Armenia, la perla del Caucaso

di Elia Rossi

A contarle tutte ci si perde. Così bisogna andare a leggere che sono 2750, le bocche sparse lungo la Strada delle Fontane. La cifra coincide con gli anni di Erevan, almeno quando, nel 1968, fu creato quello spazio cittadino. Da allora i luoghi pubblici, monumentali e ricreativi della “Parigi del Caucaso” hanno continuato a crescere. Oggi il centro di questo grande sviliuppo è collocato tra l’Opera e Piazza della Repubblica, dove si moltiplicano i caffè all’aperto e i locali jazz, fino ad esplodere nelle vie Mashots e Abovyan. Qui l’apertura verso l’Occidente si esprime soprattutto nella forma di una movida notturna che vede file di ragazzi giungere dalle periferie per passeggiare tra ristoranti thailandesi e boutique alla moda.

L’immagine di Erevan come “Tigre del Caucaso” (l’edilizia è cresciuta del 700%, quando – in generale – l’Armenia vede il proprio Pil aumentare del 10% ogni anno) cozza con l’immobilità del Monte Ararat, con la quiete biblica delle sue nevi perenni. Lo si vede svettare all’orizzonte, oltre la città, e la luce riflessa dai suoi ghiacciai proietta sfumature rosa sulle pareti di tufo della capitale armena. Tutti i grandi viali pedonali, i parchi verdi e i palazzi del centro sono immersi in questa luce corallina e calma, che accompagna la quotidianità dei suoi abitanti da quasi 2800 anni. Erevan è infatti una delle città più antiche del mondo, anche se l’epoca sovietica degli anni Trenta ha segnato, qua e là, alcune cesure a livello architettonico. Tuttavia è possibile cogliere l’unità ininterrotta del suo folclore e della sua architettura nel Museo Nazionale di Storia, uno dei più importanti della città insieme a quello d’Arte Moderna e, soprattutto, alla biblioteca Matenadaran, contenente 17000 manoscritti, di cui alcuni millenari.

Karmaravor

Una volta, parte di questo sapere era curato e nutrito dalla fantasia degli ashug, i trovatori armeni. Espressione di un popolo immerso in un paesaggio forte, capace di catalizzare la creatività e di colorirla con storie discese dalle vette caucasiche, dai monasteri intorno al lago Sevan, fino alle voci persiane che giungevano dal nord dell’Iran. L’Armenia non poteva che diventare il primo stato cristiano della storia: la sua spontaneità nel nutrirsi di narrazioni, di condensarle e svilupparle è fortissima. Tutto ha avuto inizio a trenta chilometri dall’attuale Erevan, nel monastero di Khor Virap. Si racconta che alla fine del III secolo il re pagano Tiridate III avesse portato lassù il cristiano Gregorio e l’avesse gettato in un pozzo profondo sette metri, lasciandolo in questa disperazione finché la morte non fosse sopraggiunta. Poi il sovrano si innamorò della bellissima Hripsime la quale, – vendetta del destino!-, era cristiana. Hripsime osò rifiutare il re e questo, furioso e impotente di fronte all’amore, si ammalò di licantropia. Fu la sorella del re a ricevere in sogno il consiglio di rivolgersi a Gregorio, il cristiano gettato sul fondo del Khor Virap. Quando i soldati giunsero lassù lo trovarono ancora vivo e scoprirono che per tredici anni le donne cristiane si erano arrampicate di nascosto ogni giorno, portandogli da mangiare e da bere. Così Gregorio fu liberato e, da allora, l’Illuminatore divenne il primo Khatolikos della Chiesa armena. Oggi il Khor Virap è il monastero simbolo di ogni viaggio in Armenia. Una scala di ferro, incastonata nella parete, consente ai turisti la calata nel pozzo dell’Illuminato.

L’Armenia è anzitutto un paese di montagna. Tutto il suo territorio è distribuito tra massicci vulcanici e alte pianure costellate di laghi. Così è la sua cucina: ricca di contrasti e di colori, di intarsi e abbinamenti forti. L’immagine del banchetto, allestito con cura maniacale, la descrive bene.  Al dragoncello, all’aneto e ai chicchi di melograno si abbinano le trote del lago di Sevan. La preparazione di confetture è considerata un’arte antica, in dialogo naturale con le albicocche, i fichi e le prugne che al sole dei monti caucasici crescono più carnosi che altrove. Come l’uva, che ha spinto il Centro di ricerca sulla vitivincoltura di Treviso a un gemellaggio con i produttori di vini armeni ritenuti, da alcuni, i veri progenitori del Prosecco. ? er

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