Nuova vita per le strutture Expo

È stato con grande entusiasmo che Latitudes ha documentato, tre anni fa, il successo planetario di Expo 2015. I milioni di visitatori di quella torrida estate ricordano, tanto per fare un esempio, la famosa ‘rete’ del padiglione Brasile sulla quale torme di giovani (e meno giovani) si arrampicavano per entrare nel padiglione; oppure rivedono le magnifiche strutture lignee della stupa del ‘terremotato’ Nepal che era stata edificata anche con il contributo dei visitatori. Oppure ancora la ‘casa’ in legno e verde della Francia, il giardino e la serra con le api sul tetto del padiglione inglese e molti altri ancora. Che fine hanno fatto queste provvisorie meraviglie dell’Expo, fra le quali i milanesi e i cittadini del mondo giravano accaldati e felici? Vediamolo con una veloce gita a ritroso, per soddisfare alcune curiosità.

I paesi partecipanti hanno investito oltre un miliardo di euro per edificare i vari padiglioni e un altro mezzo miliardo se ne è andato in infrastrutture; logico che la fase dismantling (smantellamento) sia stata concepita per recuperare quanto possibile, destinando non poco a realizzazioni socialmente utili.

Ecco le strutture che, in qualche modo, avevano a che fare con il verde. Quella inglese (il grande alveare) ha trovato collocazione all’interno dei Kew Royal Gardens di Londra, a loro volta sede della prima esposizione universale del 1851. Il padiglione-giardino del Bahrain sarà ricostruito a Muharraq, terza città del paese, come orto botanico accanto al palazzo dello sceicco, mentre le torri della Svizzera diventeranno orti in quattro città elvetiche e il bosco dell’Austria sarà ripiantato integralmente sulle montagne del Tirolo. Dal verde al ‘legno’. Il padiglione del Cile troverà nuova vita a Temuco come fiera permanente del commercio equo e solidale, mentre la Francia e la Slovenia non hanno ancora deciso come riutilizzare le loro strutture lignee. Rimarranno in Italia alcuni edifici o parti di essi: il parallelepipedo della Coca Cola sarà un campo di basket a Milano; il padiglione di Federalimentari diverrà un polo fieristico a Parma, mentre Origgio, tra Varese e Milano, ospiterà il ristorante della carne uruguayana che tanto successo ha incontrato. La sezione ‘arredo urbano’ del Comune di Milano utilizzerà le panchine del padiglione Germania, così come le pensiline a forma di ombrello che fronteggiavano la palazzina del Qatar. Altri riutilizzi? La struttura ad anfora della Turchia, i portali del Belgio, la rete del Brasile destinata ai giochi dei bambini. Sistemazioni ‘italiane’ e non milanesi per il campo verticale di Israele – da qualche parte nel nord Italia – e per le colonne di bambù del Vietnam, prenotate dal Comune di Alassio. Ottime le destinazioni finali socialmente utili: quella del padiglione di Save the Children, che diverrà una scuola per bambini siriani, profughi nel Libano; la Casa Don Bosco verrà ricostruita a Vynnyky (Ucraina) e diverrà un centro di formazione giovanile; infine, i grandi container colorati del Principato di Monaco saranno la sede operativa della Croce Rossa nel Burkina Faso. Strutture rimaste dell’Expo 2015: il Padiglione Zero, l’Albero della Vita e il Palazzo Italia.

Ultima ‘destinazione’: le scritte in tutte le lingue sulla facciata del padiglione Vaticano, presenti a Expo 2015, saranno regalate a una parrocchia milanese per continuare a lanciare il messaggio: ‘Non di solo pane…’ e questo offre lo spunto per ricordare una piccola storia – in qualche modo collegata ai recuperi dell’Expo, che ha avuto per protagonista la Basilica e il Convento del Corpus Domini dei Padri Carmelitani, ubicata in Via Mario Pagano, a due passi dall’Arco della Pace. Sempre parlando di ‘recuperi’, va anzitutto citato quello dell’Esposizione Universale del 1906: l’edificio in stile Liberty all’interno del Parco Sempione, oggi sede dell’Acquario. Ma padre Fausto Lincio, parroco del Corpus Domini, ci ricorda l’opera meritoria (cent’anni fa) di padre Gerardo Beccaro: ‘…gli edifici provvisori della chiesa e del convento vennero eretti riadattando alcuni padiglioni di legno usati per l’esposizione industriale di Milano del 1894. A condizioni molto vantaggiose, p. Gerardo riuscì ad acquistarne uno particolarmente robusto col quale costruì in breve tempo la prima chiesa del Corpus Domini. Ne venne un’imponente struttura di legno rivestita in calce di 60 metri di lunghezza per 14 di larghezza, dotata di una piccola cupola con vetri colorati…accanto alla chiesa, tra via Piermarini e via Canova, sorse il convento, anch’esso in legno rivestito in calce.’ Avvenimento di rilievo, l’inaugurazione della basilica, ricordata con la bella tavola di Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere del 13 gennaio 1901.

Una pagina della Milano ‘nuova’ nell’allora quartiere periferico del Sempione.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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