Veli islamici e ‘cose’ turche

shutterstock_452985268

In questi giorni già ‘vacanzieri’, preludio dei canonici svuotamenti cittadini che caratterizzano il mese d’agosto, occupano le cronache – in ordine di momentanea popolarità – i seguenti argomenti: 1) gli attentati e le paure diffuse (tra Olimpiadi e luoghi di villeggiatura) di ‘nuove’ tragedie; 2) Donald Trump, possibile nuovo presidente degli Stati Uniti; 3) Recep Tayyip Erdoğan, presidente turco, che pare sia intenzionato a ‘svuotare’ la Turchia di una classe dirigente, militare e culturale che tanto ha contribuito a far decollare il paese in maniera significativa. Tutti colpevoli del misterioso golpe: quindi tutti senza lavoro, in mutande e ammassati dove capita, con la spada di Damocle ‘pendente’ su altri possibili giri di vite che finirebbero per complicare non poco la vita di tutti i giorni dei concittadini – più che mai sudditi – del cosiddetto Sultano turco. E non sono poche le preoccupazioni che attanagliano anche il gentil sesso di questo paese; corre infatti voce che i ventilati ‘aggiustamenti’ restrittivi riguardino l’abbigliamento delle donne di Turchia. Il padre della patria Kemal Ataturk (cognome che sta per ‘padre di tutti i Turchi’) aveva aperto ad una società laica e moderna. Chi voleva indossare il velo per ragioni religiose, era libero di farlo; chi si sentiva a proprio agio nel vestirsi in maniera più ‘occidentale’ non doveva per questo venire discriminato. L’uso del velo per le donne, nel paese europeo-asiatico, secondo recenti rilievi, prevede un 46% di donne che indossano il velo Al-Amira: un cappuccio che arriva a coprire le spalle, lasciando libero l’ovale del viso; un 17% di preferenze per la Hijab: il solo cappuccio per il viso e una piccola sciarpa a cadere sull’abito; infine un 32% di donne che non usano alcun copricapo. La ventilata restrizione tenderebbe a rendere obbligatorio l’uso del velo Al-Amira.

Anni fa, nello Yemen, ho avuto modo di conoscere e parlare con un giornalista di Sana’ (A. Al-Olfi di ‘Alsiyaha Tourist’) che mi aveva tracciato una breve storia dell’uso del velo nel paese; una tradizione abbastanza rigida in quanto collegata alle usanze della confinante Arabia Saudita, notoriamente rigida in assoluto. Al-Olfi raccontava che le donne yemenite non usavano il velo scuro, un tempo, ma al contrario coprivano i capelli con grandi sciarpe dai vivaci colori. Dopo l’occupazione ottomana dello Yemen (dal XVI al XX secolo) le cose cambiano; i conquistatori introducono l’abitudine di questi abiti lunghi e totalmente neri e le donne del posto, alla lunga, accettano la ‘novità’; tant’è che il paese diviene uno dei principali fabbricanti ed esportatori di tessuti adatti allo scopo. Lo Sharshaf, così viene chiamato l’abito lungo dalla testa ai piedi, con la sola eccezione di una feritoia per gli occhi, si diffonde rapidamente in ogni parte dello Yemen.

[alert color=”EF9011″ icon=”9881″]POTREBBE INTERESSARTI: Arabia Saudita, cattedrali nel deserto[/alert]

Curiose poi le considerazioni e le conseguenti conclusioni che Al-Olfi ha tratto (e pubblicato) sui vantaggi e gli svantaggi – per le donne – di ricorrere a tale tipo di abbigliamento. Non senza una premessa che allora, vale a dire all’epoca del colloquio, poteva apparire d’apertura: in molti territori arabi (lui aveva citato Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania) non si indossavano più abiti ‘integrali’ ma specie le giovani generazioni vestivano – con discrezione – abiti occidentali e colorati. Meno che nello Yemen, luogo in cui, nel corredo da sposa, era sempre previsto ‘anche’ lo Sharshaf. Questi, infine, i pro e i contro per le donne che indossano lo Sharshaf: anzitutto, per strada, si può non essere riconosciute da qualcuno che si conosce. L’abito cela alla vista eventuali gioielli o catene d’oro, nascoste come sono dall’abito nero. L’abito tutela l’anonimato – e qui il giornalista yemenita rideva – di donne vecchie o brutte! Nella classifica dei ‘contro’ gli inconvenienti non sono pochi: sul luogo di lavoro o in caso di gite non si potrà godere dell’aria fresca di una bella giornata. Costrette dall’abito, sarà facile sudare e non ci si sentirà mai ‘libere’, bensì psicologicamente ‘imprigionate’. In caso d’aggressione, poi, difficile difendersi. Ultimo aspetto negativo: si potrebbe rischiare il riso nelle persone di ceto sociale più evoluto. Il giornalista concludeva esprimendo la speranza che in futuro l’uso dello Sharshaf sarebbe venuto meno. Difficilissimo, in tempi di Isis e di ‘Jihadisti’ fai da te, tipo Nizza. Resta sempre il rischio, concludeva Al-Olfi, che l’abito lungo faciliti le imprese di ladri (uomini e donne) pronte a mescolarsi nei mercati e nascondere sotto lo Sharshaf la refurtiva. Il minore dei mali.

Testo del ‘Columnist’ Federico Formignani, foto Shutterstock |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.