Giovanni Arcioni, migrante d’antan

© Museo della Valle di Blenio, Svizzera

La parola antan, impiegata nel titolo di questa settimana, non è molto usata, ad essere sinceri. Eppure ha nobili origini latine: arriva dal latino volgare ant(e) an(num), cioè un anno prima, ma veniva tirata in ballo – specie nel secolo scorso e in quelli precedenti – quando ci si riferiva a qualcosa di trascorso, di passato, per il quale si nutriva nostalgia, rimpianto. Chi era, dunque, questo migrante d’antan? Per quale motivo ricordarlo ora, in un periodo dell’anno riserbato alle feste, ai regali? Come spunto di riflessione, è la risposta; come opportunità di raffronto fra le “storie” antiche e quelle attuali, troppo ripetitive, purtroppo. In fondo, l’avventura umana di questo personaggio della Svizzera italiana, ricalca l’odissea che giornalmente affrontano i migranti che arrivano dall’Africa, dall’Asia; e sarà bene ricordare che le sofferenze e i disagi che i figli del Sahel o dell’Afghanistan o del Bangladesh patiscono, attraverso mari e deserti, equivalgono le traversie e le sofferenze affrontate nell’Ottocento e agli inizi del secolo scorso, da molti connazionali e stranieri che emigravano verso paesi lontani: le Americhe, l’Australia. Giovanni Arcioni (1827-1898) non era italiano. Nato a Corzoneso nell’alta Val di Blenio, era uno svizzero del Canton Ticino che ha vissuto senza alcun dubbio una vita difficile, ma comunque movimentata e (forse) degna di essere vissuta. Emigrato giovanissimo a Tortona, in Italia, ha poi lavorato a Parigi prima di recarsi in Australia, dal 1854 al 1861. Quasi otto anni, inseguendo il miraggio dell’oro.

abitanti di Corzoneso, ©Fondazione Donetta

L’Ottocento è il secolo del trionfo dell’industrializzazione, di un capitalismo arrembante e per molti versi privo di scrupoli. Un capitalismo che aveva bisogno di braccia, solo di quelle, non importava granché sapere a quale anima queste braccia fossero attaccate; essenziale risultava poterne disporre in modo sistematico e totale; e Giovanni Arcioni le sue braccia le aveva destinate a un lontanissimo Paese. Il diario che ci ha lasciato si chiamava inizialmente Journal sur la Mer, poi titolato in via definitiva Memorie di un emigrante ticinese in Australia. È un manoscritto di oltre duecento pagine“…fait par Jean Arcioni, Corzoneso (Suisse); 15 septembre 1854, Liverpool”. Il diario parla del viaggio dall’Inghilterra a Melbourne e delle sue avventure di cercatore d’oro, corredate da varie informazioni economiche (prezzi, salari, bilanci, rendiconto delle spese sostenute, anche le più modeste, tutte allineate in sterline e pence). Il documento contiene inoltre una quindicina di poesiole redatte in italiano (con naturali riferimenti al dialetto parlato in Val di Blenio) francese e inglese; parole riferite all’amore e alle vicende quotidiane. Interessante è, per esempio, la puntigliosa descrizione che l’Arcioni dedica alla nurritura (nutrimento, dal francese nourriture) che spetta ad ogni persona imbarcata su Il Mobile (nome della nave): “1 Pound (una libbra, poco più di 450 grammi)) di carne salata e di farina di fromento, 3 Pd di bisquit pane, 4 Pd di farina di avena e riso, il tutto per settimana. Mezza oncia (poco meno di 30 grammi) di carne di porco e pomi di terra (patate), 9 once di caffè e the e zuccaro a volontà, mezza oncia di aceto, 2 di uva seccha, 4 once di piselli secchi, sempre per settimana, oltre a 1 pinta (circa mezzo litro) di acqua per giorno”.

Nel corso della navigazione si rincorrono le annotazioni del migrante: “… nivolo (nuvoloso) con aria calda ma forte, che marciamo a meraviglia”, oppure: “…è morto un inglese di circa 36 anni e questa mattina alle 7 e mezzo l’anno gettato in mare”. Quando superano l’Equatore, annota: “…il sole è caldissimo. Vi fu grande festa dei marinari e giochi e danze”. Arrivato in Australia, ha inizio un’altra vita, che si può sintetizzare con la curiosa considerazione del primo giorno di lavoro in miniera: “…uno gennaio 1855, lunedì: arrivati al fondo del bucco e abbiamo cominciato a fare ORO”. Il 16 aprile del 1859, a quasi cinque anni dal suo arrivo dall’Europa, l’Arcioni scrive (approssimativo l’inglese impiegato) queste note-testamento: “…debiti, quando finirete; finirete con la mia stessa vita, stanca e senza speranze, in questo paese di ruffiani. Sono nato coi debiti, vivo nei debiti, continuo a lavorare per i debiti; forse morirò coi debiti”. Nelle parole di questo povero e sensibile emigrante ticinese, c’è un’infinita amarezza; finiscono per assurgere, quasi, a tragico simbolo delle sofferenze e disillusioni sue e di molti altri compagni di sventura. Tornato per breve tempo a lavorare a Parigi, Arcioni concluderà l’esistenza nella ritrovata Corzoneso, fra le montagne del Canton Ticino.

Libertas Dicendi n° 240 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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