Un terrazzo sul Grand Harbour

Vado un po’ a spanne nel ricordare il numero totale dei viaggi che ho fatto a Malta nel corso degli anni. Tutti viaggi di lavoro – con immancabili e rilassanti pause d’amicizia e riposo – grazie ai quali si è verificata in me una sorprendente metamorfosi percettiva: mentre vedevo luoghi, incontravo gente, consultavo libri e documenti, mi accorgevo che questo piccolo Paese, più volte definito una corazzata nel centro del Mediterraneo, aveva sempre cose nuove da raccontarmi. Meglio ancora: ero io che mi immedesimavo sempre più nella sua atmosfera, straordinariamente semplice e accessibile proprio perché generata dalla complessità della storia, sino al punto che ad ogni atterraggio a Luqa già intuivo quale sarebbe stato il gradino successivo: consolidare quel senso di piacevole e pacata sicurezza che si respira fra le quattro mura domestiche.

Il mio luogo d’elezione nelle isole è sempre stato la capitale Valletta, che mi è entrata nell’anima e che rappresenta per me la città ideale; quella nella quale è possibile soddisfare tutti i sogni di presenza effettiva e immaginaria (tra loro intercambiabili) perché ogni angolo di Valletta è un palcoscenico a cielo aperto, confezionato su misura per la vita del momento, mentre l’intera città è un solo fantastico teatro dalle mille quinte e dalle scenografie perpetue.

In questo ha ragione lo scrittore greco Konstantinos Arvanitopoulos nell’affermare che certi luoghi “…smettono di essere località geografiche, realtà materiali. Acquistano la leggerezza di un’idea e la bellezza dell’eternità”. Lui si riferiva a Itaca, l’isola di Ulisse universalmente conosciuta; ma il paragone calza perfettamente a Valletta. Non a caso per i maltesi è Il-Belt (La Città) e da sempre, da quando il Gran Maestro Jean Parisot de la Valette l’ha voluta e fondata (1566) è andata orgogliosa di vivere in sintonia con l’appellativo che le hanno dato: Humilissima Civitas Valettae.

Quante serate ho avuto – dopo intense giornate di lavoro – per godere appieno della mia “casa” provvisoria di Valletta, quella dello storico British Hotel. Dal terrazzo del terzo piano, collegato alla stanza luminosa attraverso due porte-finestre, guardavo ogni volta incredulo il panorama che avevo sotto gli occhi. Quasi un rito: prima di cena, con l’arrivo del crepuscolo riflesso sulle acque del porto e dopo cena con il buio assoluto della notte e le luci intense delle strade e dei monumenti illuminati.

L’hotel, come l’intera cortina di case che lo sovrastano, affiancano e digradano verso il waterfront, è costruito sulle pendici a suo tempo parzialmente spianate del monte Sciberra, il cuore pietroso di Valletta. Da qui, la strada scende a tornanti fino al lungomare e in molti angoli delle vecchie case che riempiono gli spazi intermedi, vi sono non poche edicole devozionali.

Di fronte, la meraviglia del Porto Grande che i maltesi pronunciano grandárbor, tutto attaccato. La visione delle penisole con i relativi bracci di mare a dividerle è superba: Forte Ricasoli, la baia di Rinella, la penisola tronca di Calcara, quelle appuntite di Vittoriosa che culmina con il possente Forte Sant’Angelo e Senglea che termina con la piccola cupola della Guardiola, caratterizzata dall’occhio dipinto, antica sentinella muta a controllare l’arrivo degli infedeli. È il bello assoluto delle Tre Città che fronteggiano Valletta.

British Hotel

Per le storie antiche della vita di Valletta e di Malta c’era poi la compagnia preziosa di Francis Montebello, il proprietario del British. Con il suo simpatico italiano colorito e altalenante, sedeva spesso a tavola con me, serio nel consigliarmi di ignorare quello che diceva il cuoco – un vecchio orso scorbutico che diceva (in maltese) di mangiare senza far storie quello che c’era – indirizzandomi di volta in volta verso alcune specialità delle isole: una specie di tonnetto (lampuki) o una zuppa di pesce (aljotta); formaggio locale (gbejniet)  accompagnato da pastizzi ripieni di ricotta o piselli; oppure una pasta al forno (timpana) seguita da involtini di carne (bragioli) con un buon vinello rosato e fresco.

Francis, insieme al digestivo e alle fumate collettive (sigaretta lui e sigaro io) mi raccontava le vicissitudini familiari, forse perché ascoltavo volentieri. Chissà, si chiedeva, se in futuro i figli avrebbero voluto continuare questo lavoro, al quale era mancato l’apporto prezioso di un fratello, morto d’infarto a 42 anni mentre era sotto la doccia. Con più cose da fare, lui aveva finito per ridurre i viaggi all’estero: Catania, Palermo…(tenero!). Finiva sempre col chiedermi perché venissi al British, tacendo il fatto che Malta aveva alberghi più moderni e più belli; poi conveniva con me sul fatto che nessuno, a Valletta, aveva  un panorama straordinario come quello che si godeva dal suo British.

Libertas Dicendi n°270 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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