Calabria, rapiti dai briganti del Savuto

 

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I colli ammantati di boschi salgono gradatamente a raggiungere l’altipiano silano dove, a quota 1360 metri, salutato dall’aria fra le più pure d’Europa, nasce il fiume Savuto. Lungo il suo corso accoglie decine di affluenti, acque benedette per una terra rigogliosa e aspra dai frutti prelibati.  In questo reticolo emergono i nodi di paesi e piccoli borghi dall’aspetto austero, dove  storia e  natura di suolo sismico sono passate con il loro poderoso erpice, lasciando tracce scolpite nei muri e nella vita degli uomini.

La Valle del Savuto ha conosciuto nel tempo la presenza e il passaggio delle popolazioni italiche dei Bruzii, quindi dei Greci e dei Romani. Vennero poi le scorrerie dei Saraceni, e le dominazioni di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borbone e infine i Savoia, con l’unità d’Italia.

Governanti e subalterni, chi più chi meno,  erano avvezzi a depredare  e affamare le popolazioni della valle come altri territori rurali del sud. Così intorno al XVI secolo apparve un personaggio controverso, a volte acclamato come paladino del popolo altre semplicemente derubricato a feroce bandito. La figura del brigante si staglia comunque in queste contrade, ed è indubbio che spesso il brigantaggio agisse contro i potenti di turno, godendo dell’appoggio della popolazione, vendicatore e benefattore degli umili. E allora, per chi vuole scoprire intimamente questo lembo di Calabria quale miglior guida del brigante, colui che conosce ogni angolo, i boschi centenari, le grotte segrete, i villaggi fermi nel tempo, le libagioni semplici e golose, i vini generosi, le musiche e i canti ancestrali, le mistiche e le devozioni?

Il Gruppo di Azione Locale (G.A.L.)  del Savuto, finanziato con fondi UE,   raggruppa 20 comuni e ha lo scopo di valorizzare il territorio anche attraverso la creazione di una rete collaborativa fra produzioni agroalimentari tipiche, dell’artigianato tradizionale e artistico e dei servizi turistici. Un compito che necessitava di un alleato forte e determinato. Ecco allora che il Brigante del Savuto è stato richiamato in servizio, estradandolo dalla leggenda e dalle narrazioni dei nonni, prendendolo a prestito dalle ballate di vecchi e nuovi cantori, ed è divenuto simbolo di produttori e operatori riuniti nel marchio collettivo Savuto Rurale.

Il marchio del Brigante si sta affermando nella valle, garantendo al visitatore un viaggio di autentica conoscenza. E dunque partiamo.  Siamo all’estremo meridione della provincia di Cosenza; sui due versanti e nella parte alta aggrappata alla Sila Piccola dominano le foreste ma non mancano i coltivi. Ortaggi, ulivo, patate autoctone e vigneti sono le principali produzioni agricole. Nei territori di Carpanzano e Marzi, fino a lambire il comune di Parenti, si trovano gruppi di castagni monumentali alti fino a diciotto metri e dalla circonferenza di oltre nove che portano nel DNA 800 anni di storia. I frutti dei giganti del Savuto sono perfetti per l’essicazione; nelle frazioni Pianosementi e della deliziosa Orsara, che ancora possiede un forno comunitario, si trovano esempi di tradizionali essicatoi a legna, detti caselle. La terra è generosa, regala funghi porcini (capiniuru) e finferli da guinness, che il sottoscritto ha personalmente sperimentato in associazione alle patate silane, sfiorando le lacrime.

Le strade si inerpicano e la natura prorompe ad ogni curva, fra abeti bianchi, faggi, querce, pini silani, ontano napoletano, mentre da qualche parte ci osserva guardingo il gatto selvatico, lo scoiattolo nero funamboleggia fra i rami, il capovaccaio volteggia alto sulle greggi, e il lupo attende i rigori dell’inverno per calare dai monti.  L’ambiente invita all’andare lento, i piedi, il cavallo, la bicicletta sono i mezzi giusti. Ancora non esistono organizzazioni dedicate a queste lodevoli pratiche slow, bisogna autogestirsi contando sulla proverbiale disponibilità della gente. Un esempio sono le giovani guide del gruppo associato alla protezione civile di Rogliano, volontari che accompagnano gli escursionisti in percorsi altrimenti invisibili, nella natura più integra e selvaggia della Presila, fino a raggiungere posti incantati come il lago Arvo sull’altipiano, dove pascolano le candide mucche podoliche, in un panorama agreste montano maestoso.

Basta invece una passeggiata per arrivare al ponte di Tavolaria, probabilmente costruito  sul Savuto dai Romani nel I secolo d.C.. Il ponte si trova in una gola circondata dai boschi poco oltre la bella cascata dell’affluente Cannavino. Echi di storia antica lungo il corso capriccioso del fiume conducono presso Scigliano al ponte detto di Annibale, parte della perduta Via Popilia che i Romani costruirono tra il 131 e il 121 a.C. per collegare Reggio Calabria all’Appia Antica nei dintorni di Capua. Per la gente del posto il ponte prende il nome di Sant’Angelo, che secondo una credenza popolare qui duellò con il diavolo.

Il culto e la venerazione dei santi trovano l’apice nella figura di San Francesco di Paola, vissuto per dodici anni a Paterno presso il convento dei Padri Minimi, del 1447. Al santo sono attribuiti un gran numero di miracoli, alcuni riprodotti con grazia ed efficacia in affreschi nel  chiostro. Qui anche il più granitico degli atei vivrà un attimo di sbandamento al cospetto dell’architrave in pietra che sovrasta il portale d’ingresso. L’architrave è fessurata seriamente in tre punti ma da secoli risulta perfettamente stabile nonostante terremoti e intemperie: ennesimo prodigio del buon Francesco, alla faccia del perfido Satana, autore della malefatta.

Gli edifici religiosi  del Savuto sono particolarmente ricchi di opere e oggetti di valore, perché questa è anche terra di sapienti artigiani e artisti, scultori, intagliatori, orafi, ceramisti. Esempi sono  il pulpito della chiesa di Santa Barbara a Marzi, l’altare intarsiato di Sant’Antonio,  in comune di Carpanzano, l’acquasantiera dell’Ecce Homo a Dipiniano. Da vedere il Museo di Arte sacra di Rogliano, per ritrovare in tante immagini e volti sacri intagliati le probabili fattezze dei paesani dell’epoca.

Il brigante che ci conduce possiede svariate armi per soggiogarci. Se già natura e arte non dovessero bastare, ecco il colpo di grazia. Sono i sapori antichi della tradizione, dai salumi di suino Nero di Calabria,  soppressata, pancetta, capocollo, salsiccia e guanciale, ai formaggi tipici di recente sottratti al semplice autoconsumo.  Fra i più rinomati la ricotta e il pecorino, in varie versioni e, gaudium magnum, il caciocavallo podolico. E poi verdure sott’olio e conserve, con rarità quali germogli di pungitopo e cicorie selvatiche,  o in frittelle, melanzane ripiene, patate in crocchette, con i funghi (vedi sopra), con i pipparuali (peperoni), dolci rustici dai turdilli alla pitta ‘mpigliata, fino al pane a lievitazione naturale, pure con farina di castagne. Il tutto innaffiato dai vini da vitigni autoctoni, il complesso Savuto DOC (già Mario Soldati ne lodava la tempra), prodotto con uve  Arvino, Greco Nero, Magliocco Canino, Nerello Cappuccio,  e il Donnici, che prende la denominazione “Terre di Cosenza”.

Piacevolmente satolli e frastornati, siamo pronti alla resa. In un ultimo attimo di lucidità affiora però un pensiero definitivo: ciò che davvero cattura in questi luoghi appartati e veraci è la gente. Tante persone che nonostante le difficoltà difendono con orgoglio identità, tradizioni e produzioni di qualità o, semplicemente, con la loro disarmante e spontanea accoglienza regalano al visitatore momenti di vera serenità. Ma questa è un’altra storia e non mancheremo di raccontarla. Infine una preghiera. Non veniteci a liberare.

Il G.A.L. ha ideato pacchetti turistici dedicati a diverse tematiche, ma sempre centrati anche sulle ghiottonerie del luogo,  con o senza volo, a prezzi molto convenienti:

Piccolo Mondo Antico (enogastronomia e borghi rurali); Salute e Sapori (natura ed enogastronomia); Santi e Briganti (arte ed enogastronomia).

di Gianfranco Podestà | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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