Senghor e l’isola degli Schiavi

isola-degli-schiavi-GoreeLo scorso 23 agosto si è celebrata nel mondo la ‘Giornata internazionale della commemorazione del commercio degli schiavi e della sua abolizione’. Un lungo titolo per perpetuare nella memoria una fase storica lunga ben trecento anni, terminata nell’anno 1848, per i paesi francofoni. Sono stati processi sociali lunghi e terribili, anni di contrasti e di nefandezze, vite vissute e spese male sia da chi dominava sia da chi soffriva, impotente, tale dominio. Finita ‘ufficialmente’ la schiavitù e le deportazioni dei popoli neri verso le Americhe, sono trascorsi altri anni difficili ma alla fine, grazie alla presa di coscienza delle varie nazioni che tale abominio avevano perpetrato, unitamente all’inevitabile consapevolezza del proprio essere e della dignità dei popoli neri, oggi possiamo guardare a un panorama mondiale più ‘omogeneo’ (pur in presenza di ricorrenti ‘rigurgiti’) e più vicino a un vivere civile universale. Ci sono stati ‘eroi’ da entrambe le parti; gente che ha pagato con la vita le battaglie per la parità dei diritti e l’emancipazione. A me piace ricordare un vero e proprio ‘campione’ in tal senso: mi riferisco a Léopold Sédar Senghor, nato a Joal (Senegal) il 9 ottobre del 1906 e morto a Verson (Francia) il 20 dicembre 2001. Dell’incontro con questo grande uomo ricordo uno dei molti ‘concetti’ espressi nell’intervista: ‘come lei sa, sono stato anche il primo Capo di Stato dell’Africa a non lasciare nulla d’intentato perché potessi, a tempo e a luogo, ricadere nella libertà della poesia, in stretto contatto con le mie origini, con la mia terra. Non è poi un mistero scoprire che in tutte le lingue la poesia è soprattutto la lingua della semplicità, della terra, delle proprie origini. Anche in Sérèr, la mia lingua natale, è facile e possibile cantare o creare poesie’.

SenghorL’uomo che ha spiegato al mondo quale profondo messaggio culturale e umano si celi fra le pieghe dell’anima dei popoli neri del suo continente, ha creato il termine di négritude – la parola francese è più aerea di quella italiana – nel ricordo dei venti milioni di negri deportati come schiavi verso le Americhe, lungo trecento terribili anni di storia africana. Senghor ha raccontato le sofferenze e le speranze di un popolo che si è visto negare, nel nome di una non richiesta acculturazione, tanto diversa dai ritmi e dalle consuetudini tribali vecchie di millenni, il diritto di esprimere le proprie emozioni e di costruire il proprio avvenire secondo abitudini di vita del tutto differenti, ma non per questo meno valide. Chi è passato per il Continente nero voleva solo ‘insegnare’, con presunzione e arroganza, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di capire e di imparare. Senghor, fervente cattolico, ha ricordato la religiosità africana che ha generato un’arte e una musicalità sensibili e attente ai bisogni dell’uomo. Il canto polifonico negro, spiegava, è sensualità, ben diversa dall’erotismo. E questa sensualità conduce ancora una volta al concetto di ‘négritude’ che più piaceva al poeta: un insieme di immagini analogiche, simboliche, melodiose e ritmate.

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I battelli fanno la spola tra Dakar e l’isoletta di Gorée. Poche miglia di mare e un percorso breve per rivivere con la memoria quali e quanti siano stati i drammi di vita e di morte dei secoli scorsi. Qui venivano raccolti i negri, rastrellati – è il caso di dirlo – dai ‘negrieri’ di pelle bianca un po’ in tutta l’Africa, in attesa di essere imbarcati (stivati come bestie) per raggiungere le Americhe; quelli che erano deboli per il viaggio di terra, o malati, venivano buttati a mare. La Maison des Esclaves, che insieme a Gorée è stata proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1978, è ora un museo che raccoglie le armi usate dai commercianti di schiavi, gli strumenti di detenzione (catene, bracciali). Le costruzioni dell’isola sono in stile coloniale, con edifici in pietra, circondati dal colore intenso delle bougainvillee. Gli abitanti non sono molti, data l’esiguità dell’isola: circa un migliaio di persone, in prevalenza di religione musulmana e una discreta presenza di cattolici; non pochi artisti – pittori, scultori, musicisti – hanno stabilito la loro residenza a Gorée. Il pensiero finale è ancora di Senghor, alla fine dell’incontro: un canto sommesso che diceva: ‘tanti, troppi fratelli neri, per lunghi anni sono stati lontani da casa, lontani da Dio’.

Caro fratello bianco,
quando sono nato, ero nero,
quando sono cresciuto, ero nero.
Quando sono al sole, sono nero,
quando sono ammalato, sono nero.
Quando morirò, sarò nero.

Mentre tu, uomo bianco,
quando sei nato, eri rosa,
quando sei cresciuto eri bianco.
Quando ti esponi al sole, sei rosso,
quando hai freddo, sei blu,
quando hai paura, sei verde,
quando sei ammalato, sei giallo,
quando morirai, sarai grigio.

 Allora, di noi due, qual è l’uomo di ‘colore’?

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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