L’ Europa del ‘Testa o Croce’

Questa settimana parliamo del ‘Sogno Europeo’ che pare perda i pezzi e arrivi quasi a sfiorare il ridicolo. Per quanto mi riguarda, sono sempre convinto che l’Europa, intesa come organismo che include 27 paesi del vecchio continente (sino a poco fa erano 28, poi è arrivata la Brexit) rappresenti il modo migliore per tentare di far convivere tante teste, lingue, territori, retaggi storici, interessi economici, così profondamente diversi (e quindi portati al contrasto) uno dall’altro. Da nord a sud,nelle terre dell’Unione, il quadro d’assieme è cambiato; spinte politiche e ideologiche mutano assetti istituzionali che prima parevano definitivi, o quasi. I numerosi fattori ‘esterni’ condizionano la vita e il sentire della gente che è pervasa da un senso di insicurezza che prima non aveva, per via dei repentini cambiamenti politici interni, per il terrorismo in agguato, per il problema dei migranti che genera chiusure radicali da parte di alcuni paesi e aperture obtorto collo da parte di altri, per le spinte disgregatrici, infine, di alcuni territori che contemplano come unica possibile via di fuga l’autonomia, il distacco, il sogno della ‘piccola patria’, anche in mancanza di una necessaria autosufficienza (vedi Catalogna). Bruxelles è la ‘mamma’ che elargisce Euro a chi ne ha bisogno oppure li dà a chi,più di altri, fa la voce grossa? E chi non è – per un insieme di obiettivi ‘numeri’ complessivamente modesti – in grado di far la voce grossa, quali armi e strategie mette in campo per tentare di raggiungere una maggiore visibilità e, per conseguenza, risultati positivi per il proprio paese?

Tante domanda (e sarebbero molte di più) per constatare come l’auspicata integrazione sia un obiettivo europeo ancora lontano da raggiungere. La riprova è venuta alla luce da quel pastrocchio incredibile che è emerso nell’assegnazione della nuova sede per l’EMA (Agenzia per il Farmaco). Cosa si chiedeva di verificare ai vertici europei preposti alla scelta della sede più adatta? Di privilegiare quella città del vecchio continente che avesse un insieme di caratteristiche tali da poter soddisfare le esigenze pratiche di un’Agenzia con un gran numero di dipendenti, con responsabilità enormi perché ha a che fare con la salute dei cittadini europei. Non solo: doveva essere facilmente raggiungibile, avere una sede importante e accentrata, doveva incontrare il gradimento di chi ci lavorava, venendo via da Londra, metropoli ‘dimissionaria’. Nell’ottica di accontentare le istanze dei cosiddetti piccoli paesi o di quelli ‘periferici’ come quelli dell’est, è stata aperta un ‘gara’ fra diciotto città candidate, alcune delle quali francamente improponibili: Valletta a Malta, Nicosia a Cipro, Porto in Portogallo eccetera. Non solo: c’era una evidente ‘mappatura’ politica e un disegno preventivo di ‘do ut des’ tra le nazioni più importanti; voti e possibilità da mercanteggiare preventivamente in cambio di successivi favori da incassare per l’impegno preso, ad esempio. Qualche altro indizio del pastrocchio?  Il delegato della Slovacchia che non vota più perché eliminato al primo turno, determinando così squilibri nelle tornate successive. L’incazzatura della Germania che avrebbe voluto a Francoforte la sede dell’EBA (Agenzia Bancaria) avendo in questa città la Banca Europea e quindi fa uno sgarbo all’Italia votando Slovacchia. La Francia che ritira Lilla dalla gara EMA, sperando di vincere l’Agenzia Bancaria che andrà invece (sempre per sorteggio!) all’Irlanda. Da ultimo, la Spagna che promette di favorire il fronte Mediterraneo e poi non vota Milano.

Finaletto andaluso (cantava una volta Renato Rascel). Milano, che aveva superato in due votazioni tutti (e solo per questo motivo avrebbe potuto essere prescelta) per via di questi cervellotici ‘giochini’ ha finito per perdere a vantaggio di Amsterdam (compatte nel voto le falangi Vichinghe). Ma non è stato il voto a decidere, bensì la monetina, la pagliuzza più corta, la pallina bianca tra quelle nere, il testa o croce della moneta da due Euro. Non è stato preso in esame se i ‘numeri’ delle due città presentassero evidenti vantaggi di una delle due, a seguito di considerazioni serie e consapevoli; nemmeno si è valutato, a parità di meriti, se vi fossero carenze che sconsigliavano la scelta di una città rispetto all’altra. È andata così, con un’azione completamente ‘alla fiora’, direbbero i milanesi; una decisione non degna di un organismo sovra nazionale qual è l’Europa. Le mie certezze iniziali sono solo in parte incrinate. Ma io non faccio testo; vorrei infatti che i cittadini Europei del futuro potessero contare su un’Europa delle concretezze piuttosto che su un’Europa della roulette.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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