Irlanda. Esperienze e conoscenze

Sbarcato dal traghetto partito da Ros a’Mhil, nella contea di Galway, vengo avvolto, in rapida successione: da un vento impetuoso che qui è la norma; da un odore intenso di sale che quasi brucia le narici, più che solleticarle; infine, da un gruppetto di isolani che parlano gaelico e indicano – informazione non richiesta – un edificio basso in cima alla stradina che dal porto conduce alla ‘capitale’ Cill Rónáin. Là, un secondo gruppetto di persone è in attesa davanti a un piccolo edificio sul quale risalta un cartello: ‘Man of Aran’.

È evidente che i locali ritengono sia un preciso dovere di chi arriva in questo lembo d’Irlanda spazzato dai venti, fiondarsi subito nella minuscola sala cinematografica per assistere a una pellicola datata (1934) in bianco e nero e con non poche ‘rigature’ di fondo dovute all’usura. Cosa ci sarà mai di così interessante in questo film del visionario regista americano Robert Joseph Flaherty, di evidente origine irlandese? Si racconta, per brandelli di filmato poi assemblati, una storia di lavoro, di sacrifici, di pericoli; litania di vita che da secoli i coraggiosi o i predestinati per nascita che abitano questo pezzo di roccia scheggiata conoscono fin troppo bene. Un film senza trama, dunque, che mostra come sia difficile pescare nelle acque infide di un mare quasi sempre collerico, a contatto con una natura aspra e avara, per strappare alla fine qualche pesce e un po’ di alghe da essiccare. A pellicola ultimata (per subito riprendere a beneficio dei nuovi venuti) si scoprirà come la gente di Inis Mór vive; sempre con grande fatica, lottando contro gli elementi ostili della natura, ma orgogliosa di mostrarlo al ‘mondo’ che ha deciso di venirla a trovare.

‘Uomo di Aran’ a parte, chi vuole scoprire la ‘fisicità’ dell’Irlanda deve andare a ovest, verso l’Atlantico. Le isole Aran potrebbero essere le ultime propaggini calcaree semi sommerse delle grandiose scogliere che rendono i panorami delle contee di Clare e di Kelly così famose, così paurosamente belle. Percorrere i pianori erbosi che all’improvviso finiscono in un precipizio di roccia verticale, è insieme elettrizzante e adrenalinico; l’importante è fermarsi qualche metro prima, sull’erba. Questo rischio del ‘vuoto’ non lo si corre a Inis Mór. L’unica stradina che dal capoluogo percorre verso nord l’isola maggiore delle Aran, mostra a sinistra una scogliera per così dire ‘seghettata’; sono cicatrici verticali e allineate che scendono a mare; inaccessibili, non abitabili. La sommità dell’isola è al contrario tappezzata di casette in pietra, coperte da un tetto di paglia, circondate da minuscole porzioni di terreno, a loro volta delimitate da bassi muretti che contengono campi di patate, di ortaggi. Il bello è che questa terra viene portata dall’isola maggiore, dalla contea di Galway ed è un lavoro duro compattarla e conservarla qui, nell’isola del vento. Tutto questo me lo spiega Mrs. Maggie O’ Flaherty, che mi ospita nella sua piccola casa di Oatquarter, a metà di Inis Mór.

La notte trascorre serena, col solo brontolio di fondo del mare. Al mattino, dopo un’abbondante colazione, Mrs. Maggie mi affida al vecchio Sean per andare a vedere, a nord ovest, dove il mondo finisce. Prima Sean mi mostra il forte in pietra di Dún Aonghasa, formato da tre muri circolari e da grossi pilastri difensivi di pietra calcarea. Poi raggiungiamo, poco oltre Ballydavock, una piccola spiaggia quasi integralmente occupata da enormi massi arrotondati dal lavorio incessante dell’oceano. Il vento è forte, la salsedine è acuta, il freddo pungente. Sean alza l’indice verso il mare e mi dice: lì (non ‘là’) c’è l’America.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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