente cittadino del mondo, nel suo vocabolario la parola razzismo non esiste, mi è subito simpatico. Mentre ci congediamo dai colleghi di Antonio continuo sentire parlare spagnolo da un cuoco che passa lì davanti, scambiando un sorriso al volo con i miei amici.

Quanti emigrati che ci sono mi tornano alla mente i racconti di mia nonna, di suo padre piastrellista nella New York degli anni Venti, di sua zio che andò in Argentina e che non tornò più stabilendosi a Buenos Aires, generazioni antiche, di cui ho testimonianza da qualche foto ingiallita e una manciata di aneddoti. Ora invece il tempo ha mescolato le carte e io stesso, i miei amici, riviviamo quell’epopea di un secolo fa. C’è differenza tra l’Italia di inizio secolo, prettamente rurale e poco industrializzata, da questa, indebolita da una globalizzazione spietata che ci ha scalciati fuori dalla geopolitica che conta rilegandoci ai margini di un continente che merita appieno il suo sostantivo di “vecchio”.

Sono le undici, Fabrizio sta arrivando. Corriamo in stazione alleggeriti dalla borsa e riceviamo l’amico come gli conviene: un abbraccio e due John Smith’s extra smooth. La vita notturna di Manchester è davvero degna di nota, altissimo livello. Non a casa è la città con il maggior numero di studenti in tutto il Regno Unito. Camminiamo per Portland street e Oxford street e le strade sono affollatissime, pub, nights, code dal bancomat come se regalassero soldi, ragazzi in maniche corte nonostante i nove gradi e ragazze con vestiti tanto corti e attillati e tacchi tanto vistosi da farle sembrare prostitute. Ad un angolo della strada quattro ragazze con i capelli colorati di verde che sorreggono un’amica completamente ubriaca mentre riversa il suo vomito sul palo del semaforo come una pompa di benzina, davanti a un club un gorilla della sicurezza polacco prende a calci due lads manchurian che si stavano agitando un po’ troppo. Sono le undici, e io abituato agli spagnoli che a quest’ora ancora stanno cenando, mi accorgo che trovare un ragazzo che non abbia ancora toccato un bicchiere di alcool sarebbe più difficile che trovare un ortodosso in una moschea. Al nord fa freddo, è buio, se non bevi è dura superare la notte. Più giro, più vedo italiani e spagnoli, i due stati più grandi e messi peggio. Parli con uno ma è come parlare con l’ambasciatore di tutti, ti dice quello che pensano gli altri: è una storia già sentita, che ormai cerco di dribblare perchè mi deprime. Senti dire che a casa non c’era lavoro, che in Inghilterra si parla inglese e che è importante, si deve credere a tutti? Se a casa nostra le aziende assumessero neo laureati la Gran Bretagna si svuoterebbe sia di connazionali miei sia di connazionali di Antonio: quest’isola è senza dubbio un’opportunità per molti, ma anche uno Chateaux D’If per molti altri: una prigione o un’ultima spiaggia. Molti sono partiti perchè non avevano alternative, perchè era davvero l’unica soluzione, e la storia dell’imparare l’inglese è un bel fiocco per giustificare e abbellire la pillola amara.

Il giorno dopo consumo una veloce colazione al Costa, una catena di caffè diffusissima nel mondo anglosassone, e manco a dirlo..italiana. Rifletto su alcune cose e penso che a Genova, la mia città, conosco molte persone che vedono ancora gli extracomunitari come gli stranieri che ci vengono a rubare il lavoro, sono visti come le minacce da combattere, da cacciare in mare, e noi, la stirpe italiana da proteggere, il sangue da conservare. Ma nella storia non c’è nulla di più ottuso e sbagliato che ragionare in questi termini, la stessa storia ci insegna che noi siamo stati un popolo di emigranti per eccellenza. La mia generazione sembra esserselo dimenticato ogni volta che tratta l’argomento immigrazione come una piaga sociale ed economica. Forse tutti questi ragazzi cresciuti nel paese della cuccagna negli anni Ottanta e Novanta, che ora puntano il dito sui Rom ma che sarebbero disposti a fare i lavori più umili per lavorare, dovrebbero farsi un giro per le città inglesi e si renderebbero conto che là siamo noi gli immigrati, ancora una volta. Vedrebbero che gli inglesi non ci vedono affatto come dei loro pari, concittadini europei, ma quasi alla stregua di come noi vediamo le genti dell’est. D’altra parte siamo spesso degni della nostra fama: mafia, camorra, pizza; Ecco, a mangiare bene non ci batte nessuno, ma ora ci tocca andare oltre la manica o nelle fredde città tedesche e olandesi per prepararne agli altri.

Testo di Stefano Pampuro| Foto web RIPRODUZIONE RISERVATA © LATITUDESLIFE.COM

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