A tavola con Bonvesin de la Riva

Expo 2015 ha rappresentato per i milanesi e per i moltissimi italiani e stranieri che giornalmente si accalcano lungo il Decumano, una scoperta di come va il mondo e di come gli abitanti del mondo – in armonia col tema suggerito dall’esposizione universale – si nutrano e scoprano i segreti del produrre ‘cibo’ alle svariate latitudini del pianeta. I riti ‘golosi’ di chi visita Expo si protrarranno sino alla fine di ottobre, quindi si potrà scoprire e gustare piatti esotici e nostrani, in affannosa e curiosa ricerca dell’insolito, del genuino. Ma per restare in tema (cibo e buona tavola) può essere motivo di curiosità e anche di un certo interesse storico scoprire come già nei secoli del tardo medioevo c’era chi dedicava studi e trattati su ciò che l’attuale Expo propone; vale a dire: coltivazione della terra e produzioni agricole, allevamento degli animali, preparazione dei cibi.

Il personaggio in questione si chiamava Frater Bonvicinus de Rippa, attivo a Milano e nel contado verso la fine dell’anno 1200. All’epoca, la città era un grosso borgo agricolo affondato nel verde dei boschi, dei prati e umidificato da una fitta rete di fiumi, canali, marcite e, a detta di Bonvesin, galleggiava in un mare di abbondanza. Nel suo De Magnalibus Mediolani (Le Meraviglie di Milano) – ricorrendo a una lingua ‘volgare’ utilizzata nelle prediche (latino curiale) e quindi infarcita anche di parole dialettali – il buon frate elenca le ‘ricchezze’ alimentari della sua città.

Affinché non si nutrano dubbi sul fatto che Mediolanum sia il vero ‘ombelico’ del mondo, Bonvesin ci informa che per lavorare i campi vengono impiegati ben triginta milibus parium bovum (trentamila paia di buoi); il frutto di tale lavoro mette insieme, in un anno, qualcosa come  duecentomila plaustris feni (carri di fieno). Tutti, o quasi tutti, possiedono poi una piccola vigna e la vendemmia annuale ‘colma’ addirittura seicentomila carri di uva, che si trasformeranno in gran parte in vino; cosa che, ricorda Bonvesin, fa di Milano la mecca dei misciones (beoni). Infine, si raccoglie legna da ardere dai boschi circostanti (probabilmente anche da quelli che occupavano l’attuale area di Expo) per centocinquantamila carri all’anno. Grandi lavoratori, i milanesi, in grado di dedicare alla buona tavola parte dei propri guadagni. Il fraticello non ha dubbi, in proposito: a Milano, chi habet suficientem pecuniam (ha soldi a sufficienza) riesce ad appagare ogni voglia culinaria. Un primo elenco vede l’elencazione delle ‘verdure’ e delle ‘erbe’ che insaporiscono i piatti preparati e serviti nelle case nobiliari e in quelle dei ceti più modesti. Quasi un bisticcio fonetico sono le parole raparum e naporum; indicano rispettivamente le ‘rape’ e i ‘navoni’ o ‘ravizzoni’. Sulle mense milanesi è comunque un tripudio di prodotti della terra: caules, lactucas, spinachia. feniculum, porra (cavoli, lattughe, spinaci, finocchi e porri).

Per preparare gustosi minestroni, sono a disposizione: faxeolorum, lentium, cicerum e fabarum (fagioli, lenticchie, ceci e fave). Ingredienti modesti ma preziosi di ogni cucina sono poi le ‘erbe’, i ‘sapori’. E qui Bonvesin elenca quelle più importanti: salviam, mentam,, mayioranam, alium, baxalicon, petroselinum (salvia, menta, maggiorana, aglio, basilico e prezzemolo) senza trascurare le olivarum et lauri bacce (bacche di olivo e lauro); le bacche di lauro, ricorda il frate, sono portentose per la cura del mal di ventre, una volta immerse nel vino caldo. Per i piatti forti, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Bonvesin confessa di amare in modo particolare le boni saporis carnes (carni saporite); le scelte comprendono quindi animali da cortile e cacciagione: caponum, columbarum, pavonum, anatum, galinarum, faxianorum, turturum, perdicum, alaudarum, coturnicum, fiscedularum, ornicum e anserum. Nell’ordine: capponi, colombi, pavoni, anatre, galline, fagiani, tortore, pernici, allodole, quaglie, anatre selvatiche, galline selvatiche e oche. Tra i cibi più ‘consistenti’ troviamo: sues (maiali), oves (pecore), quindi agni e hedi, ovvero ‘agnelli’ e ‘capretti’. Vera delizia delle acque del Lambro sono poi i cancri (gamberi). Innaffiato da ottimo vino il pranzo (o la cena) possono concludersi con alcuni frutti oggi di difficile reperibilità, ma un tempo abbondanti nel milanese: morona, ficus flores, iuiube, poma cotuna, nespila (more, fichi fioroni, giuggiole, mele cotogne, nespole) e per l’autunno avanzato, verso il quale ci stiamo incamminando, una scorpacciata di castanee, que marona dicuntur (castagne, dette anche marón).


del ‘Columnist’ Federico Formignani | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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