Calcutta. Nella città vecchia tra ghirlande, miti e impagliatori

India, Calcutta: praparing flowers at the Kali Temple

Dopo qualche minuto nel traffico il tassista che era stato così impaziente di salire in macchina non sembra più sicuro della direzione da prendere. Si ferma, chiede. La persona che lo ascolta ne sa meno di lui. Va meglio con la seconda, un vigile che gli spiega da che parte andare per raggiungere il mercato dei fiori di Kolkata (la vecchia Calcutta). Si arriva dopo una decina di minuti.

I taxi, vecchie Ambassador di color giallo, stazionano sotto un cavalcavia. Mullit Ghat flowers, il nome del mercato, è vicino al fiume Hooghly, un ramo del Gange, dove c’è anche un ghat (una scalinata) che termina nell’acqua. Lungo la strada di fronte si vedono i primi venditori ambulanti seduti alla fine dell’asfalto accanto ad un lenzuolo pieno di fiori. Qualcuno compone ghirlande, c’è chi bagna con l’acqua i petali che col caldo rischiano di appassire, qualcun altro scruta tra la gente l’arrivo o meno di qualche cliente.

Lasciato l’asfalto inizia una striscia di terra sabbiosa dove comincia il mercato vero e proprio. Ci sono tende e piccole baracche su un lato dove si può riparare dal sole e dalla pioggia se stessi e i fiori. C’è anche chi vende riso, ortaggi e frutta. Ma sono i fiori a farla da padrone in questo fazzoletto di terra. Coloratissimi, con l’arancione e il giallo i colori che più balzano agli occhi.
Il posto è affollato a tutte le ore, la mattina all’alba soprattutto quando si vende il grosso della merce, che i portatori fanno andare su e giù in pacchi e lenzuolate di fiori caricati sulle spalle. Sul lato del fiume c’è una scalinata, e poco più avanti una zona all’ombra sotto un ponte con qualche bancarella e sacchi pieni di lenticchie, semi di anice e spezie. Salendo invece la scalinata si arriva direttamente sulla parte pedonale del ponte Howrah, il ponte in acciaio a campana unica, il più lungo dell’India e pare anche il più trafficato al mondo, tra i simboli della città. Il mercato dei fiori è alla fine dell’Howrah bridge. All’estremità opposta c’è l’omonima Stazione ferroviaria.

India - Calcutta: fishermen on the Hooghly river shores.

Barabazar
Non c’è bisogno di un taxi dal mercato dei fiori per raggiungere i vicoli tra i più suggestivi e caotici di tutta Calcutta, nel quartiere Barabazar, dall’altra parte del cavalcavia. Stradine affollate di gente già al mattino, e bancarelle zeppe di giocattoli di plastica, utensili, e ancora giocattoli. Anche qui come in altre parti della città vicino le fontane pubbliche lungo le strade c’è sempre gente in costume che s’insapona e si lava seduta sull’asfalto o fa il bucato. Proseguendo nelle stradine affianco non si contano i negozi di tè, di spezie, e poco più avanti un reticolo di vie dove si macellano e si vendono capre e polli. Qui fino agli anni ’60 viveva una cospicua comunità cinese di fede cristiana. Oggi l’area di Phears Lane, più conosciuta come ‘old China town’, è abitata prevalentemente da musulmani. La chiesa cinese di Man Soon c’è ancora, e a breve distanza l’una dall’altra si trovano anche la moschea, la sinagoga e la cattedrale cattolica.

Non sono tanti i turisti che in India fanno tappa a Calcutta, e pochi se ne incontrano anche a Barabazar. Bisogna andare in centro a Sudder Street, la via dei backpackers piena di agenzie viaggi e ristorantini o, a Park Street, la via «in» della città, per incontrarne un pò, oppure a Bose Road presso la Casa di Madre Teresa dove fanno tappa diverse comitive per un omaggio alla tomba della suora.

India, Calcutta: in the river Hoogly near the Horah bridge

Calcutta, la dea Kali e gli scultori di effigi
Da Park Street bastano sei centesimi, il prezzo della corsa in metro, per arrivare a Kalighat, la fermata più vicina al tempio della dea Kali. Per gli indù madre del mondo benefica e terrifica, e particolarmente adorata a Calcutta, che deve probabilmente il suo nome a quello della dea. Il tempio non è particolarmente grande e si trova in una parte povera della città non lontano da un torrente maleodorante con decine di baracche lungo gli argini. Su un ponte lì vicino si vede un sessantenne che cammina tenendo per una mano il nipotino e con l’altra una busta. Si ferma all’altezza del torrente per pregare, così sembra, poi con riverenza lascia cadere in acqua prima del succo di frutta da una bottiglia, e poi da un fazzoletto quelli che sembrano piccolissimi petali bianchi.

Ai non indù non è permesso entrare nel tempio. Si può dare solo un’occhiata all’interno girandoci intorno. E’ difficile fare il percorso da soli senza che qualcuno che non dica di essere il bramino del tempio non si proponga come guida, in cambio poi di cento rupie da donare alla dea. Andranno bene anche cinquanta. Scrutando invece all’interno del tempio si riesce a vedere la statua della dea Kali, rappresentata più irata che mai, e decine di fedeli scalzi con le gambe incrociate sul pavimento che pregano, accendono incenso o candeline di burro.

Ogni ora circa viene decapita una capra e offerta in sacrificio alla dea. La testa da una parte, il corpo che si scuote e zampilla sangue che finisce anche addosso ai fedeli, dall’altra. Fuori altre capre aspettano la stessa sorte. E’ uno dei rituali più crudi della tradizione che raggiunge l’apice durante le festività quando in una sola giornata vengono sacrificate all’insaziabile dea anche mille capre. Una volta morti gli animali vengono cucinati e il cibo offerto ai poveri.

Lasciato il tempio, vale la pena raggiungere alcune stradine adiacenti in direzione di Kalighat Road. Qui ci sono diverse botteghe artigiane con abili impagliatori e scultori che lavorano la paglia o l’argilla realizzando opere raffiguranti divinità indù di ogni forma e grandezza. A sera, dopo una full immersion nella tradizione religiosa, artigianale e commerciale della città, si potrà terminare la giornata in uno dei tanti ristoranti del centro dove assaporare la speziata cucina bengalese e soprattutto i suoi dolci.

Testo di Francesco Parrella, foto di Vittorio Sciosia |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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