Riscoprire il Colosseo

Alba tra gli archi del Colosseo ©Vittorio Sciosia

A gennaio ho ricevuto un bellissimo regalo: un ingresso VIP per due persone al Colosseo, Foro Romano e Palatino. In poche parole, non ci saremmo ritrovati in coda chilometrica per visitare il mitico Anfiteatro Flavio. Prima ancora di potersi godere questo regalo, è sopraggiunto il lockdown; dopo il lockdown, c’è stata la tanto attesa riapertura, ma nel frattempo erano cambiate le regole.

Il Turismo al tempo del Covid

Un’immagine delle file all’ingresso al Colosseo in epoca pre-Covid Foto di juni_cz da Pixabay

A Roma, tra Colosseo, Foro e Palatino, a luglio solitamente si registravano sulle 20.000 visite giornaliere, con picchi di 30.000 unità nei weekend più fortunati.

Ora gli ingressi sono controllati e contingentati, per un massimo di 600 persone al giorno. 19.400 anime in meno che calpestano i prati del Palatino e si affacciano sugli spalti del Colosseo, per la gioia inusitata dei 600 fortunati. Questa situazione, seppur drammatica, permette di godersi cotanta meraviglia senza calca.

Purtroppo la visita al Colosseo risente eccessivamente delle restrizioni dettate dall’emergenza sanitaria; bisogna infatti entrare in gruppi e parte del sito non è accessibile al pubblico; inoltre si viene seguiti passo passo da un impiegato, visibilmente annoiato, che ti indica dove devi andare e per quanto tempo puoi sostare, per un totale di 45 minuti. Breve, scarno, limitato: un tuffo nel passato che potrebbe rapirti totalmente e che invece deve fare i conti con la tristezza contemporanea.

Riscoprire il Foro Romano e Palatino

In seguito alla pandemia i gruppi di visitatori al Colosseo sono ridotti Foto di jarekmarszal da Pixabay

Il discorso cambia completamente al Foro Romano ed al Palatino. In questo parco meraviglioso puoi perderti nella lentezza di un caldo pomeriggio di luglio, incrociando poche persone che, come te, vagano a bocca spalancata di fronte a tanta quiete transitoria e bellezza imperitura.

Sei nel centro di Roma, ma quello che senti sono solo i passi sui vialetti ed il pigro canto delle cicale. A farci da anfitrione, una guida molto appassionata: Arianna. Anche lei, un pesce fuor d’acqua in questo periodo che ha come ritornello: mai visto prima. Mai vista Roma così. Mai visti così pochi turisti. Mai avuto un gruppo tanto sparuto di visitatori, fra l’altro tutti italiani.

La nostra allegra ed esigua brigata era composta da: una famigliola di Bologna, una coppia tosco-ligure e noi due. Romani al Colosseo in netta minoranza, anche in tempi di pandemia.

L’Anfiteatro Flavio, questo conosciuto

Il Colosseo durante la il lockdown ©Vittorio Sciosia

Grazie ad Arianna, la seppur veloce scarpinata su e giù per l’Anfiteatro Flavio ha assunto i contorni di un viaggio divertente e coinvolgente. Siamo tornati ai giorni gloriosi dell’Imperatore Vespasiano, nel remoto 72 d.C., e del suo desiderio di restituire al popolo quello che il suo predecessore aveva sottratto. Una vasta fetta di città divenuta residenza privata sotto l’egemonia di Nerone – la leggendaria Domus Aurea – e trasformata in Colossale Anfiteatro, destinato ad ospitare combattimenti tra gladiatori, spettacolari cacce e condanne a morte.

Con velocità cinese, questa meraviglia di avanguardia e marmo venne eretta e resa operativa per l’inaugurazione in soli otto anni dal nipote di Vespasiano, l’imperatore Domiziano. Oltre all’Anfiteatro, la costruzione di tutti gli edifici accessori richiese un lavoro di oltre venti anni, per un’estensione territoriale di quasi sette ettari.

La costruzione era alta 52 metri, eretta utilizzando ottomila tonnellate di marmo, centomila di travertino, legno a non finire e trecentomila chilogrammi di ferro, grazie al quale operosi maniscalchi fortificarono la struttura. Una costruzione quasi insensibile a terremoti, cedimenti e decadimento.

Il Colosseo originario

Il Foro romano, Foto di Dominique Devroye da Pixabay

Della vanagloria di Nerone non rimaneva nulla, se non una statua in prossimità del neonato anfiteatro: un colosso bronzeo che Plinio il Vecchio narrava fosse alto 33 metri. Impossibile ed inammissibile distruggere cotanta grandezza, quindi Vespasiano pensò di mutare le fattezze bronzee di Nerone e di trasformare la statua in simulacro del Sole.

Al momento dell’inaugurazione di Domiziano, quello che apparve ai cittadini romani fu un colosso di marmo scintillante, impreziosito da statue, affreschi, stucchi ed arcate maestose. Una volta entrati, erano i colori rosso e nero a farla da padrone, colpendo lo spettatore per il forte contrasto con il bianco cangiante dell’esterno.

L’inaugurazione durò cento giorni, durante i quali spettacoli inverosimili e cruenti, come anche manifestazioni circensi ed esibizioni teatrali, si succedettero con ritmo incalzante. Ai festeggiamenti furono invitate a partecipare le personalità più in vista. Senatori, cavalieri, vestali, sacerdoti, ma anche i cittadini più umili. Per la gloria dell’imperatore, era fondamentale mostrare al popolo spettacoli ricchi e maestosi; quindi, quanto più gli animali che sfilavano sull’Arena erano esotici, tanto più l’Impero Romano dimostrava di essere florido ed esteso.

Un’organizzazione certosina

Corse di carri al Colosseo Foto di Franck Barske da Pixabay

Ogni capofamiglia possedeva una tessera numerata, che indicava l’arcata di ingresso, con 80 varchi totali, quattro dei quali dedicati all’imperatore e alle personalità più in vista.

I 76 ingressi popolarierano presi d’assalto dal pubblico, che con tanto di tessera alla mano, sapevano esattamente dove dirigersi e quale posto occupare. Tutto era organizzato e strutturato con grande efficacia: l’anfiteatro, che arrivava ad ospitare 70.000 anime, poteva riempirsi in 15 minuti. Le scale che conducevano agli spalti erano costruite – e resistono ancora oggi – in modo tale che, in caso di evacuazione improvvisa, il pubblico potesse scendere velocemente ed uscire sano e salvo, se riusciva a non cadere.

Il cosiddetto Vomitorium indicava appunto gli ingressi del Colosseo, a significare in maniera onomatopeica la massa di gente che si riversava per le scale ad inizio e fine spettacoli; così veniva letteralmente vomitata dalle viscere dell’anfiteatro in maniera veloce ed ordinata.

Un pubblico composito

Il Colosseo e l’Arco di Tito sullo sfondo ©Vittorio Sciosia

Nessun prezzo da pagare: era la classe sociale che stabiliva la comodità del sedile e la visibilità dello spettacolo. Per ultime, relegate alla zona più scomoda del settore ligneo, cioè l’unico con le sedute in legno, c’erano le donne, distanziate dagli uomini e messe in disparte.

In prima fila sedevano comodamente, mangiando e bevendo, l’imperatore e la sua corte. Oltre ad essere il posto con la miglior vista, il palco delle autorità o Podium, era anche esposto ai pericoli maggiori: le belve feroci erano a soli tre metri di distanza. Per ragioni di sicurezza, durante gli spettacoli veniva eretta una rete metallica sormontata da zanne d’elefante a guisa di spuntoni; in questo modo si impediva ai felini più agili di arrampicarsi e vi erano arcieri pronti a scoccare mortali frecce.

Nei sotterranei si sviluppava tutto l’apparato tecnico, invisibile dagli spalti. Un backstage ante litteram, nel quale centinaia di uomini lavoravano alacremente, permettendo alla magia dello spettacolo di prendere forma.

Molti destini, un unico palcoscenico

Solo pochi gladiatori sopravvivevano ai combattimenti Foto di Franck Barske da Pixabay

Su quella sabbia, migliaia di persone ed animali persero la vita, in un tripudio di urla ed incitamento disumani. Tra quegli spalti, schiavi recuperarono la libertà grazie alla loro ferocia. Davanti a migliaia di persone in visibilio, i gladiatori più coraggiosi e sanguinari, assursero a fama imperitura. Si pensava che il loro sangue donasse vigore fisico e coraggio, e che uno stralcio di veste gladiatoria fosse un prezioso talismano contro il malocchio.

A fine carriera, sempre che sopravvivesse, il gladiatore aveva diritto ad una pensione, ricavata dalle vincite che negli anni erano state messe da parte per lui. Chi cadeva prima di poterne usufruire, poteva consolarsi in punto di morte al pensiero che quegli stessi soldi, sarebbero andati alle famiglie che ne avrebbero pianto il lutto.

Oltre al Colosseo

Foto di Franck Barske da Pixabay

Accanto al Colosseo, sorgevano la zona di allenamento, un’attrezzatissima palestra, la Ludus Magnus, un ospedale che si prendeva cura dei feriti e le caserme che ospitavano i gladiatori. Tutte le varie strutture erano collegate all’anfiteatro grazie ad una fitta rete di gallerie sotterranee.

Era necessaria una manutenzione continua per mantenere ogni ingranaggio ben oleato ed efficiente. All’interno dell’Arena c’erano i servizi igienici, gli spalti erano sormontati da vele, per proteggere il popolo dal sole a picco o da piogge improvvise. Queste mastodontiche coperture erano manovrate da un reparto di esperti marinai, che per l’occasione lasciavano la flotta imperiale di stanza a Miseno e raggiungevano la Capitale.

Esisteva un sistema di raccolta delle acque reflue delle latrine e piovane. Gli addetti ai lavori si muovevano all’interno dell’Anfiteatro grazie ad una serie di passaggi invisibili al grande pubblico. Su ogni gradino degli spalti, erano incise le categorie sociali, come anche le classi sacerdotali, le etnie o le magistrature. Un’organizzazione che ha dell’incredibile e che risale a quasi duemila anni fa.

L’inevitabile declino

Il Colosseo e l’Arco di Costantino ©Vittorio Sciosia

Questa monumentale architettura fu il centro nevralgico dei giochi imperiali per oltre cinquecento anni: l’ultimo spettacolo fu allestito nel 523 d.C. sotto la reggenza di Teodorico il Grande. Il sovrano ostrogoto espresse il suo deciso disappunto verso una struttura che nei secoli era costata fiumi di denaro, che avrebbero altresì aiutato il popolo a vivere più dignitosamente.

Con il cambiamento dei tempi ed il fallimento imperiale, un inevitabile declino prese piede e nei secoli: il vecchio gigante fu preso d’assalto, spogliato e vituperato. Si trasformò in fortezza, come anche in villaggio improvvisato o cava dalla quale estrapolare materiali edili. Il tempo corse veloce: per 1.200 anni il Colosseo fu vittima di atti vandalici variegati; solo nel 1749 Papa Benedetto XIV sentenziò che qualsiasi ulteriore spoliazione dell’anfiteatro era illecita e che anzi, doveva iniziare una vasta opera di restauro.

Fu così che negli anni il Colosseo raggiunse nuova gloria, fino ad arrivare a noi, in un caldo pomeriggio di luglio, muniti di mascherine e con gli sguardi rapiti da cotanta storia.

Testo e foto di Viviana Biffani|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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Viviana Biffani

Sognatrice per vocazione, viaggiatrice per coincidenza. Racconta con sana ironia di spiagge , compromessi matrimoniali e onde oceaniche. Leggi i suoi racconti di viaggio.

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