Lofoten. Oltre il muro di ghiaccio

Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)
Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)

Certo deve piacerti il freddo se vieni da queste parti invece di scegliere una spiaggia dei Caraibi. Quella sensazione di vigore che il freddo ti dà, quella reazione vitale che ti provoca. Questa è la Norvegia estrema e solitaria.

 Neve, neve, e ancora neve. Fresca e farinosa da affondarci dentro fino a superare le ghette, ghiacciata da sentirla sfrigolare sotto le suole, dura come quella sui marciapiedi di New York o Québec City da non riuscire a stare in piedi. E poi soffice e morbida capace di annullare tutti gli spigoli, gli angoli, e far diventare sinuoso tutto il paesaggio. Oppure frantumata, sgretolata e gettata in faccia a cento all’ora come una gragnuola di aghi dal vento gelido del nord in questo meraviglioso mondo candido. Tante sfumature di bianco in un vivace, continuo cambio di umore del tempo, tra nevicate improvvise e violente, e magnifiche, inaspettate schiarite, su tra le isole norvegesi oltre il Circolo Polare, in questa primavera nordica che ha ancora le magie dell’inverno senza avere la cupa angoscia della notte perenne. Marzo, aprile, il bianco lascia qualche spazio, qualche metro quadrato di terra scura emerge piano piano. Ma è ancora freddo.

Il mondo conosciuto, i giardini di Oslo, le piazze di Bergen, li scavalchi in aereo. Un salto per superare la civiltà urbana e tutto il resto e finire nel silenzio di Evenes. Un aeroporto, gli abitanti di un quartiere della capitale, un albergo, uno spiazzo dove il giorno dopo recuperi la tua auto a noleggio, il tuo cavallo con gomme chiodate per un’avventura on the road. Perché da qui parte una strada che si arrampica verso una dimensione diversa. E’ la E10 che vaga come una spettacolare pista di kart dentro il paesaggio contorto di questo bordo frantumato della Norvegia fatto di fiordi, qui ancora più sbriciolato e spaccato in tante isole. Obbiettivo Andenes, isole Vesterålen, punto estremo, 200 chilometri più su, ultimo balcone sul mare. Tre o quattro ore di viaggio, tra una breve tempesta, la tappa d’obbligo al Inga Sami Siida, un insediamento sami, una specie di museo vivente che mostra le tradizioni di quelli che un tempo chiamavamo lapponi. C’è una grande tenda, tipo teepee indiano, ci sono loro che spiegano un po’ di tradizioni, ci sono le renne nei recinti. Turisticamente curioso. Le renne le incontri anche fuori di recinti. Sembrano più felici anche se più affamate. Solitarie e galoppanti nella neve o in piccoli gruppi lungo le rive di un torrente. Sono libere ma tutte, o quasi, hanno un proprietario e più avanti nella stagione verranno radunate in grandi mandrie.

Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)
Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)

Andenes, isola di Andøya, una delle cinque isole dell’arcipelago di Vesterålen collegate tra di loro da ponti spettacolari. Ci si arriva piano piano perché qui i limiti sono da centro storico anche nei lunghi rettilinei che ogni tanto attraversano grandi spianate. Case basse, strade ghiacciate, poche auto, nessuno in giro. E’ la città delle balene. E del faro. Un faro rosso alto 40 metri che ancora funziona dal 1859. C’è un ufficio che organizza gli whales safari là fuori in quel mare grigio e blu notte che fa paura solo a vederlo. Trupponi di turisti giapponesi imbarcati, molti italiani, pillole anti mal di mare distribuite come noccioline, un capodoglio che spunta, una coda che sbatte le onde. Se hai fortuna è un bello spettacolo.

Che notte strana era stata, poi, la prima notte di Andenes. A piedi, fuori dall’albergo, nel cuore del centro, forse un’auto in giro, forse due, le case basse con tutte le finestre illuminate e immagini la vita là dentro in un ambiente surriscaldato per smaltire il freddo del giorno ma nessun fumo dai camini perché ci si scalda con l’elettricità, e improvvisamente il cielo che diventa verde. Striature verdastre in movimento, come fragili nuvole spazzate dal vento. Non capisci subito quel che succede se non hai mai visto un’aurora boreale. La cinta, il limite dove si può assistere a questo fenomeno passa proprio di qui e dalle isole Lofoten C’è anche un centro che lo studia, che manda i bollettini sul grado di probabilità che il fenomeno accada.

Le Lofoten sono l’altro gruppetto di isole da queste parti. Più note, forse. Il paesaggio non cambia, la strada neppure, i ponti sono sempre spettacolari e immagino gli ingegneri che godimento a disegnare su questo ammasso di scogli, pianure, fiumi e laghi un qualcosa di percorribile. Sono più a sud le Lofoten. La strada passa per Andøya, è una “strada turistica nazionale”, va vedere una magnifica costa frastagliata, i villaggi di case rosse sul mare, le pianure verso l’interno di torba e paludi, montagne scure che arrivano a 700 metri. Obbiettivo Svolvær, la città. Questa volta  una città quasi normale. Un museo, un grande porto, un villaggio turistico, battelli che ti portano fuori in mezzo alle isole a guardare le aquile pescatrici pescare quasi a comando e, noi turisti, a pescare con la lenza e incredibile facilità enormi merluzzi intontiti e sfiancati dal viaggio attraverso lo stretto di Bering che graziose hostess sulla barca sventrano e sfilettano con le mani insanguinate e determinazione da marinaio per chi se li vuole portare a casa. E ti chiedi se usciresti mai con una ragazza capace di usare il coltello in quel modo. E’ la stagione dei merluzzi questa, il cod fish, che poi, decapitato, squartato diventa stock fish, pesce da stoccaggio diventato poi lo stoccafisso con libera traduzione. Li vedi i milioni di merluzzi destinati a diventare baccalà con polenta appesi su enormi strutture di legno ad essiccare. Basta il vento secco di queste parti per fare il lavoro. Vicino a Svolvær si va a vedere una fish factory, la fabbrica dei baccalà. Una catena di montaggio perfetta. In banchina arrivano i pescherecci con grandi cassoni pieni di merluzzi. Nastri trasportatori li inviano verso l’interno della fabbrica e schiere di lavoratori decapitano, sventrano, sfilettano quelli che qualche ora prima erano speranzosi aitanti esemplari arrivati fin qui per riprodursi. E di baccalà e di noi che andiamo a vederli vivono le piccole Lofoten.

Testo di Lucio Valetti foto di Sergio Pitamitz   | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)
Norvegia Lofoten (© Foto di Sergio Pitamitz)

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Informazioni

Sito ufficiale delle Isole Lofoten

Per informazioni su un viaggio in Norvegia visitare il sito Visit Norway dell’Ente del Turismo norvegese. Per informazioni sulle isole Lofoten potete visitare questa pagina

Informazioni sulle aurore boreali:

Per sapere tutto sulle aurore boreali si può visitare il sito di Polarlight Center, stazione scientifica sulle isole Lofoten, un luogo di osservazione privilegiato.

Come arrivare: con SAS  via Oslo da Roma, Milano e altre città italiane.

Quando andare – Clima: Le Isole Lofoten si possono visitare tutto l’anno. Per le aurore boreali il periodo migliore sono i mesi di ottobre/novembre e febbraio/marzo. Il clima è piuttosto rigido anche se le temperature difficilmente scendono sotto i -15°.

 

Fuso orario: +1

Documenti: carta d’identità valida per l’espatrio.

Vaccini: nessuno.

Lingua: norvegese, ma l’inglese è parlato perfettamente ovunque.

Religione: evangelico-luterana.

Valuta: corona norvegese. 1 Euro corrisponde a circa 9,6 NOK

Elettricità: 220 volts. Prese di tipo Schuko (tedesco).

Telefono (prefisso e copertura mobile): +47.  Copertura mobile, sia voce che dati ovunque. Roaming molto conveniente se viene scelto il giusto contratto prima di partire dall’Italia.

Abbigliamento: tecnico invernale, da montagna meglio che da sci.

Shopping: Maglioni di lana e stoccafisso sono gli acquisti tradizionali.

Suggerimenti: documentarsi bene sull’abbigliamento da portare e sull’attrezzatura fotografica.

 

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