Critiche feroci e brillanti carriere

Chi “smanetta” fra televisione (ascolto) e i vari social del web (intervento diretto) è a conoscenza di quanto siano “spumeggianti” gli scambi di invettive tra il popolo della rete. Non sono pochi quelli che usano un linguaggio incivile e totalmente privo di rispetto per la controparte; più che discutere e criticare, il campione di turno tende piuttosto a sopraffare, abbandonandosi senza ritegno alla maldicenza e all’insulto. Questo, per i comuni mortali; ma negli anni è successa la stessa cosa fra personaggi famosi e di elevata cultura, con l’unica differenza che gli “attacchi” verbali o scritti, le critiche, avevano tempi lunghi per suscitare reazioni e non disponevano dei mezzi elettronici che abbiamo noi. L’argomento è stimolante; prendiamo ad esempio il giudizio dell’editore francese dell’opera di Marcel Proust (La ricerca del tempo perduto): “Sarò forse tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”.A Proust non è rimasto che pubblicare a proprie spese il suo romanzo. La storia della critica, in ogni campo del sapere, è densissima di giudizi, stroncature e per fortuna anche di errori madornali visto come sono poi andate le cose in realtà. Autostima all’eccesso, rivalità accese e in qualche caso cattiverie gratuite, hanno coinvolto artisti di fama mondiale. Ecco una scelta curiosa e gustosa di giudizi impietosi.

Abbastanza audace il giudizio del filosofo tedesco Nietzsche che definisce Dante“una iena che scrive poesie fra le tombe”; d’altra parte non è tenero nemmeno con Socrate che a suo dire “è un equivoco, come tutta la predicazione morale”. Un altro pezzo da novanta (Voltaire) arriva a scrivere che l’Amleto di Shakespeare è l’opera di “un selvaggio ubriaco…un dramma volgare e barbaro”; con buona pace dei permalosissimi inglesi. Ma nemmeno la britannica Virginia Woolf si dimostra tenera nei confronti dell’irlandese James Joyce: “ho finito l’Ulisse e credo che (Joyce, n.d.r.) abbia fatto cilecca; è un libro prolisso, torbido, pretenzioso e bastardo; in senso letterario”.Ha incontrato grandi difficoltà anche un altro famoso scrittore inglese nato in India (Rudyard Kipling), che si è sentito apostrofare da un editore in questo modo: “mi dispiace, signor Kipling, ma lei proprio non conosce l’uso della lingua inglese”; milioni di lettori hanno sognato e vissuto le avventure del suo celebre “Libro della Giungla”. Altri giudizi impietosi: “uno scrittore da strapazzo, capace di affascinare solo i superficiali e i pigri”; William Faulkner su Mark Twain, uno degli autori più amati dagli americani. Nemmeno Carducci è stato tenero nei confronti di Emilio Salgari (uno scribacchino fanfarone di poca letteratura e di troppi aggettivi). Più feroce ancora – alla fine addirittura esagerato – il giudizio dello scrittore argentino Luis Borges: Guy de Maupassant? morì pazzo, ma era nato cretino”.

La sottile arte di denigrare i colleghi non è stata appannaggio dei soli scrittori. Fra i pittori, per esempio, abbiamo il giudizio di El Greco, ovvero Dominikos Theotokópoulos, famoso alla Corte di Spagna, su Michelangelo: “era un brav’uomo ma non sapeva disegnare”. Giudizio quasi simile a quello espresso da Renoir su Manet: “non ha proprio talento quel ragazzo;ditegli, per favore, di smettere di dipingere”.Non è da meno il campo musicale, con “epitaffi” come questi: Puccini su Wagner: “non si può giudicare l’operadi Wagner dopo averla ascoltata una sola volta, e io non ho nessuna intenzione di ascoltarla una seconda”. Stravinskij su Vivaldi:“un musicista noioso che ha scritto seicento volte lo stesso concerto”. Prokofiev su Stravinskij: “un Bach con le note sbagliate”; come dire, chi la fa l’aspetti. Passi falsi vengono commessi anche da critici che rifiutano la pubblicazione o comunque bollano negativamente opere di grande successo editoriale. Come Elio Vittorini, che sconsiglia alla sua casa editrice (lui era critico letterario) opere quali “Il Gattopardo”, “Il Dottor Zivago” e “Pelle di Tamburo”, rispettivamente di Tomasi di Lampedusa, Pasternak e Günther Grass. Stesso destino inizialmente negativo per “Il Diario” di Anna Frank; ben quindici editori, dopo la morte della giovane scrittrice, hanno rifiutato la pubblicazione dell’opera con motivazioni varie; una di queste suonava così: “questa ragazza non ha un sentimento o una percezione della realtà tali da elevare il romanzo al di sopra della banale curiosità.”. Per finire, il famoso libro “La spia che venne dal freddo” (terzo romanzo scritto, milioni di copie vendute) del britannico John Le Carré. Pare che l’editore abbia inviato una copia del libro a un suo amico, accompagnandola con un biglietto su cui era scritto: “ti presento Le Carré, che non avrà futuro”.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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