Oman calmo

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di Sergio Pitamiz

L’Oman è il più silenzioso, discreto e meno esibizionista dei Paesi della favola araba. Mare tranquillo, più di 1500 chilometri di spiagge dove le tartarughe depongono le uova, la vita lenta delle comunità pastorali, il deserto. E un sultano antesignano che ha puntato sul turismo. A ritmo slow.

Puntuali e metodiche come tartarughe svizzere le tartarughe dell’Oman hanno una fissa nella loro testolina coriacea. Si chiama Ras Al Jinz. E’ uno spiaggione di qualche chilometro sulla costa orientale della penisola arabica dove, cascasse il mondo, da sempre arrancano sulla sabbia, si fanno il nido e depongono le uova. Sempre lì, forse da centinaia d’anni. Sapete come funziona. Le tartarughe (queste sono Chelonia mydas, tartarughe verdi specie minacciata di estinzione), non sono esattamente mamme affettuose. Se ne stanno al largo dell’Oceano Indiano, in questo caso, vivendo tutto sommato una vita serena adesso che non ci sono più i velieri dei secoli scorsi che non avevano frigorifero e che le usavano come carne in scatola a lunga conservazione. Si accoppiano e alle femmine gli tocca trovare una spiaggia calda che covi le uova al loro posto.

Quando ne trovano una adatta si affezionano. Vengono a riva, faticosamente camminano sulla sabbia con un corpo adatto a nuotare e non a camminare. Scavano una buca, depongono le uova, le ricoprono e se ne tornano in mare. Il loro ruolo di mamma finisce qui. Perché poi le uova si schiuderanno e i tartarughini dovranno a loro volta cavarsela da soli con una pericolosissima corsa verso il mare. Non è cosa da poco neanche lo stremante viaggio della mamma. Da sempre gli umani sono in agguato per catturarle, farci il brodo con la carne e frittate con le uova. E lo spettacolo di questi essere così plastici e atletici in acqua e così goffi, fragili e indifesi sulla terra è commovente, se non sei un cacciatore. Un evento della natura emozionante.

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Sultan Qaboos Grand Mosque

Ho inseguito nella mia vita le tartarughe che depongono le uova in ogni angolo del mondo. Di notte dopo notti di attesa e spedizioni fallite, travestito da leone marino, per dire, su isole e continenti, poi arrivi qui, a Ras Al Jinz. Lo spiaggione sembra un campo minato dove tutte le bombe sono scoppiate contemporaneamente. Centinaia di buche sono il nido, chiamiamolo così, di una tartaruga verde, magnifici animali lunghi anche un metro e venti e pesanti più di duecento chili. Così lo spettacolo faticoso e mitico della tartaruga che depone le uova che ogni viaggiatore vorrebbe mettere tra i ricordi, qui è quasi un’esibizione teatrale con repliche continue. Come a Broadway. Qualcuno s’è accorto dell’affezione della Chelonia midas per questa spiaggia e nel 1996 il sultano (qui in Oman c’è un sultano) ha fatto la cosa più saggia che si potesse fare: l’istituzione di una riserva naturale. Una superficie protetta di 120 chilometri quadrati compresi 45 chilometri di litorale, che si estende anche in acqua per un chilometro. E le tartarughe verdi da queste parti hanno un santuario inviolabile da qualsiasi umano. Se non quelli che alloggiano in un complesso costruito appositamente nel 2008 fatto da una base scientifica, un museo, un centro di accoglienza e un grazioso resort di bungalow dove soggiornano quelli che non hanno tempo di passare notti in Costarica o travestirsi da leone marino per osservare il commovente spettacolo.

Controllati a vista da feroci guardie ecologiche. Ci hanno fatto l’abitudine ormai le tartarughe ad essere accompagnate in un momento che dovrebbe essere intimo, da piccole folle di turisti giapponesi, americani, francesi, cinesi e russi. Insomma un bell’esempio di progetto ecoturistico. C’è anche un villaggio di pescatori, e anche reperti archeologici, resti di abitazioni vecchie di seimila anni, perfino di barche, e testimonianze di relazioni già esistenti tra i pescatori dei villaggi costieri e i nomadi del lontano deserto. Ma quando uno arriva qui in Oman forse non se lo aspetta.Il deserto è un deserto da manuale. Due milioni e 220.700 km quadrati di sabbia dallo Yemen al Golfo Persico, dall’Oman alla Giordania, all’Iraq, una della più grandi distese sabbiose dell’intero pianeta. La parte omanita è grande come l’Italia, un po’ di più, è lungo 800 chilometri e taglia in due il Paese, una zona abitata a nord, una sud. In mezzo questa magnifica spianata di sabbia ocra che viene pettinata, pulita, lisciata ogni giorno da sconosciuti immensi giganti, sembrerebbe.

Che provvedono anche a sistemare qua e là, come statuine nel presepio, piccoli recinti con dentro piccoli cammelli, e poi, sempre qui e là, tende beduine con dentro beduini veri dove ti puoi fermare anche a comprare piccoli ricordi. Le Toyotone dei turisti condotte dalle guide come piloti della Dakar lo attraversano in lungo e in largo senza angoscia. Questo è un deserto senza angoscia. Sai sempre che alla fine finisci al mare. Non come nel Sahara, nel Kalahari, nel Gobi che hai paura sempre di finire in un nulla sconosciuto. A ridosso delle dune sono stati costruiti anche dei campi tendati, che poi sono bungalow di muratura. Piccole camere d’albergo, un ristorante, un fuoco all’aperto com’è nella tradizione beduina, e le dune immense che sovrastano tutto. Un giorno ho dormito pure nel deserto, dentro una tenda vera, su una stuoia e il mal di schiena, ma con il rumore del mare appena oltre la sabbia. Perché si era già arrivati al mare, dopo una lunga cavalcata.Il mare sono anche le isole Dimaniyat, riserva naturale protetta. Nove piccole terre a 18 chilometri dalla costa al largo della città di Barka, che è a 70 chilometri da Muscat. Motoscafo, pinne, maschera, quattro ore di traversata e poi acque chiare, scogli, pesci da guardare.

Un giorno si va in montagna. Ah, le montagne. Bibliche. Scure, scolpite, infinite, piena di valloni, canaloni, guglie. Tutto scuro, senza alberi, qualche cespuglio, qualche coltivazioni su terrazze scolpite nella roccia e sfruttando l’acqua dei rari wadi, i torrenti. Che scorrono comunque in mezzo a questo deserto in tre dimensioni e ogni tanto formano minuscoli laghetti, polle che sembrano laghetti alpini. Solo che l’acqua non è gelida come te l’aspetti e starci a mollo è un piacere, dentro quella cosa maestosa che ti sta addosso. Si va su strade sterrate, ogni tanto un forte coloniale portoghese da visitare (si erano spinti fin qui, i portoghesi), ogni tanto villaggi di case di fango, e poi i duemila metri dell’Ahkdar, una montagna vera. Freddo, un po’ di nebbia e un hotel di montagna che sembra un rifugio. E non ti aspetti neanche questo.

Nei Paesi dove ci sono sultani, petrolio, dollari su dollari, lo spettacolo di solito è più artificiale. I grattacieli di Dubai, Abu Dhabi, le Rolls-Royce dorate del Qatar, lo sfarzo dell’Arabia Saudita, le città da Mille e una notte, i centri commerciali grandi come città, sono lì a un passo. Insieme ad un’eccitazione che quasi sfocia nella follia e negli eccessi. Compresa la voglia di comprarti il mondo. Mica vai da queste parti per vedere le tartarughe. Invece la natura qui vale più del petrolio. Anche perché l’Oman ne ha di meno degli altri, e forse un giorno finirà, si sussurra, e il rischio di povertà incombe. Anche se il concetto di “povertà” da queste parti è inteso in un altro modo.

Vorrà dire che un giorno, forse, si dovranno pagare le tasse? Forse si dovrà far pagare qualcosa di più dei due euro e mezzo (2,5 euro, esatto) per il tesserino annuale che dà diritto ad un’assistenza sanitaria completa con ospedali più efficienti dei nostri? Non sarà che bisognerà ridurre il numero di metri quadrati di terreno che si concede gratuitamente ad ogni nuovo nato? Verranno meno anche le sovvenzioni per i mestieri più duri, agricoltori, pescatori, e il reddito di cittadinanza, e le scuole gratuite, e l’università all’estero per i più meritevoli? Così si comincia con largo anticipo a un futuro fatto non solo di petrodollari. Ci pensa lui, soprattutto, il sultano Kaboos bin Said che regna da sultano fin del 1970 dopo aver fatto fuori, in senso politico, il papà Sain Bin Taimur che teneva il Paese in un isolamento medievale come il vicino Yemen, considerava sufficienti tre scuole e 20 chilometri di strade asfaltate. Commettendo un solo tragico errore: aver mandato a studiare in Inghilterra il figlio.

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Green Mountains

Che era tornato con idee strane. Tanto da aver portato il Paese all’indipendenza nel 1971, aver dato il voto alle donne, aver aperto le scuole anche alle bambine, aver istituito una specie, solo una specie ma è già qualcosa, di Parlamento. Tanto da consentire la presenza sul suolo omanita di chiese cattoliche e cristiane, e templi indù. Oggi i circa due milioni di sudditi più gli 800 mila stranieri che lavorano nel Paese hanno a disposizione migliaia di scuole e centinaia di chilometri di strade, perfino asfaltate. Naturalmente da sultano che si rispetti Kaboos, forse per non sfigurare davanti ai colleghi, ha tappezzato la capitale di immagini sue e in porto ha un paio di yacht. Niente di speciale, il minimo necessario per un sultano. Abramovich e qualche altro oligarca russo lo battono alla grande in metri lineari. Neanche la capitale, Muscat, è spettacolare. Grande, dignitosa, moderna, efficiente, ma non c’è niente che svetti oltre un certo numero di piani. Una legge lo vieta. Niente grattacieli folli, ma solo palazzi discreti. L’Oman è il più silenzioso, discreto e meno esibizionista dei Paesi della favolosa penisola araba. Coraggioso anche stretto com’è tra, appunto, uno Yemen medievale e i sauditi che mettono in galera le donne che guidano un’auto.

Kaboos ha una reggia, come si conviene. Però è una reggia strana. Sembra fatta con il Lego, solo con gli angoli più smussati di una costruzione con il Lego. Però i colori sono quelli. Giallo lucido, azzurro lucido, come fosse di plastica, appunto. Kaboos, che ha 75 anni, ci vive da solo, divorziato, non ha neppure un harem, lo hanno “accusato” di omosessualità, e potrebbe essere, ma nessuno se ne cura, né lui, né il suo popolo. Non hanno bisogno del super-sultano, con stuoli di donne sottomesse al seguito qui. Ti puoi avvicinare quanto vuoi alla reggia di plastica. Non c’è traccia neppure di guardie come si usa perfino davanti alla casa di un assessore regionale da noi. O quasi. Semmai qualche decina di giardinieri, con divise tutte uguali, perfetti, che sembra spuntino uno a uno i fili d’erba di una serie di aiuole, perfette, che contornano la reggia. Un quadro magnifico perché oltre alla reggia di Lego, c’è un palazzo tradizionale, raffinato, ornato di merletti arabi e dietro ancora, la costruzione possente di un forte portoghese squadrato e semplice. Contrasti.  I rozzi portoghesi famelici conquistatori, i colti arabi della classicità, il sultano più colorato e moderno del mondo. In una sola immagine. Di sera è anche uno spettacolo di luci e ancora di silenzi. Intorno c’è la vecchia città, quella che ti aspetti. Il suk, la gente variopinta, qualche donna velata. Più in là la città moderna. Anche questa ti aspetti. Banche, strade larghe, traffico, auto potenti perché comunque il pieno lo fai con pochi dollari di qualsiasi dimensione sia il tuo serbatoio, banche, moschee. E la Grande Moschea. Abbacinanti marmi bianchi, arabeschi, colonne. 416 mila metri di area con costruzioni per 40.000 metri quadrati. C’è posto per 20.000 persone in preghiera su un tappeto di 60 metri per 70, che pesa 21 tonnellate ed è fatto in un unico pezzo con 1.700.000 nodi. Ma anche questa te l’aspetti. Sono le puntuali tartarughe “svizzere” che non ti aspettavi. ? sp

Foto Sergio Pitamiz | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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