Napoli. Chiese sconsacrate e mistero

chiese di NapoliCi sarà un motivo se, tra i vari appellativi che sono stati affibbiati a Napoli nel corso della sua storia millenaria, compare anche quello di “città dalle cinquecento cupole”. E la ragione è presto spiegata: bastano pochi passi in uno dei centri storici più seducenti del mondo per essere pervasi della presenza fisica e spirituale della religione in una città che, in realtà, è da sempre a metà strada tra sacro e profano, tra cieca devozione e pura scaramanzia.

Ma a rendere il tutto ancor più esoterico, è il numero impressionante di chiese sconsacrate: edifici gotici, barocchi e neoclassici che rappresentano un patrimonio storico, artistico e culturale da tutelare e che, al contrario, versano troppo spesso in stato di degrado ed abbandono. Ciò che proponiamo è un percorso tra le chiese sconsacrate del centro storico napoletano – lungo i Decumani principali della città antica – nella speranza che queste meravigliose opere di arte e architettura possano essere presto rivalutate e riportate all’antico splendore.

Il nostro itinerario inizia dalla chiesa di San Giorgio dei Genovesi, in via Medina. Il nome deriva dal fatto che l’edificio fu fatto costruire dalla Nazione Genovese di stanza nel Regno di Napoli nella prima metà del Cinquecento. La fiorente comunità genovese residente in città volle infatti erigere una cappella votiva soprattutto per eguagliare i veneziani che avevano l’esclusiva di un patronato presso l’ambasceria veneta a Spaccanapoli. La struttura è tipicamente barocca e si eleva al di sopra di una gradinata realizzata all’inizio del XVII secolo: l’interno conserva una gran quantità di opere d’arte, la più celebre delle quali è il dipinto Sant’Antonio risuscita un morto di Battistello Caracciolo, oltre agli affreschi di Giacomo Cestaro e il dipinto San Giorgio che uccide il drago di Andrea da Salerno.

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Lasciandosi alle spalle via Medina ed addentrandosi nel ventre molle della città, tra gli stretti vicoli che salgono verso i Decumani, sorgono a pochi metri l’una dall’altra tre chiese molto particolari: la prima, in via Ecce Homo, è la chiesa dei Santi Demetrio e Bonifacio. Edificata dai frati somaschi tra il 1706 e il 1725, la cappella fu chiusa al culto all’inizio del XIX secolo con la soppressione degli ordini religiosi e nel 1821 fu concessa dalla Curia arcivescovile di Napoli ad una congregazione di studenti. È stata poi acquistata dalla Facoltà di architettura dell’Università di Napoli “Federico II” che vi tiene seminari, mostre, convegni e sedute di laurea. All’interno si conservano ancora tre dipinti del 1748: San Demetrio e San Bonifacio, la Madonna con Bambino e i Santi Paolo eremita, Leonardo abate e Ignazio martire.

La seconda, in largo Banchi Nuovi, è la chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Il largo deve il suo nome alle logge dei mercanti che rinominarono la zona “banchi nuovi” in seguito all’alluvione del 1569 e alla ricostruzione del quartiere. Il toponimo è rimasto anche quando il mercato venne soppresso e il terreno fu acquistato dal marchese Alfonso Sances di Grottola, il quale a sua volta lo vendette alla compagnia dei barbieri. Quest’ultimi fecero costruire la loro chiesa congregale dedicata ai Santissimi Cosma e Damiano nel 1616 e ampliarono l’edificio nel corso di tutto il XVII secolo. Sulla facciata si possono notare gli archi a tutto sesto della loggia cinquecentesca, mentre al centro sorgono il portale e le botteghe, sormontate da un finestrone in stucco del Settecento. Sopra l’altare, invece, è posta una tela del Donzelli e una seconda opera attribuibile agli allievi della scuola di Luca Giordano. Purtroppo la chiesa versa oggi in uno stato di assoluto degrado: il largo è diventato il campo da calcio dei bambini del quartiere, con l’entrata della chiesa a fungere da porta.

Chiesa dei Santi Cosma e DamianoLa terza chiesa è la cappella Pappacoda, in largo San Giovanni Maggiore, adiacente all’omonima basilica. Di fronte si erge palazzo Giusso, sede storica dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, che spesso utilizza la cappella per le sedute di laurea. Voluta nel 1415 da Artusio Pappacoda, consigliere e siniscalco di re Ladislao I d’Angiò, la cappella è stata restaurata diverse volte durante i secoli, comportando la perdita di alcune opere d’arte e di vari affreschi alle pareti. All’interno sono conservati i sepolcri di Angelo Pappacoda, vescovo di Martorano e di Sigismondo Pappacoda, vescovo di Tropea. Il portale d’ingresso, in stile tardogotico, è caratterizzato da varie allegorie: in bassorilievo Gesù Bambino con gli Evangelisti; nell’arco a sesto acuto la Madonna con Bambino tra San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista; nella chiave dell’arco il Cristo coronato con scudo. Più in alto, tra un coro d’angeli, una statua raffigurante Dio sormonta lo stemma dei d’Angiò.

Risalendo via Mezzocannone e superando piazza san Domenico Maggiore, in via De Sanctis sorge la cappella Sansevero, chiesa sconsacrata attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero. La cappella venne fondata come tempio sepolcrale da Giovanni Sangro (1590) poi rinnovata dal figlio Alessandro (1610) e infine decorata artisticamente da Raimondo. E proprio su Raimondo di Sangro è fiorita nei secoli una moltitudine di leggende: nel 1753 il “principe mecenate” commissionò a Giuseppe Sanmartino l’opera il Cristo velato, conosciuto in tutto il mondo per il velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto. Si narra che il principe Raimondo avesse “marmorizzato” il velo del Cristo attraverso un processo alchemico realizzato nei sotterranei di palazzo Sansevero e che successivamente avesse fatto accecare il Sanmartino affinché non potesse eseguire per altri una scultura così straordinaria. Da Antonio Canova – che si dice avrebbe dato dieci anni di vita pur di esserne lo scultore – al Marchese de Sade a Matilde Serao, sono numerosi i visitatori che negli ultimi tre secoli sono stati rapiti dallo splendore e dai misteri che avvolgono il Cristo velato e la cappella Sansevero.

Percorrendo tutto il Decumano inferiore verso via San Biagio dei Librai, entrando in Vico Paparelle al Pendino, si trova la chiesa di Santa Maria della Stella alle Paparelle. Nel suo caratteristico stile rinascimentale partenopeo (1519), la chiesetta doveva ricevere le spoglie di Francesco Mormando, noto architetto napoletano. Successivamente la cappella divenne parte del collegio fondato da Lucia Paparo: da qui il nome che fa riferimento all’appellativo dato dal popolo napoletano alle ospiti del collegio, chiamate appunto “Paparelle”. Santa Maria della Stella risulta oggi incastonata tra alti edifici e interrata rispetto al manto stradale: la facciata in pietra di piperno presenta un frontone liscio con al centro una finestra circolare che dà luce al piccolo ambiente interno. Attualmente la chiesa è di proprietà della Curia di Napoli, ma è affidata alle cure dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento Meridionale.

Chiesa di Santa Maria della Stella alle PaparelleIl nostro percorso si conclude in Piazzetta Sant’Andrea delle Dame, dove, vicino all’ospedale degli Incurabili, si innalza una chiesa dai tre nomi: Santa Maria Intercede, Sant’Aniello a Caponapoli o Sant’Agnello Maggiore. È la chiesa dove secondo la tradizione è sepolto Sant’Aniello, vescovo di Napoli nel VI secolo, accanito difensore della città contro l’assedio dei Longobardi e santo protettore del regno borbonico. Si narra che già i suoi genitori avessero fatto costruire nello stesso luogo una chiesetta dedicata a Santa Maria Intercede per ringraziarla della nascita di un erede; poi, nel IX secolo, il vescovo Atanasio fece erigere un nuovo tempio nel quale sarebbero state custodite le reliquie del santo. Purtroppo nel corso degli anni la chiesa ha subito furti e atti vandalici ai danni di opere d’arte di grande valore tra cui l’altare maggiore, capolavoro rinascimentale del 1524 di Girolamo Santacroce. L’edificio sorge sull’antica acropoli di Neapolis ed è possibile vedere la stratificazione storica urbana succedutasi dall’epoca della fondazione greca ad oggi.

Sono questi e tanti altri luoghi rinchiusi nelle viscere di Napoli ad alimentare da secoli le fantasie e le credenze popolari. Luoghi che nascondono un passato misterioso e insondabile fatto di personaggi leggendari, antiche maledizioni, cerimonie esoteriche, logge massoniche e rituali scaramantici. È per questo che la città partenopea continua ad accendere l’immaginazione e i sogni di quei viaggiatori che desiderano riscoprire il fascino dell’ ”autentico”, del “non-comune”, dello “stra-ordinario” e che sperano di ripercorrere un ipotetico Grand Tour contemporaneo: per fortuna, quasi mai restano delusi.

di Angelo Laudiero |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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