Lungo il Brahmaputra: il Myoko Apatani Ziro Festival

DSC_4107

L’attraversamento del fiume Brahmaputra, lasciando alle spalle l’Assam, conduce a Itanagar, capitale e porta di accesso dell’Arunachal Pradesh, in sosta burocratica per prendere i permessi speciali per la sua visita, al fine di raggiungere la Ziro Valley, vero motivo ispiratore dell’itinerario per conoscere il principale e più noto ceppo etnico che vi abitano, gli Apatani.

La parola Apatani con tutta probabilità deriva da Abotani, colui che la religione dei seguaci di Donyi Polo considera il primo uomo. Essi vivono in case fatte di palafitte di legno verticali alte e intrecciate con pareti e pavimenti di bambù, sviluppando all’interno della comunità prettamente agricola e manuale (ancora oggi senza l’uso di animali da allevamento o macchine) un sofisticato sistema di irrigazione dei campi ed elaborando socialmente un sistema di classi suddivise in nobili e schiavi.

Le donne si distinguono per i volti ampiamente tatuati (Twpe) con linee blu dalla fronte fino alla punta del naso e cinque strisce verticali sotto il labbro inferiore nel mento, ma soprattutto per i Dat, due grosse placche di legno scuro (Y’apiñ hullo), inserite sul naso, una sulla parte superiore di ogni narice; piccoli pioli infatti venivano inseriti in etá precoce e crescendo la misura dei tappi aumentava progressivamente fino a raggiungere i 6-7 centimetri di diametro, come vuole la loro tradizione che ne testimonia il passaggio all’età adulta, anche se questo uso è gradualmente caduto in declino negli ultimi anni e rimasto solo tra le donne anziane.
Alcuni sostengono che questa pratica è derivata da una favola mitologica, molti altri invece sembrano credere che sia una pratica tribale. Infatti in un lontano passato, per evitare che gli Apatani dovessero affrontare frequenti incursioni nemiche da parte di tribù vicine (specie i Nishi) che avevano anche l’obiettivo di rapire le donne più belle del villaggio, il loro capo decise di sottoporre le donne a questa pratica, per renderle meno desiderabili. Nel fare il tatuaggio, al sangue che trasuda dalla pelle traforata viene applicata una soluzione, fatta mescolando la fuliggine nera delle pentole con acqua di riso bollito. Dopo qualche tempo, quando la soluzione si asciuga, sulla ferita è applicato lentamente e per alcuni giorni l’Hufi, una miscela di olio caldo e sangue di maiale, che l’aiuta prima a guarire e poi a trasformarla in tatuaggio. Le donne inoltre si coprono le trecce, che sono rotolate in una palla (Dillin) sulla parte superiore della testa, in cui può essere inserito orizzontalmente uno spiedino di ottone (Adin).

Gli uomini Apatani portano i capelli legati sopra la fronte con il Pwdiñ, un nodo attraverso il quale viene fatta passare orizzontalmente una bacchetta di ottone di circa 30 centimetri (Dinko) ed hanno a tracolla un lungo coltello protetto da un fodero di bambù intrecciato; inoltre decorano la loro faccia con un tatuaggio sulla metà del mento a forma di lettera “T”. Anche loro perforano i lobi delle orecchie con grandi pezzi di bambù scavato chiamato Yaru Hukho (Tappo per le orecchie).  Sopra i fori dell’orecchio, due o tre fori più piccoli sono realizzati per indossare 2 o 3 orecchini, a formati da anelli di ottone (Ruttiñ Yarangs) del diametro di circa tre o quattro pollici. Questi segni sono diventati nel tempo i canoni estetici di bellezza degli Apatani ed è normale nella loro società che in gioventù, sia uomini che donne gareggino per migliorare l’avvenenza tra di loro per avere il migliori tatuaggi, piercing nasali e auricolari, nodi di capelli e grossi anelli.

Anche se nel corso degli ultimi decenni, i missionari cristiani sono stati molto attivi in tutto il Nord-Est indiano e hanno avuto un impatto sulle credenze e modi di vita religiosa della regione, la maggior parte degli Apatani sono ancora animisti. Come tali, essi credono che gli dei e le dee saranno placati con l’offerta ed il sacrificio di animali, che benedirà la comunità. Il culto dei sacrifici infatti è uno dei più radicati nella cultura Apatani e una delle sue massime espressioni può essere osservata durante il Myoko, festival che si celebra ogni anno in primavera, la cui data esatta di inizio viene stabilita dallo sciamano previa consultazione degli oracoli.

Il Myoko Festival è uno degli eventi più importanti della etnia Apatani e ha una grande rilevanza sociale in quanto colui che offre la festa a parenti e vicini aumenta moltissimo il suo status sociale all’interno della comunità; in esso confluiscono secolari credenze nella possibilità di raggiungere la fertilità dei campi e con essa si intrecciano i metodi di rafforzamento familiare, di legami tra i clan e tra i villaggi. Questo spiega perché le famiglie più ricche aspirino a dare sempre queste feste.

Essere in giro per la Ziro Valley durante il Myoko Festival è un’occasione speciale per vedere da vicino le loro tradizioni, in un momento unico in cui tra la gente locale anche chi vive lontano per lavoro in quei giorni ritorna ai villaggi natali di Hari, Tajang, Tarin e Hong per partecipare e vivere la festa.
Ovunque per le strade ci sono pali sciamanici con frange e bandiere appese, a significare la fede animista degli abitanti. I locali sono molto ospitali e invitano i forestieri a visitare le loro abitazioni, offrendo distillato alcolico di riso e te.

La vigilia del giorno del grande sacrificio dei maiali, clou del Myoko, nel pomeriggio comincia la processione d’inizio del Myoko Festival. Un lungo corteo spontaneo di gente, ognuno con un rametto di palma locale in mano, si muove lentamente intorno ad alcuni capanni (uno per ogni clan familiare) cantando e pregando il Miji, una raccolta di canti religiosi. All’interno lo sciamano, vestito con il Jilan, l’abito cerimoniale tradizionale e con grossi orecchini ai lobi, collaborato da alcuni assistenti prosegue con le preghiere ripetute ad oltranza fino al momento propizio del sacrificio degli animali (maiali o polli) loro offerti.
Durante la notte seguente il maiale selezionato viene sventrato ancora vivo ed il suo cuore, ancora pulsante viene osservato dallo sciamano e dai suoi assistenti al fine di consultare gli oracoli, si spera favorevoli per il villaggio. Si ritiene che in questo giorno gli dei e le dee benediranno il luogo augurando una grande raccolta di riso.
Contemporaneamente, dalle 2 di notte fino al sorgere del sole, tanti maiali, mithun (bovini tipici dell’India del nord-est) legati ad un palo per le zampe, o legati testa in giù ai rami dell’albero sacro in caso di polli, nei cortili delle case dei ricchi Apatani propostisi per le feste private, dopo la loro purificazione eseguita per mezzo dei canti dello sciamano designato da ogni gruppo familiare, vengono sacrificati seguendo gli stessi rituali.
Le visite itineranti ad ogni clan familiare in festa sono segnalate dalla presenza davanti le loro case da gruppi di donne sposate, che si mostrano elegantemente vestite nei loro abiti cerimoniali di colore chiaro e con i loro gioielli di famiglia, tra cui grosse collane di pietre dure, e intente a cospargere farina di riso e birra di riso sopra le decine di maiali che giacciono per terra e ad offrire dolcini e alcol di riso ai presenti.
Dopo che il principale sacerdote Myoko ha finito di cantare le sue preghiere per diverse ore, i suoi assistenti, selezionati i maiali e gli altri animali, legati e stesi per terra tra urla quasi umane, sventrano i loro intestini e strappano fuori i cuori pulsanti e le viscere mentre sono ancora in vita. Gli altri maiali e animali sono portati dentro le case dove il sacerdote poi continuerà a sacrificarli nello stesso modo e alla fine vengono letti gli auspici controllando il cuore pulsante, il fegato e le viscere e nel caso dei polli perfino il tuorlo delle uova. Anche una piccola cista può essere considerata di auspicio nefasto, così spesso più attentamente viene chiamato a “cointerpretare” gli auspici un esperto oppure più di uno per un consulto. Varie parti degli animali sono quindi cucinate e offerte ad amici e familiari come un modo per diffondere le benedizioni, mentre all’esterno le vecchie signore Apatani svolgono alcune delle loro danze tradizionali.

Leggi il reportage precedente

di Giuseppe Russo | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.