Di Galle non ho saputo innamorarmi. Il forte che si affaccia sull’oceano vibra di una maestosità ribelle, e serba ancora il retrogusto dei tempi coloniali in cui venne eretto. Le donne lo percorrono a piccoli passi, facendo ruotare gli ombrellini colorati per schermarsi dal sole, giovani coppie si tengono la mano discrete, con timidezza, e l’aria pizzica per la salsedine. Eppure a pochi metri la città è una trappola commerciale: le insegne dei ristoranti promettono a grandi titoli cucina autentica, i negozi sfoggiano fieri insegne lampeggianti che annunciano di accettare la carta di credito, e le botteghe pullulano di paccottiglia etnica che contempla maschere africane, gadget rastafariani e bamboline thailandesi.
Lasciamo la città dopo mezzogiorno, sotto un sole che brucia, e saliamo su un autobus che ci sballotta in direzione di Ratnapura. Lungo la strada, le palme cedono progressivamente il posto a una vegetazione di montagna rigogliosa, lussureggiante, avvolta da una patina di nebbia. Me ne riempio gli occhi guardando fuori dal finestrino e ripenso al libro di Michael Ondaatje che sto leggendo, nel quale lo scrittore srilankese descrive così bene i paradossi dell’isola che ha lasciato da bambino: “Ceylon cade sopra la mappa e la sua forma è quella di una lacrima. Dopo gli spazi dell’India e del Canada è così piccola. Una miniatura. Percorri dieci miglia e ti ritrovi in un paesaggio che dovrebbe appartenere di diritto a un altro paese”. Colgo con lo sguardo tanto verde, le scimmie funambole che si muovono con grazia sui fili elettrici evitando i cadaveri di enormi pipistrelli carbonizzati e penzolanti, colpevoli di aver toccato i due fili della corrente e perciò fulminati da una scossa mortale. Sono numerosi, mi ritrovo a contarli.
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Su consiglio di Thilanka, il giorno successivo prendiamo un autobus per Buduruwagala. Durante il viaggio una donna anziana mi sorride, dice qualcosa che non capisco, poi mi tocca la pelle, accosta il suo braccio al mio. Due gemellini giocano di fronte a me e non appena mi notano – l’unica straniera sul mezzo – cominciano divertiti a spiarmi dalla fessura tra i due sedili. Quando incrociano il mio sguardo si ritraggono, un po’ intimoriti. Buduruwagala è un villaggio povero, i turisti sono rari, ma le sue campagne celano un gioiello: un’enorme parete di roccia scolpita dalla quale emergono una serie di colossali statue buddhiste del decimo secolo. L’incontro con le statue è intenso, inaspettato: si parano davanti al visitatore al termine di un percorso fra gli alberi della foresta. Superbe, antiche.
La tappa successiva è Kandy, per la quale sono piena di aspettative: la famiglia del mio ragazzo ha tanti ricordi legati alla città e ce ne ha parlato con la mancanza di obiettività con la quale si descrivono i luoghi amati. Sono curiosa di scoprire se la mia esperienza mi darà sensazioni analoghe.
di Giulia Usai | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com







































