Letargo toscano

Dorme il Monte Amiata. Profondamente, da secoli. All’ombra del vulcano inattivo, l’autunno accende di rosso e di ocra paesaggi appannati. E mentre lo sguardo sconfina dalla piana della Maremma, fino alle colline senesi, tra faggi e castagni, rocce e muschi, brulica la vita. Sotto un sole autunnale che ancora non si è spento.

L’autunno è sicuramente una delle stagioni più suggestive e ci sono luoghi che, in questo periodo dell’anno, riescono a dare il meglio di loro, uno di questi è il Monte Amiata. Situato tra le provincie di Grosseto e Siena sorge questo monte, non uno di quelli con l’aspetto austero, ma comunque un rilievo che con i suoi 1738 metri sormonta tutto ciò che c’è intorno. Vulcano inattivo da ormai centinaia di migliaia di anni ha condizionato il paesaggio circostante; un esempio sono le città del tufo: Sovana, Sorano e Pitigliano a più di 20 km in linea d’aria dalla vetta e che, come dice il nome, sono situate proprio sopra rocce tufacee, createsi con il continuo accumularsi di detriti vulcanici (lapilli). Ma basta anche fare una passeggiata nei bellissimi boschi per trovare sparse qua e là rocce trachitiche, le rocce effusive createsi durante le eruzioni.

Oggi con il binomio Monte Amiata ci si riferisce ad una zona ben più ampia rispetto alla singola cima, includendo anche altre alture, come il famoso Monte Labbro (1193 m), e diversi paesi, ognuno caratteristico per una ragione diversa. Come il paese di Arcidosso, uno dei centri più importanti della zona con la rocca aldobrandesca, che lo contraddistingue, situata nella parte più alta del paese; oppure Roccalbegna che, come dice il nome è locata vicino al torrente Albegna, sotto uno sperone roccioso sul quale vi è un’altra rocca aldobrandesca, costruita anch’essa nell’XI secolo, nel pieno medioevo.
Altro comune importante è quello di Castel del Piano, dove l’8 Settembre ha luogo la festa patronale con la sfilata storica e il palio delle contrade in Piazza Garibaldi, dove si sfidano le quattro contrade: Monumento, Storte, Borgo e Poggio.

Nella storia contemporanea il Monte Amiata ha visto la nascita di un nuovo movimento religioso: il Giurisdavismo, fondato nel 1969 da David Lazzeretti in concomitanza con la costruzione della omonima Torre Giurisdavidica, situata sulla cima del Monte Labbro; di questa torre, poco dopo la sua costruzione,  crollò una parte per motivi strutturali. Il movimento giurisdavidico, una sorta di cattolicesimo, finì nei primi anni del 2000.

Non dobbiamo dimenticarci della parte senese del monte, dove uno dei più importanti centri è sicuramente Castiglione d’Orcia situato nella Val d’Orcia, riconosciuta nel 2004 come patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Ma ciò che rende, a parer mio, questo luogo così speciale è la natura, in parte modellata dall’uomo e in parte rimasta inalterata durante gli anni.

La fascia più bassa del monte è costituita da castagneti che qui, a differenza di altre zone d’Italia, vengono gestiti in modo redditizio, diventando una risorsa economica molto importante per la popolazione locale. Intorno a Settembre i castagneti vengono puliti per rendere la successiva raccolta delle castagne più facile, il materiale raccolto poi viene bruciato. Quindi è facile avvistare piccole scie di fumo qua e là su tutta la parte inferiore della montagna e se ci si addentra in uno di questi boschi il fumo va a creare un bellissimo e suggestivo paesaggio. Salendo lungo la montagna, quasi repentinamente, il castagno fa spazio al faggio e qui ci si trova davanti ad un’immagine totalmente diversa dalla precedente: alberi alti e dritti come fusi ed un bosco incredibilmente pulito e quasi privo di sottobosco. Ogni tanto compare qualche Abete bianco derivante da rimboschimenti passati. In tutta l’area, se le condizioni climatiche sono adeguate, è facile imbattersi in funghi di ogni genere da quelli eduli a quelli estremamente velenosi, ma comunque belli da vedere per colori e forme.

L’importanza di quest’area non è solo paesaggistica ma essa ha un ruolo rilevante nel mondo della conservazione naturalistica. La biodiversità è molto alta, con specie tutelate a livello europeo dalla famosa Direttiva 92/43 CEE, chiamata anche Direttiva “Habitat”. Il suo ruolo nel mondo della tutela ambientale lo si deduce dal fatto che vi sono stati istituiti quattro SIC (siti d’interesse comunitario). Tra le specie di pregio compaiono la Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina perspicillata) e l’Ululone appenninico (Bombina pachypus) specie ormai rara, ed il cui numero è in continua diminuzione. Oltre che di fauna minore la zona è ricca anche di ungulati e di un’avifauna d’eccellenza capitanata dalla presenza del bellissimo nibbio reale (Milvus milvus), seguito dal falco lanario (Falco biarmicus), entrambi protagonisti di progetti  di ripopolamento e di salvaguardia. A rendere il tutto ancora più magico è la presenza del lupo (Canis lupus), il cui ruolo di predatore top, lo rende uno strumento importantissimo ed essenziale per mantenere sotto controllo il numero di ungulati come i cinghiali.

 

Testo e foto di Federico Crovetto | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com
www.federicocrovetto.it

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