Le miniere del Brasile

di Lorenza Sganzetta

Non si sa bene che cosa l’avesse spinta a scegliere una ricerca del genere. Certo, i conflitti ambientali la interessavano da tempo, forse dall’inizio dell’università. Quelli sulla carta però, di cui si legge su Internazionale o sui bollettini geografici, con i cattivi che inquinano la terra ed espropriano le popolazioni indigene e i buoni che lottano per i diritti di un mondo giusto e pulito.

Quando era partita, sapeva solo che avrebbe dovuto fare delle interviste, raccogliere dei dati ed elaborarli in forma scritta, farci una tesi. E che tutto ciò sarebbe avvenuto nella sua amata Amazzonia brasiliana, dove già aveva degli amici e tanti bei ricordi. E proprio per questo forse aveva trovato il modo di farcisi mandare dalla sua università, spesata con una bella borsa di studio. Avrebbe dovuto fare una ricerca sulle miniere a cielo aperte nella foresta, quelle che già negli anni ’80 avevano devastato il paesaggio e che erano diventate celebri grazie alle foto di Salgado, con i suoi golden men ricoperti di argilla, armati di piccone e lima, nelle voragini dell’oro grezzo. Ecco, ora pareva che fossero tornate di moda e che la nuova ondata di violenza e prostituzione negli accampamenti stesse facendo impazzire i poliziotti di frontiera e le comunità locali.

Sia chiaro, L non sapeva nulla di come si raccolgano e si raffinino i minerali preziosi, e men che meno l’oro. Tant’è che, appena arrivata al porto di Santarém, dopo tre intensi giorni di viaggio in barca da Manaus (l’affascinante regina della foresta, unica città che si staglia in mezzo alla giungla, protagonista del capolavoro di Herzog, Fitzcarraldo), era stata accolta da quello che sarebbe diventato il suo correlatore di tesi, guida spirituale e di viaggio, psicologo e amico. M, uno dei più grandi esperti brasiliani del tema, ossessionato dai conflitti per la terra e sempre pronto ad esporsi in prima persona per difendere i diritti dei popoli della foresta. E la prima cosa che si sentí dire fu “bene, ho preparato un bel po’ di documenti da farti studiare”.

© Nayane Fernandez

Ma come?L era pronta a partire per la più avventurosa spedizione del secolo, col suo cappello da esploratore, la pila dinamo, la borraccia termica, le batterie solari, l’Autan tropical e ogni utile ammennicolo i suoi familiari e amici le avessero regalato prima della partenza. Ma l’attesa non duró tanto. Dopo pochi giorni partirono per Itaituba e da lí, con una barca a motore, visitarono le principali miniere che si affacciavano lungo il Tapajos, il fiume verde. La vita di quei giorni fu una sorpresa continua, un flusso ininterrotto di adrenalina. L si sentiva come una slavina in montagna, una palla da baseball lanciata verso la base, investita da milioni di stimoli, senza riferimenti, abbagliata da tutto, ignorante su tutto e senza nemmeno il tempo di chiedere a M delucidazioni. Solo la sera si concedevamo un momento di pausa, quando, accampati in qualche bar per minatori in riva al fiume, spenti i generatori, si buttavamo sfiniti sull’amaca e, dondolandosi alla luce lunare, L tempestava la sua guida di domande e tardava il momento del sonno, sotto l’effetto del più naturale degli eccitanti, la curiosità.

Le miniere a cielo aperto e il loro incredibile funzionamento la colpirono subito: enormi buche di terra e fango, da cui venivano raccolti grossi cumuli di terra che, tramite processi artigianali e attrezzi corrispondenti a quelli del Klondike di Paperon De Paperoni, venivano setacciati per isolarne i frammenti preziosi. Non ne avrebbe dimenticato alcun dettaglio. Una settimana intensa. Ma niente a che vedere con ciò che li aspettava a un giorno di barca da lì. Niente avrebbe potuto preparare L all’esperienza principe, la raccolta dati nella cava proibita di Paxiuba, la miniera dei pozzi verticali.

La miniera era costituita da buche profonde fino a 30 m scavate a mano, dove i minatori si calavano tramite un rudimentale sistema di carrucole, armati di un piccone, un secchiello e un cavo elettrico collegato a un generatore esterno. Una volta giunti a destinazione, infatti, la scarsitá di ossigeno imponeva l’uso di un ventilatore portatile per respirare meglio. Nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stesse succedendo e L venne invitata a scendere per prima nel pozzo. Uno dei minatori le strinse intorno ai fianchi una corda, quasi a creare un’imbragatura e avvisó di non aggrapparsi alle pareti del tunnel perché la terra era fresca e si stava ancora asciugando.

© Nayane Fernandez

Eccolo lì, un cunicolo di terra pressata, un quadrato perfetto dove passava un uomo al pelo. Mentre scendeva, il rosso della terra argillosa si faceva sempre più intenso e a L sembrava davvero di essere vicino al centro del mondo, al centro di tutto. In quel momento pensó a qualsiasi cosa: pensó che forse l’inferno avesse davvero quel colore, che l’assenza di rumore e l’aria rarefatta presto l’avrebbero fatta sentire un astronauta sulla luna più che un lombrico a 30 metri sotto terra, pensó a cosa avrebbe detto la mamma che voleva studiasse biologia marina. Chissá perché poi.

E guardó in giù, con la netta sensazione che l’essere lí sospesa, a metá di un pozzo in mezzo alla foresta e con un perfetto conosciuto che le faceva sicurezza, fosse esattamente il posto in cui doveva essere. Il tempo sospeso, le risa degli uomini che dall’alto della superficie guardavano il fondo e lanciavano qualche battuta sessista nel loro gergo privato, lasciando cadere di tanto in tanto la cenere delle loro sigarette. In basso l’aspettava un giovane apprendista visibilmente annoiato, con un cappellino del Flamengo calcato alla rovescia e un piccone in mano. L pensó di precederlo e investirlo di domande precise, in modo da concentrarlo per bene su qualcos’altro: il procedimento di scavo piú efficiente, il modo di tenere il piccone, come riconoscere la vena perfetta in cui si bilanciano i sedimenti argillosi e quelli pietrosi, la quantitá media di terra nel secchiello, ecc. Ma poi cedette e gli chiese ció che davvero la incuriosiva: non ti manca l’aria qui sotto? Non hai paura che qualcuno si dimentichi di te? Non ti senti solo a stare qui a scavare quattro ore di fila ogni giorno? Tutto confermato, era davvero il lavoro peggiore del mondo, quello. E L stava scoprendo quanto fosse facile cadere nelle paure piú banali, quando non si ha via di fuga.

Ma quel lavoro dava una speranza, un senso di libertá e di sfida che solo guardando negli occhi ognuno degli uomini che l’avevano calata in quel buco infernale, avrebbe capito. Solo fuori di lí, davanti a delle birre versate in tazze sporche di argilla, avrebbe capito che la famosa “febbre dell’oro” non è solo una frase fatta. Esiste davvero. E infetta la mente e i cuori di migliaia di uomini e donne che, lontani da tutto, vivono delle vite incredibili, senza alcuna comoditá, rischiando la vita, spinti dal senso della sfida. Eroi del nuovo Far West. E che quella avventurosa discesa le aveva appena fatto assaggiare una delle sensazioni piú ataviche dell’uomo, un misto di eccitazione e paura primordiale che mai avrebbe dimenticato.

E che la tenne sveglia tutto il tempo quella notte.?ls

Link utili: Radio Bullets

Foto Nayane Fernandez | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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