Perché viaggiare: il viaggio come necessità o automatismo?

L’articolo di Anna Maspero Perché viaggiare? Il viaggio come terapia, sulle motivazioni che ci inducono a viaggiare, pubblicato la scorsa settimana, ha stimolato un intenso dibattito suscitando riflessioni e opinioni che vogliamo condividere con i nostri lettori. Di seguito l’intervento di Marco Bortoluzzi.

Il viaggio come automatismo

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Oggi siamo tutti viaggiatori ed esploratori, con buona pace di Tucci e Pigafetta (che poi oggigiorno nessuno manco se li ricorda). Tutto il mondo è a portata di click. Si può prenotare un tour completo in Patagonia dal divano di casa, un homestay in Cambogia su booking, un cheap safari in Tanzania mentre siamo in metrò a Milano. Ma tutto questo automatismo è positivo? Non ne sono convinto. La semplicità offusca il pensiero della mente pigra, e le conseguente “divanizzazione” del nostro cervello può avere almeno due conseguenze negative. Da un lato, viaggiare rischia di diventare un riflesso, un comportamento automatico, un atto quasi dovuto. E ci dimentichiamo che viaggiare è – e deve restare – una scelta personale, meglio se ben motivata (a tal riguardo sarebbe interessante approfondire anche la nobile riflessione sul “perché non viaggiare”). Dall’altro, la ricerca incessante della prossima meta rischia di ridurre drasticamente la qualità del nostro viaggiare. Non scegliamo più i nostri viaggi, ma sono loro a scegliere noi: grazie alle immagini preconfezionate sul web, ai trend del momento (le 10 mete da visitare entro i 40 anni…), alla pubblicità. E in viaggio vogliamo semplicemente ritrovare – e non più scoprire – le esperienze che ci siamo già prefissati di vivere. Cerchiamo conferme, non disequilibri.

Il viaggio come opportunità sociale

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Negli ultimi anni, molte agenzie di viaggio si sono espanse grazie a una camaleontica trasformazione: hanno capito che l’essere umano 2.0 si sente solo, in crisi di identità, insoddisfatto della quotidianità, bisognoso quanto mai di evasione (altro concetto intelligentemente richiamato dalla Maspero). Da semplici tour operator concentrati sulla qualità dei pacchetti turistici sono diventati un bacino di raccolta delle aspirazioni sociali dei viaggiatori, creando nuove modalità di incontro tra persone della stessa età (o affine). Così il viaggio diventa una opportunità di incontro e di socialità. Chi parte riversa nel viaggio (o nel gruppo?) tutte le sue aspettative di socialità rimaste orfane di soddisfazione nel quotidiano, tanto che qualche tour operator si sente in dovere di specificare che prenotare un viaggio non è come avere un match su Tinder. In questo senso, quella che qui indico come funzione sociale del viaggio potrebbe considerarsi un’ipotesi di specialità della categoria – già indicata dalla Maspero – del viaggio come terapia.

Il viaggio come autoesaltazione?

Turisti Orientali sulle Alpi mentre si scattano selfie Foto di pasja1000 da Pixabay

In una società dove è sempre più fondamentale apparire e mettersi in mostra, il viaggio costituisce un’ottima opportunità da sfruttare per dipingersi felici in una spiaggia tropicale o con il Grand Canyon sullo sfondo. Ma se il viaggio è appannaggio di tutti, si rischia di creare un cortocircuito: partire non basta più, occorre emergere, differenziarsi! Ma come? Negli ultimi anni sono fiorite le tribù di travel blogger, fotografi di instagram, cantastorie del web, filosofi dell’immediatezza (li chiamo così perché in viaggio continuano a postare senza differita e senza sosta il luogo esatto in cui si trovano). Nonostante l’elevato numero di post, le narrazioni sembrano seguire una grammatica comune: c’è chi ha penetrato l’Africa vera in Mozambico, chi ha trovato il vero io interiore facendo un bagno nel Gange a Varanasi, chi ha toccato la verità delle cose specchiandosi negli occhi di un bambino delle favelas brasiliane. E spesso si utilizza una dialettica degli opposti che crea gerarchie tra viaggiatori e permette di sottolineare la propria appartenenza alla classe dirigente: il turista visita l’Africa finta, il viaggiatore penetra l’Heart of Darkness dell’Africa vera. Suggestioni. Accettabili? Resta il dubbio che in questo modo si trasformi il viaggio in una esperienza da esporre in vetrina e la sua narrazione, travestita da reportage, venga diffusa un po’ per invidia, un po’ per vanità, quasi mai per autentica memoria o puro interesse.

Il viaggio come necessità

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Il viaggio è soltanto una evasione, una terapia, un automatismo, una forma di autocompiacimento, un’opportunità di socialità? O esistono altri spazi di definizione? Credo fortemente che il viaggio possa essere molto di più, addirittura una necessità. Nella sua “Alternativa nomade”, Bruce Chatwin cita Pascal e Montaigne. Il primo ricollega l’infelicità dell’uomo – potremmo aggiungere moderno – dal non sapersene star quieto in una stanza; il secondo sostiene che l’uomo è naturalmente curioso, e se non soddisfa tale sua caratteristica, si sente insoddisfatto. Pascal ci offre uno spunto interessante: non siamo biologicamente creati per passare un’esistenza chiusi in uno spazio. Il viaggio – che non è altro che uscire dalla stanza – diventa pertanto una necessità fisiologica, ben distante da degenerazioni terapeutiche. Non si parte per sopperire alla noia, alla tediosa regolarità, per evadere dalla quotidianità. Al contrario, si viaggia per non conoscere l’insoddisfazione e l’irrequietezza. Si ribalta, così, la concezione del viaggio come terapia. O – se vogliamo mantenerla con una leggera forzatura – potremmo parlare del viaggio come terapia di prevenzionePerché viaggiare dunque? Perché il viaggio ci appartiene, ci abita. Viaggiare è una necessità interiore generata dalla nostra naturale tendenza verso il cambiamento. E rimane una scelta, un’alternativa chatwiniana, senza trasformarsi mai in imposizione o automatismo (per uscire dalla stanza occorre prima decidere di aprire la porta). Tale modo di pensare il viaggio possiede un grande vantaggio perché racchiude la consapevolezza culturale necessaria a far sì che – a viaggio terminato – non ci si rinchiuda nella stessa stanza dalla quale avevamo deciso di uscire. Le altre concezioni del viaggio, invece, ci riconducono tutte al punto di partenza.

Testo di Marco Bortoluzzi | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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