Sant’Ambroeus, andèmm!

di Federico Formignani

Per la festa di Sant’Ambrogio, che per i milanesi è storicamente di grande tradizione, sono tornato nella Basilica per rivedere e assaporare la bellezza dell’altare d’oro del Volvinio, solitamente non  visibile. Una rivisitazione, la mia, considerando che sono cresciuto all’ombra di questa splendida chiesa, ne ho frequentato l’oratorio da ragazzo e ne conosco lo sviluppo perimetrale e quello interno, ricchi entrambi di edifici religiosi, raccolti cortili, spazi museali e un vasto  patrimonio lapidario. Della giornata di festa, per fortuna gratificata da un po’ di sole, mi ha sorpreso tuttavia lo spettacolo di folla compatta e vociante che invade le strade e le piazze della città. Non solo nei fine settimana o nelle varie ricorrenze festive, ma anche in occasione di manifestazioni civili o religiose, di spettacolo, di protesta, di partecipazione ai più disparati avvenimenti, compresi quelli rionali. C’è gente dappertutto e in grande ‘quantità’. Per esempio, l’enorme massa di persone che ho visto scendendo dal tram in Piazzale Cadorna; un fiume di uomini e donne, compresso e semovente, che da Piazza Castello (Fiera dei ‘Oh! Bèj, Oh! Bèj’) si riversava verso lo spazio antistante le Ferrovie Nord e viceversa, intasando – un vero e proprio concentrato di ‘marmellata’ umana – gli attraversamenti ai semafori. Tutti milanesi o del ‘contado’? Nemmeno per sogno. Milanesi, italiani, turisti stranieri e moltissimi ‘nuovi’ italiani. Tanti i bambini con gli occhi a mandorla o la pelle scura, col loro bravo zucchero filato da sbocconcellare o le collane di castagne secche da sgranocchiare.

Festa paesana moltiplicata per mille o insopprimibile impulso a far parte, sempre e comunque, di un reale bisogno di aggregamento? Espressione di un perduto equilibrio interiore o nuovo stato di condivisione globale, anche a scapito dei personali ‘spazi’ di manovra? Misteri della prossemica. Comunque, pieno diritto per tutti a comportarsi come meglio aggrada. Anche perché le riflessioni personali sul tema continuano all’ingresso nella Basilica. Moltissima gente (questa volta il rumore è dato solo da un indistinto brusìo) occupa il quadriportico e si infila poi all’interno della chiesa dando sostanza a una consistente fila umana lungo l’intero lato destro della navata, in attesa di rendere omaggio, nella cripta, ai corpi dei santi Ambrogio, Gervaso e Protaso. Mi viene in mente alla fine, tornando sul sagrato invaso da numerosi gruppi di visitatori e relativi ciceroni, che qui ho disputato epiche sfide calcistiche, così come nel praticello all’interno della vicina Pusterla, marinando le lezioni di catechismo.

Ad ogni modo, poco dopo, ho potuto ricordare il Santo dei milanesi e le credenze popolari che da sempre l’accompagnano, dalla quiete del terrazzo di casa mia, che si affaccia sul complesso monastico di Sant’Ambrogio ad Nemus. Dalle parti dell’Arco della Pace, nel IV secolo, c’era infatti un gran bosco (nemus); qui sarebbe sorta la prima comunità di monaci eremiti che dedicarono l’area al santo, venerato in seguito da tutte le Chiese cristiane. La leggenda popolare racconta che  Ambrogio, nato a Treviri (339-340) e morto a Milano nel 397, non ritenendosi all’altezza delle aspettative del popolo che lo reclamava come proprio Vescovo, cercò di allontanarsi dalla città a cavallo di un asinello, ma venne raggiunto dalla folla acclamante che lo ricondusse a Milano. Con i secoli, anche la chiesa all’inizio di Corso Sempione avrebbe ‘cambiato’ nome, col dialetto dei milanesi, in ‘Sant’Ambroeus andèmm’ (storpiatura di ‘nemus’).  Quasi un invito perentorio al Vescovo ad aver cura dei cittadini milanesi. ? ff

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