Singapore, moderna antichità

Singapore si racconta subito con una dotazione eclatante: la sua modernità grandangolare, effervescente, soprattutto slanciata. Ovunque infatti vedi solo colossi di cristallo e cemento che di sera s’illuminano come in un carosello di luci ad alta quota.

Ti sembra quasi New York in una versione tropicale. Immaginarsi una presenza di antico sa quasi di contraddizione in termini. Eppure dopo un po’ è come se la città ti lanciasse una sfida per rintracciare i rimasugli del suo passato che s’intrufolano anche nei perimetri più inattesi e futuristici. Ci vuole occhio clinico ma, poco per volta, ti accorgi che l’antico e il moderno sono i termini di un binomio quasi sottinteso, forse inversamente proporzionali, e tuttavia con una loro coerenza.

La città in altezza
A Downtown Core, il centro, il moderno è un repertorio straordinario di forme e linee: altissime, spigolose o bombate, sempre avvolgenti. I suoi grattacieli sono l’icona della città-isola-stato. Ce ne sono circa 4.000 ma i più spettacolari sono concentrati in questa zona. Fino a 200 anni fa qui non c’era praticamente nulla. Poi un funzionario della Compagnia delle Indie Orientali pose gli occhi sul posto e ne riscrisse la storia: Stamford Raffles, il solito inglese dall’intuizione lungimirante, ne prese possesso nel 1819 e lo trasformò in un crocevia strategico per le rotte tra Europa e Asia, fino a divenire oggi una vetrina luccicante di avanguardie.

Dove si corre il Gran Premio
Lungo il Singapore River quei tempi lontani rivivono nelle figure metalliche con protagonisti traffichini in colletto bianco, uomini di fatica e avventurieri sulle banchine del Clark Quay. Statuari in senso letterale e firmati dai più noti scultori locali. Sempre in zona, stessa suggestione nelle gigantografie della galleria “The Shoppes”, il mall di Marina Bay, l’avveniristico quadrante dove si corre il gran premio di F1. Le immagini rievocano la Singapore in bianco e nero di una volta, proscenio di velieri, giunche e ammassi di merci. Oggi alle spalle del mall campeggia il Marina Bay Sands, grattacielo uno e trino in un allineamento orizzontale che dal 2010 ha elevato ancora di più il tasso di spettacolarità della zona con una piscina-ponte a unire le tre torri.

Un reticolato di ponti
La visione prima tramortisce e poi ingabbia con una carica ipnotica. Anche quando puntuale sbuca alle spalle degli edifici coloniali come il vecchio palazzo del Parlamento. O il reticolato dei ponti del circondario. Storici e connettivi dal 1840, portano i nomi di funzionari e ingegneri inglesi del passato: l’Elgin Bridge, il coevo Coleman Bridge e il nevralgico Cavenagh Bridge. E a chiusura ideale del cerchio, l’Esplanade Bridge, la moderna corsia che per 263 metri raddoppia il collegamento pedonale fino ad altri fulgori architettonici della zona. Ponti tra planimetrie e tra epoche, verrebbe da dire, in un panorama sempre in corsa a ridisegnarsi nel tempo e nello spazio. Se capita, strappandolo persino al mare. Singapore in effetti di superficie fa solo 719 km². Un contesto ristretto che però è stato capace di trasformarsi anche in un crogiolo di identità. Come in una bilocazione, temporale e culturale, per varie epoche e spaccati di un’Asia multipla e simultanea con tratti malesi, indiani, europei e in primis cinesi. Sintetizzata a distanza, ma non per questo sintetica.

La casa Peranakan
Come succede a Emerald Hill Street. Di solito ci capiti per caso, scantonando dal trambusto di Orchard Road, baricentro dello shopping tra altre avanguardie in calcestruzzo. Qui l’antico s’incunea nel moderno in un viottolo che sembra una svista architettonica. In stile Peranakan. Il termine designa la sintesi di elementi della tradizione cinese e malese. Si torna ai tempi in cui i primi immigrati cinesi da Malacca portarono in dote le loro vocazioni laboriose e l’innato piglio commerciale. Emerald Hill Street a distanza di secoli continua a illustrarne le storie, i successi e, in termini di stile, un’estetica composita. La casa Peranakan prevede, o meglio prevedeva, una colorata soluzione a due piani: negozi o laboratori al pian terreno e dimore a portata di scala al secondo. Ricorrente è una simmetria di elementi: porta centrale con finestre speculari al pian terreno e allineamento triplicato delle stesse al secondo. In più, apporti adornativi come persiane a gelosia, stucchi art decò, lanterne e altari votivi. Un tocco retrò e naïf in una creolizzazione perenne. Se ne apprezza la varietà, dai costumi al mobilio, anche al Peranakan Museum, in Armenian Street.

Lo street food a Chinatown
L’antico persiste anche in eredità immateriali e comportamentali. A Chinatown, nella zona di Arab Street e a Bugis Street, interpreti sono le professioni di strada, dai ciabattini ai venditori ambulanti, agli ultimi guidatori di risciò. Così pure i rituali presso i luoghi di culto come il  tempio di Thyan Hok Keng. Non fanno eccezione i riti della tavola, presso gli hawker, strutture all’aperto in una variante del cosiddetto street food. Alla categoria si può accludere il Telok Ayer Market, in Raffles Quay; oggi manca solo il mare che, come attesta il suo nome in malese, dal 1822 rifletteva nelle acque della baia i contorni dell’allora mercato coperto. Per il resto è ancora come un tempo, con torretta e orologio in stile coloniale. E sullo sfondo, altri immancabili grattacieli.

Stamford Raffles
La bianca statua di Stamford Raffles a Empress Place, non distante dal punto dove sbarcò lungo il Singapore River, oggi sembra racchiudere visivamente ogni nesso di questa vicenda; quella di un posto dove il divenire è per antonomasia e la sua modernità istintuale. Probabilmente neanche il suo inventore ne avrebbe immaginato una trasformazione così avveniristica, così perenne, in un’esaltazione di modernità senza limiti; quella che a prima vista ti aveva fatto pensare che per l’antico lì non potesse esserci spazio. L’antico che invece c’è. E in fin dei conti anche Sir Stamford ne gioirebbe. Non fosse altro per aver dimostrato che lui, ispiratore di avanguardie in tempi antichi, aveva visto giusto. E dopo tutto, trovandosi a pagare un prezzo postumo solo simbolico: una celebrazione all’antica, per l’appunto statuaria come quelle sul Clark Quay, firmata nel 1887 dallo scultore Woolner. Però idealmente racchiusa in una cornice moderna e fatta di molti piani. Un compendio di futuro e passato che a Singapore, se si vuole, alla fine non è poi così contraddittorio.

Testo e foto di Andrea Marnati  | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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