La buona terra padana

Bonvesin de la RivaAbbiamo già avuto occasione di parlare in questa rubrica di Frate Bonvecino da Rippa, più noto come Bonvesin de la Riva (ca. 1240-1315) che proprio frate non era, in quanto terziario laico dell’Ordine degli Umiliati. Notevole scrittore in latino e in volgare, è stato descritto da Gianfranco Contini (1912-1990) uno dei massimi filologi italiani, come ’figura  ambrosianamente pia e borghese’. Bonvesin ha illustrato le meraviglie di Milano in latino (1288) ha redatto numerosi testi in volgare e un altro studioso lombardo (Fabio Marri, nel 1977) ha compilato un ‘Glossario al milanese di Bonvesin’ che riunisce e illustra i termini raccolti dall’autore medievale, nelle terre padane. Dovendo scegliere fra i molti vocaboli meritevoli di interesse linguistico, filologico e, perché no, di indubbia valenza sociale, vediamo per primi quelli relativi al tempo, alla terra e alle attività agricole. Tra i fenomeni meteorologici Bonvesin cita l’oradha (burrasca, temporale) dal latino aura. Nella ticinese Valle Anzasca ora sta per ‘bufera, vento tremendo’; a Bergamo orada è la ‘soffiata di vento’, quella che Dante chiama orezza; il piemontese oriss(i), infine, sta per ‘uragano, bufera’. Altra manifestazione tipicamente padana è la ‘nebbia’. La scighera milanese, che nelle altre zone del nord diviene zighera, cighera, e šigera, altro non è che la caecaria latina.

Tipica del periodo staeng (estivo) – aggettivo originato dal latino aestas, divenuto sta(e) nell’antico volgare del nord – è la coldana (caldo, calore infernale). Sempre dal latino aestas proviene un altro termine meteorologico: staorina (autunno), presente in diversi dialetti lombardi nelle forme stadorina, stadorèla, a indicare l’estate di San Martino, quegli ultimi sussulti ottobrini di bel tempo, quando ha luogo il rito dell’amostadho (pigiatura dell’uva). Dal mustum dei romani abbiano poi mustà (pigiare, far vino) nell’Emilia occidentale e nell’Oltrepò pavese. E la buona terra di Bonvesin, com’è chiamata? Prima che diventi tale è un terreno incolto e selvaggio, che il religioso definisce guastatura. Talvolta è presente persino la pessina (il fango, la melma). Vocaboli ambedue molto interessanti, questi. Il primo deriva da vastare (guastare); è quell’appezzamento di terra che presenta bózoi (pruni selvatici), rovedhe (rovi), spin (spine) e pree agudhe (pietre aguzze). Guast si trova nel dizionario comasco del Monti e guastif  in quello bergamasco del Tiraboschi. Il secondo proviene dalla pǐscīna latina (stagno per pesci); in veneziano è pisina (specchio d’acqua); con Uguccione da Lodi, infine, indica il ‘fango, il sudiciume’.

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Per rendere produttiva la zona, non resta altro da fare che descolzar (mettere a nudo le radici) arrivando alla fine ad adeguar (spianare, livellare) il tutto. Dal latino medievale descalceatus hanno origine l’antico padovano descolzo, il milanese descolzà, il piemontese descausà (sarchiare, ripulire il terreno) e il descalsare vicentino e veneziano. Adeguar passa dal latino adacquare (spianare, livellare). Solo allora arriverà la sason (tempo della semina) vocabolo presente un po’ in tutte le parlate del nord. Dopo queste fatiche, potranno brotar, zermeiar (sbocciare, germogliare) i frutti della terra. Il primo è verbo presente nelle zone piemontesi d’influenza provenzale, mentre il secondo, da germǐniare, è usato nei dialetti della Valmaggia ticinese (žermujà) e nella bergamasca Val Imagna (zermejà). Alla fine, dalla messio tardo latina (messe, raccolto) presente anche in Piemonte e nella Svizzera italiana (mesùn) avremo frutti in abbondanza, con la benedizione padana di frate Bonvesin.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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