Capodanno: Saluti e Brindisi per tutti

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È vero che i maggiori dizionari italiani definiscono il salamèlecco un saluto esageratamente ossequioso, addirittura complimentoso e forse un tantino sdolcinato. Però gli arabi, con la formula salâm’alaik (la pace sopra te) non fanno che augurare, con dignità e sussiego, il bene più musulmano possibile. Dopo l’ave dei latini, resa celebre dai morituri che malgrado la situazione disperata si rivolgevano a Cesare con rispetto, arriva il pace e bene dei religiosi nostrani, saluto fraterno e cristiano nato nei secoli bui del medioevo. Peccato che tale esortazione sia in seguito quasi sempre caduta nel vuoto, sopraffatta da guerre, guerricciole, battaglie, disfide, pestilenze, carestie, raggiri, imbrogli, meschinità di ogni genere. Ma l’umanità, è risaputo, ha la memoria corta e talvolta anche fragile; perché dunque crearsi eccessivi problemi, quando ancor oggi tale saluto viene elargito e accettato con naturalezza e quasi sempre con la segreta speranza che, per davvero, serva a qualcosa?

Ecco dunque che la salutatio romana, col passare degli anni, si affianca alle altre formule di saluto; origina il salutamento, la salutazione (XIV secolo) e il salutatóre (XV secolo). Il tutto, dal salutare del XIII secolo. Il verbo è cordiale, quasi carnale, tant’è che in alcune lingue panromanze (spagnolo antico e rumeno, per esempio) significa anche ‘baciare’. Di saluto in saluto si arriva al confidenziale e insieme aulico addio. A nessuno sfugge che si tratta di un saluto in un certo senso ‘definitivo’. Non a caso le varie formule dei differenti dialetti sostengono che ‘addio, è il saluto del boia’; più definitivo di così! Invece la locuzione ellittica ‘addio’ (a Dio) si differenzia non poco da arrivederci, sottintendendo un ‘io ti raccomando al Creatore’ che proprio non guasta. Tommaseo, nel suo monumentale dizionario, ricorda inoltre che ‘addio’ può essere saluto non del tutto finale, quando usato nelle formule ‘addio a poi… addio a stasera… a più tardi’. Forse, un po’ fuori tempo, ma non per questo errato. Dall’addio all’usatissimo e familiare ciao, il passo è breve. ‘Ciao’ è parola lombarda di origine veneta. Cherubini, nel suo vocabolario milanese-italiano la scrive ‘ciavo, ciao’ e la fa derivare dall’espressione veneziana s-chiao (leggi s-ciao), vale a dire ‘schiavo, servo vostro’, ricordata dal Boerio nel suo dizionario veneziano del 1829. In alcuni saggi riferibili agli etimi più curiosi della lingua italiana, viene ricordato che tale forma reverenziale di saluto (ciao), ha trovato col tempo maggiore diffusione anche perché impiegata nelle commedie goldoniane. ‘Ciao’ approda in seguito sulle rive dell’Arno e sempre Tommaseo ne stigmatizza la ‘toscanizzazione’ (vi sono schiavo…) definendola ‘tristo augurio di rifacimento).

I saluti comunque, specie se amichevoli e cordiali, predispongono gli animi a una generale ‘bevuta’. I latini la chiamavano propinatio. Alicui praebibere o propinare voleva dire brindare a qualcuno, festeggiarlo bevendo. Ecco allora il brindisi, vocabolo già usato da Pietro Aretino nel 1534 (…contraffecero i Tedeschi con il brindisi) e mutato nel tempo come segue: brindis (1540), sbrinzi (1563), brindes (1582), brins (1587). Nell’anno 1583 troviamo il verbo brindisare che dà origine a varie forme dialettali tipo la napoletana brindez’z’are. Brindare è verbo del 1565, nato dal castigliano brindar. Altre formule dialettali curiose: l’aretino brènsolo e il calabrese brìnghisi.

Parola internazionale, ‘brindisi’, collegata anche alla locuzione tedesca bring dir’s (lo porto a te), vale a dire il calice o il boccale per bere alla salute di qualcuno. Espressione nata dalla soldataglia lanzichenecca e da questa trasmessa nel sedicesimo secolo a quella spagnola, allora presente nelle regioni dell’Italia del nord. L’atto del levare i calici, brindando, è stato poi accompagnato, un paio di secoli fa, dall’espressione cincin a tutti nota. Questo modo di dire ha lontane origini geografiche. Risale infatti alla formula cinese di cortesia ch’ing-ch’ing (prego, prego) trasmessa nel 1700 agli inglesi e da questi esportata in altri paesi, tra i quali il nostro. Altri ricercatori ritengono che ‘cincin’ provenga dal gergo marinaresco inglese e più precisamente da un pidgin anglo-cinese; una lingua mista usata dalla gente di mare.

del ‘Columnist’ Federico Formignani | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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