Varsavia da scoprire

di Valerio Barbieri e Beatrice Caldovino

Intraprendere una vacanza invernale nella gelida Varsavia potrebbe sembrare un’idea piuttosto originale e fuori dal comune, dato che per visitarla si privilegia l’estate, ma se si ha la fortuna di trovare la città sommersa di candida e soffice neve, si resterà piacevolmente sorpresi dalla “calda” atmosfera che la pervade, in contrasto con la rigidità del clima.

Fondata nel XIII secolo, la Città Vecchia fu quasi completamente distrutta dai bombardamenti della II Guerra mondiale, ma grazie ad una minuziosa e paziente operazione di ricostruzione, che ha impiegato per anni centinaia tra studiosi, architetti, artigiani e operai, finalmente tornò al suo originario splendore, tanto da essere inserita nel 1980 dall’Unesco nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità. Questa sorta di resurrezione urbanistica è stata possibile solo grazie ai meravigliosi quadri di Bernardo Bellotto (nipote del ben più celebre Canaletto di cui, per ragioni di “marketing”, utilizzava spesso il nome d’arte) che nel ‘700 rappresentò in numerosissime tele tutti gli angoli della città, dipingendone i palazzi, le piazze e le strade con una tale accuratezza e precisione di dettagli, da permettere due secoli dopo di utilizzare le sue opere per riprodurre fedelmente, fin nei minimi particolari, quello che la follia di Hitler pensava di aver distrutto per sempre.

Varsavia

Questo tesoro rivelatosi inestimabile è oggi conservato all’interno del Castello Reale, anch’esso raso al suolo e perfettamente ricostruito, in cui una ricca esposizione multimediale è dedicata proprio alla distruzione e alla rinascita della città, insieme a tutte le altre migliaia di opere d’arte che si riuscirono a salvare dalle bombe e dal fuoco. Il significato di questo palazzo è doppiamente importante, perché non solo ha rappresentato un baluardo della democrazia nel secolo scorso, ma ha dato anche i natali alla prima Costituzione europea, redatta nel lontano 1791 e seconda solo a quella degli Stati Uniti.

Nella Piazza del Castello si trova un altro simbolo della città, anch’esso ricostruito, la Colonna di Sigismondo, interamente di marmo e alta ben 22 metri, sulla cui sommità si erge una statua, che sembrerebbe quella di un santo che impugna una croce ma invece rappresenta il Re Sigismondo III, il quale nel 1596 scelse come capitale Varsavia al posto di Cracovia.

Tuttavia, il vero cuore della città, non quello politico ma quello sociale, si trova altrove, nella Piazza del mercato, dove anticamente avvenivano gli scambi di ogni tipo di merce, dalla frutta ai gioielli, e in cui sorgevano tutte le attività commerciali ed economiche, circondata sui quattro lati da bellissimi edifici dalle facciate variopinte che si affacciano, come spettatori in un immenso teatro, ad ammirare la protagonista dello spettacolo, la Sirena di Varsavia, la cui immagine campeggia non solo sullo stemma della città, ma anche sulle facciate degli edifici, sui cancelli, sui balconi e sui lampioni: leggenda vuole che il nome di Varsavia derivi proprio dalla fusione dei nomi del pescatore Wars e della sirena Sawa.

Anche se gli orrori del nazismo costituiscono una ferita il cui dolore non passerà mai, oggi la città sembra vivere una seconda giovinezza, come la fenice risorta dalle sue ceneri. Ovunque è pieno di giovani eleganti che passeggiano sorridenti, intenti a curiosare tra le vetrine delle lussuose boutique che affiancano la Strada Reale oppure a sorseggiare una bella tazza fumante di vin brulé in una delle tante caffetterie.

La Strada Reale costituisce l’arteria principale della città, dato che nel Medioevo rappresentava la via principale per raggiungere l’allora capitale Cracovia, e si snoda dalla piazza del Castello lungo un interminabile susseguirsi di raffinati palazzi in stile neoclassico che ospitano sontuose abitazioni, prima tra tutte la residenza del Presidente della Repubblica, ambasciate e ministeri, alberghi di lusso, gioiellerie e negozi d’alta moda, ristoranti e locali esclusivi, chiese e musei, l’Università e il Teatro nazionale, nonché il monumento al più importante astronomo polacco, padre di quella rivoluzione che ha tolto la Terra dal centro dell’Universo, Niccolò Copernico.

A metà del XIX secolo, con l’inaugurazione della linea ferroviaria Varsavia-Vienna, la vita commerciale cominciò a spostarsi dalla Strada Reale verso la Stazione Centrale, intorno a cui sorsero ben presto banche e aziende, complessi residenziali e alberghi, fino ai grandi magazzini, che vendevano ogni giorno a migliaia di clienti qualsiasi tipo di merce e che oggi sono stati sostituiti da mastodontici centri commerciali dalle strutture avveniristiche. In questa zona, con la fine della guerra e l’avvento del Comunismo, si assistette alla nascita di uno stile architettonico che esaltava il potere sovietico con edifici monumentali, il cosiddetto Realismo socialista. Il più eloquente esempio di questa ostentazione di forza è senza dubbio il Palazzo della cultura e della scienza, un gentile omaggio di Stalin che doveva essere un monumento allo spirito inventivo e al progresso sociale. Si tratta di un colosso di cemento alto 237 metri (che con la sua aria tetra ricorda un po’ quello del film Ghostbusters) e rappresenta un punto di riferimento perfetto dato che è visibile da qualsiasi parte della città. Con la fine del dominio russo l’edificio è diventato un centro culturale che ospita sale congressi, teatri, cinema, negozi e, soprattutto, offre la possibilità di salire sulla terrazza panoramica da cui si gode una vista spettacolare a 360 gradi.

Varsavia

Oltre che una città proiettata verso il futuro, ovviamente Varsavia è anche indissolubilmente legata al suo dolorosissimo passato, il cui ricordo cerca di tenere sempre vivo come monito affinché ciò che è accaduto non si ripeta mai più. Questa memoria si ritrova attraversando il vecchio ghetto ebraico, ricostruito anch’esso dopo essere stato completamente raso al suolo dai nazisti, e in particolare la “Via della memoria”, il cui percorso è contrassegnato dal Monumento agli eroi del ghetto, una enorme scultura che rappresenta gli ebrei in lotta con le fiamme che divorano il ghetto e una processione diretta verso i campi di concentramento, dal Monumento al Bunker, un grosso masso posto su una collina laddove era nascosto il bunker da cui nel 1943 partì la Rivolta del ghetto, presto soffocata nel sangue, dal Monumento dell’Umschlagplatz, nel luogo da cui partirono 300.000 ebrei diretti ai campi di sterminio, e dal Museo Polin (che è il nome ebraico della Polonia e vuol dire “dimora”), inaugurato a ottobre del 2014, un immenso edificio dalle facciate in vetro attraversato da un buco che evoca l’attraversamento del Mar Rosso, al cui interno viene ripercorsa la travagliata storia millenaria degli ebrei polacchi, tramite centinaia di documenti, fotografie, filmati e installazioni multimediali, non soffermandosi solo sull’olocausto ma andando oltre, fino alle origini.

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Testo e foto di Valerio Barbieri e Beatrice Caldovino | © RIPRODUZIONE RISERVATA LATITUDESLIFE

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