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Il Vino della Curticella

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Il Vino della Curticella

vino-della-curticellaDa sempre: ‘In vino veritas’. Sia che se ne beva troppo, mettendo a nudo comportamenti che la comune decenza condanna, sia che ci si avvicini al mondo della viticoltura e della conoscenza – pur sempre superficiale – di una bevanda che ha affiancato la storia dell’uomo. Ed è quello che succede a chi si considera un ‘dilettante’ in proposito (è il mio caso). Il fascino dell’approccio a un ‘mistero’ così complesso com’è quello del ‘far vino’, necessita ad ogni modo di pazienti e competenti maestri. Se poi questi maestri sono a due passi da casa e sono talmente innamorati del lavoro che svolgono da favorire in chi ascolta l’assorbimento delle parole e delle azioni del ‘fare’, ingenerando estrema meraviglia e totale partecipazione, bè, allora, il miracolo avviene e l’assaggio (pardon, la ‘degustazione’ finale) si riempie di notevoli significati altrimenti sconosciuti.

Sergio Barbaglia è in grado di stimolare tutto questo. Non è un caso che la prima cosa che si vede, entrando nella sua Azienda Vitivinicola, sia un fazzoletto di terra (un ‘orto concluso’) lavorato a vite; circonda il padiglione di raccolta dei vini prodotti e degli assaggi; tanti filari per quante sono le uve coltivate: Nebbiolo, Uva Rara, Vespolina. La terra della zona di Cavallirio, l’antica Curticella Caballi Regis, è permeata di roccia bianca e friabile, figlia di un Super Vulcano esploso fra i 30 e i 60 milioni di anni fa la cui terra è oggi molto favorevole alla coltivazione della vite. Sono diversi i centri famosi per il vino in quest’area piemontese rigata dalle acque del Sesia: Gattinara, Grignasco, Cavallirio, Boca, Sizzano, Ghemme, Fara. Un tempo le vigne erano dappertutto, spiega Sergio, ma nel dopoguerra l’industrializzazione ne ha ridotto l’estensione e la manodopera è venuta progressivamente a mancare. Si preferiva la fabbrica, il lavoro sicuro.

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Coltivare la terra per produrre vino costa fatica, impegno quotidiano, oculatezza nell’investire il proprio denaro, oltre a grandi doti di intuizione, mestiere, voglia di ‘ricerca’ del meglio, partendo ovviamente dall’aver frequentato adeguate ‘scuole’ di enologia. Dove? Nella cittadina di Alba, nel cuneese, una delle più rinomate. Spiega Sergio, ora affiancato nel suo lavoro dalla figlia Silvia:

‘…questo è un territorio che cresce in modo molto lento ma coerente con una domanda ancora limitata. Chi arriva per intraprendere l’attività è già un conoscitore di vini di qualità; la passione per il lavoro è conseguente: cresce giorno dopo giorno insieme alla clientela grazie al passaparola; i clienti sanno come lavoriamo e noi sappiamo cosa loro vogliono; e il cerchio si chiude’. Tra i vini rossi, il Boca DOC è tornato ad essere il vino di punta; uno dei vitigni che ad ogni modo rappresenta al meglio l’azienda di Barbaglia è il Greco, versione novarese dell’Erbaluce. Per il momento, spiega ancora Sergio, questo vitigno viene coltivato nelle colline moreniche di Briona; ma nel comune di Boca, poco oltre Cavallirio, nella cascina ‘Buonumore’ curata dalla figlia Silvia, si coltiverà il Greco per produrre il bianco fermo e il passito.

Confesso che a questo punto la terminologia impiegata – senza peraltro esagerare – da Sergio, un po’ mi ha frastornato; mi risulta difficile, seduti come siamo al tavolo delle degustazioni, mettere mentalmente in fila, per di più nella giusta sequenza logica, i numerosi termini ‘tecnici’ impiegati: disciplinari di produzione, tannino, acidità, fermentazione alcolica, residui zuccherini eccetera. La domanda rivolta al ‘patron’ è conseguente: come sintetizzare questo universo enologico in qualcosa che per il profano abbia un senso compiuto, al di là del giudizio del proprio palato? Quello che il palato avverte è importantissimo, precisa Sergio. Poi, per la tranquillità del consumatore, viene in aiuto l’etichetta incollata su ogni singola bottiglia: vitigno e zona d’origine, data della vendemmia e dell’imbottigliamento, processo di vinificazione, conservazione (in botte, barique). Oltre ai dati obbligatori per legge, una vera e propria carta d’identità completa di ‘altre’ notizie non richieste ma per tale ragione ancor più gradite, che conducono a una perfetta ‘tracciabilità’. Tutto questo, su ciascuna delle circa 30.000 bottiglie prodotte annualmente, suddivise per dodici tipi di vino. Non resta che ‘aspirare’ i profumi e ‘gustare’ i sapori dei bianchi, dei rosati, dei rossi e degli spumanti nati dall’uva rara, dalla croatina, dalla vespolina e dal nebbiolo, per concordare alla fine con Louis Pasteur: ‘…una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo’.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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