Intorno al mondo con Pietro Tarallo

Questo è un libro che piacerà molto ai tanto bistrattati “pantofolai”, quelli che camminano il giusto, viaggiano poco, ma amano leggere e meditare, affondati in una comoda poltrona. Alla fine delle intriganti pagine scritte dal giornalista-scrittore Pietro Tarallo, avranno la gradita sorpresa d’aver visitato e assaporato le meraviglie del mondo intero

 

La vita è imprevedibile; occorre rendersene conto. C’è chi nasce predestinato: se il papà è un capitano d’industria, è probabile che il rampollo ne segua le tracce. Stesso discorso per il figlio di un fornaio o di un medico: nel primo caso, oltre al pane, venderà merendine e finger food per seguire le mode del momento, mentre il figlio del medico, anziché togliere appendici e tonsille come papà, si specializzerà in calcoli renali e cistifellee. Per non parlare poi dei giovani che seguono strade inconsuete – affollate sì, ma seduttive per ciò che promettono – quali aggredire i social diventando influencer, blogger, tattoo manager, chef di grido, barista specializzato in cocktail esotici e mille altre professioni nuove e accattivanti.

Pietro Tarallo a Cuba

Ma giovani che crescono con il desiderio di viaggiare, di conoscere il mondo, di “immaginare” avventure seducenti, ce ne sono ancora? Ci saranno senz’altro; forse meno di un tempo, o meglio, non come facevano i giovani decenni fa. Senza scomodare Sandokan e i suoi tigrotti della Malesia (il non plus ultra dell’avventura movimentata!) è difficile pensare che spostarsi da un luogo all’altro sulla scia degli invadenti low-cost che volano su perpetui tappeti di nubi, rappresenti il massimo dell’emozione. Si viaggia veloci e si vede poco, questa è la sostanza; manca cioè quella che un tempo era definita la conquista graduale ma completa del territorio che si stava percorrendo, col necessario corredo di panorami, minute e insieme grandiose scoperte geografiche, esperienze umane, sensoriali, spirituali. Quello che il “viaggio” dovrebbe donare; quello che, in buona sostanza, ha fatto Pietro Tarallo nella sua vita di viaggiatore universale. Per chi ambisce emularlo, sia comunque di conforto pensare che anche l’autore di questo libro è arrivato per gradi alla consapevolezza che la sua vita avrebbe dovuto essere questa e non altre. Dopo gli studi, ha lavorato e ha ricoperto incarichi di prestigio in aziende di prestigio, oltre ché insegnare. Forse è stato proprio l’insegnamento, il contatto con giovani desiderosi di apprendere, la molla che gli ha suggerito di cambiar vita, dedicandosi in via definitiva ai viaggi, alla scoperta di luoghi e popoli diversi.

Poche persone, credo, hanno viaggiato come l’autore del Giro del mondo in 80 Paesi (Editore Polaris, euro 30). La prima avventura di viaggio, compiuta con amici a bordo di un pulmino dall’Italia all’Afghanistan e ritorno (prima dei russi, degli americani, dei talebani, dei burka, delle bombe, dei morti) dà l’esatta dimensione della “meraviglia” del viaggio. Un lungo tragitto e una permanenza di mesi durante i quali Tarallo ha scoperto la propria vocazione: spostarsi in luoghi differenti per conoscere altre genti, per arricchire il personale bagaglio di conoscenze e per alimentare – primo estratto di benefico elisir di lunga vita – il proprio spirito e il personale convincimento che questa esistenza, più di altre, sarebbe stata degna d’essere vissuta.

Quali sono i Paesi della terra visitati che Tarallo ricorda con maggiore affetto? Lui ne ha citati quattro (Indonesia, India, Messico e Yemen) ma ha descritto con pari intensità e partecipazione molti altri territori, zone particolari o popolazioni che hanno attirato la sua attenzione e curiosità. Ecco una scelta essenziale, seguendo lo scorrere delle pagine e le foto che le accompagnano.

La fantastica cittadina sotterranea di Coober Peddy, nel deserto australiano, famosa per gli opali e per il fatto che le miniere abbandonate per esaurimento del minerale sono diventate comode abitazioni dotate di ogni comfort; il caldo, in queste zone, può raggiungere anche i 50 gradi! Due porzioni di mondo tra loro molto differenti ma entrambe affascinanti: l’immenso Salar de Uyuni sulle Ande del sud America: un vero e proprio lago salato a oltre quattromila metri d’altitudine e l’isoletta colombiana di Providencia, nel mar dei Caraibi, verdissima e poco abitata: una foresta in mezzo al mare. Poi due etnie o popolazioni molto interessanti incontrate nel corso dei lunghi viaggi compiuti: i pigmei batek – che gli spagnoli avevano definito negritos – delle isole meridionali delle Filippine; pochi individui superstiti che (curiosamente) fumano i sigari introducendo la parte accesa nella cavità orale, per meglio “assaporare” il gusto del tabacco, oppure le donne Kuna delle isole panamensi di Sant Blas che confezionano patchworks coloratissimi con tessuti e ricami; un tempo, questi colorati disegni venivano dipinti direttamente sui loro corpi nudi! Pochi esempi, questi, dei mille e oltre che il libro contiene.

Quelli pubblicati in questo bellissimo libro, completo di fotografie a colori scattate in prevalenza dallo stesso autore nel corso delle sue peregrinazioni, sono articoli, reportage relativi a un arco di tempo molto lungo: parliamo di anni ed è sempre poco carino precisare quanti siano; comunque, una specie di “vita” trascorsa armato di macchina fotografica e taccuino, forse ripetitiva e alla lunga stancante, al punto che qualche dubbio è insorto persino nel protagonista, quando ha così definito scherzosamente il proprio lavoro: “mi preparo-parto-viaggio-fotografo-prendo appunti-torno-scrivo”; molte le testate giornalistiche coinvolte; innumerevoli le interviste in radio e televisione. Tutto materiale rivisitato con attenzione, controllato e riversato nelle oltre 500 pagine del libro. Ma i paragrafi qui contenuti – con i nomi dei Paesi in ordine alfabetico – hanno qualcosa in più. Sono stati arricchiti da ciò che una prima pubblicazione – su un quotidiano o una rivista – non avrebbe consentito: vale a dire riflessioni, approfondimenti, descrizioni di luoghi e personaggi, riemersi e resi vivi grazie agli infiniti appunti ripescati, al materiale personale d’archivio consultato e alla sempre viva memoria di Pietro. Ne consegue che il libro, alla fine, non è una semplice rilettura di cronache più o meno passate, ma presenta la freschezza dovuta al riesame pratico e mentale che Tarallo vi ha dedicato, rendendo oltremodo godibile e completo, per gli appassionati di questo genere letterario, un giro del mondo che ciascuno potrà affrontare come meglio preferisce: leggendo un capitolo dopo l’altro o magari scegliendo alcuni Paesi prima di altri. Le descrizioni sono efficaci, coinvolgenti, gradevoli. Un “lavoro” da vero professionista, quello dell’autore fiorentino-torinese-genovese!

Pietro Tarallo, nelle note introduttive, ha parlato di “un viaggio a ritroso nel tempo, in un mondo che non c’è più; un amarcord struggente”. Bene. È il caso di scoprirlo questo mondo che non c’è più; invito che mi sento di rivolgere specie ai giovani: sacrificare un po’ i social e le chat per leggere queste pagine, può voler dire trovare nuovi stimoli personali che alla fine potrebbero favorire la decisione di intraprendere la carriera di giornalista-scrittore di viaggio. Utopia? Mica tanto; l’insieme delle parole contenute nel libro sono più che illuminanti. Occorre solo aggiungere vocazione, amore per la natura e per gli altri, pazienza e determinazione. Tutto il resto dovrebbe scorrere liscio come l’olio, o quasi…

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com