Resilienza al tempo del Coronavirus

Un albero cresce sulla roccia, sapiente simbolo di resilienza Foto di Allan Joyner da Pixabay

Mi considero un vero campione del #iorestoacasa e della resilienza positiva. L’ascensore è il mezzo di trasporto che mi scarrozza dalla luminosità del terzo piano e del terrazzo fiorito, al primo piano inferiore dello studio nel quale leggo, scrivo e seleziono raccolte speciali, riviste e libri destinati alla vendita o ai regali agli amici, quando non sarò più operativo. Il contatto vitale che per fortuna funziona alla grande è quello pressoché esclusivo con Cate: mangiare e dormire sono la routine fissa delle nostre giornate, mentre il resto è reso vivo e interessante dallo scambio di vedute che riguardano i personali interessi e quelli che il mondo ci bombarda attraverso tivù, telefono, cellulare, email, social. Giornalmente, poi, c’è lo spettacolo divertente di una famigliola di merli sul terrazzo: becchettano tutti i semi seminati e fanno il bagno nella piccola vasca; fra un po’ torneranno anche le api a gironzolare attorno ai fiori del rosmarino e della lavanda. Sebbene sia più recluso di quanto lo sia Cate (e da diverso tempo) considero questa frazione di vita un intervallo non del tutto negativo. Mi scopro a pensare e valutare un’infinita gamma di situazioni che fanno parte del mio vivere e, molto probabilmente – per temi e obiettivi differenti – di quelle di milioni di individui. Il bello della faccenda è che i miei sono pensieri pacati, positivi, oserei dire saggi. Se il guaio coronavirus ha un merito, almeno per quanto mi riguarda, è quello di aver contribuito a fissare il giusto telaio per contenere i numerosi disegni della mia mente. Ecco perché sono un fautore del #iorestoacasa. Che è anche una forma di rispetto per chi ci cura.

Foto di Kim Thomas da Pixabay

In questi ultimi giorni le cronache traboccano di episodi di insofferenza alla clausura imposta dalle autorità. Tra i furbetti del decreto, c’è chi è stato beccato dai controllori e ha inventato le scuse più assurde. Dalle parti di Zocca (Modena) sono arrivate persone che volevano vedere la casa di Vasco Rossi. A Treviglio c’è chi ha raccolto in casa numerosi amici per bere e fare baldoria, in felice vicinanza d’intenti. Un giovanotto della provincia di Sondrio è andato a Dongo, sul lago di Como, a prelevare la fidanzata per portarla di nuovo in Valtellina; gli è andata male solo perché ha decantato le proprie gesta su Facebook! Nel veronese c’era troppa gente attorno alla fossa durante una sepoltura al cimitero; dopo aver allontanate le persone, la Polizia ha denunciato le pompe funebri. L’ultima perla. Due quarantenni sono stati fermati all’alba in una piazza di Torino; la loro giustificazione: siamo usciti per comprare droga; se non altro, sinceri. Per tutti: furbi e bravi, sclerati e calmi, agitati e posati, si impone quindi l’esigenza della resilienza. Meglio se attiva. Resilienza è diventata una buzzword (parola d’ordine): magica, versatile, evocativa e chi la pronuncia fa una gran figura perché la parola sprigiona forza e profondità.

George Eman Vaillant, psichiatra americano, afferma che la resilienza non è una condizione, ma un processo: lo si costruisce lottando. Una persona resiliente è di fatto in grado di affrontare gli eventi traumatici o disastrosi (come quello che stiamo vivendo) in modo positivo; l’obiettivo è quello di riappropriarsi della propria esistenza e non permettere al dolore o all’angoscia di annientarci; se poi applichiamo il termine resilienza a un’intera comunità, questa sarà in grado di affrontare in modo positivo eventi traumatici o catastrofi naturali attraverso appropriate linee guida. Leggo anche qualcosa che mi riguarda e mi dà speranza: un pensionato resiliente è con tutta probabilità sveglio, vissuto; uno che attende sornione (come i gatti) per poi contrattaccare. Senza accarezzare progetti bellici, debbo dire che mi riconosco nelle caratteristiche dell’anziano descritto. Ma si, dai! Tutto sommato mi ci vedo nella veste del protrettico erga omnes; uno che dirige, eccita, esorta e stimola a proseguire, in assoluta resilienza, la lotta contro il subdolo e malefico coronavirus. In fondo, basta poco per avere successo. Ce lo insegna il filosfo e poeta USA Henry David Thoreau, vissuto nell’Ottocento: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno”. Facciamo a meno del calcio, del teatro, dei concerti di musica classica e rock; dobbiamo rinunciare alle gite in aereo, auto, treno, alle cene con gli amici e alle discussioni al bar; ma non possiamo e non vogliamo proprio ci venga a mancare la cosa più importante: la salute.

Libertas Dicendi n° 253 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com