Tamanrasset la Douce

Con Tamarnasset in Algeria siamo arrivati all’ultima escursione settimanale, estiva ed extra moenia, vale a dire all’estero!

Sahara desert, Algeria, North Africa

I prossimi appuntamenti rientreranno negli abituali binari degli argomenti vari, anche perché da sempre varietas delectat, per dirla ancora in latino. Il trasferimento odierno è piuttosto impegnativo: Tamanrasset, territorio algerino, oltrepassato l’immenso Sahara. Arrivando all’aeroporto, che sorge su un pianoro brullo, sembra di atterrare sulla luna; tutt’attorno, montagne di roccia scura.

Tamanrasset, città sede di wilaya (prefettura), ha sicuramente un bel nome! Sono stati i francesi a darle l’appellativo (meritato) di douce, per via del clima secco e temperato anche in piena estate, grazie all’altitudine. Tam, affettuoso abbreviativo usato da locali e forestieri, è situata ai piedi del massiccio montuoso dell’Atakor e deve il suo sviluppo al fatto di essere sempre stata centro di incontro e di scambio per le tribù che vivevano nelle montagne, oltre ché crocevia delle varie carovane che trasportavano sale, spezie, sete, armi e per lunghi periodi anche schiavi.

Tamè cambiata, nel tempo, da luogo di incontro per le carovane in vera e propria città. Accanto alle costruzioni più moderne, ai vasti viali alberati di tamerici, vi sono interi quartieri caratterizzati dalle tipiche case di colore rosso, a piano unico su pianta rettangolare; sono costruite con mattoni d’argilla cotti al sole e cementati con il fango e molte di queste costruzioni sono piacevolmente decorate.

Omar, che è di Algeri, sa molto anche di Tam, per via dei suoi frequenti viaggi con i turisti. Non è difficile assistere, in città, al via vai di fuoristrada carichi di taniche di benzina, di acqua minerale e di bagagli, che partono verso il deserto; non di rado le piccole carovane recano a bordo anche un mouton (montone) che verrà sacrificato, di solito nel punto geograficamente più lontano dalla base di partenza, per alternarlo ai cibi in scatola, dieta abituale dei moderni carovanieri.

Tamanrasset è cittadina che pulsa di vita. Il mercato è il naturale luogo di ritrovo per tutti: oltre agli oggetti d’artigianato (ferro e argento), sono colmi di frutta, ortaggi e grandi quantità di datteri che i locali sostengono essere i migliori in assoluto. Gli abitanti più anziani vestono i tradizionali abiti lunghi dalle tenui tinte unite, mentre i più giovani preferiscono tenute casual.

Al tramonto del sole, è d’obbligo frequentare uno gli improvvisati accampamenti notturni che s’illuminano nella vasta periferia (già deserto), per gli spettacoli di cantanti e danzatrici, per le cene in compagnia a base di agnello allo spiedo, verdure, con le tradizionali bevute di tè caldo, lasciato cadere con perizia dalle teiere in metallo tenute sospese e servito nei piccolissimi bicchieri di vetro. Un piede nella storia e un altro nel futuro, la vita a Tamanrasset scorre serena, ad oltre 2000 chilometri dalle preoccupazioni e dai timori di Algeri.

Sahara desert, Algeria, North Africa

I Tuareg sono berberi per lingua, caratteri fisici e abitano stabilmente il Sahara da secoli, racconta Omar. La perfetta conoscenza del territorio, unitamente al controllo dei pozzi d’acqua e la straordinaria mobilità dovuta ai loro mehari, i famosi dromedari da corsa, ne hanno fatto i veri signori e padroni del deserto. L’organizzazione sociale dei Tuareg è piuttosto complessa e si articola in gerarchie di tipo feudale, distinguibili anche dal punto di vista etnico. Al vertice della scala gerarchica si trova l’amenokal, capo delle terre, attorniato dai nobili (imohar) di origine berbera e dai vassalli (imrad).

Poi vi sono gli inaden (fabbri), gli iklan (discendenti dagli antichi schiavi di provenienza sudanese) e gli haratini, anch’essi di origine sudanese, ma uomini liberi e coltivatori. Suddivisioni sociali a parte, quello che si nota nei Tuareg sono doti di riservatezza e gentilezza. La bellezza fisica è comune ai due sessi e a ciò si aggiunge portamento ed eleganza innati.

L’abito distintivo dei Tuareg è il cheche, una sorta di ampio turbante generalmente bianco – ma ne esistono di molti colori, turchese, malva ecc. – che avvolge il capo e lascia liberi solo gli occhi; quindi il taghelmust, anch’esso turbante, ma impregnato d’indaco naturale che trasmette alla pelle di chi lo indossa il caratteristico colore blu; poi i sarruel, ampi pantaloni a sbuffo; la gandura, una lunga camicia ricamata e aperta sui fianchi; i nail, sandali colorati originari del Niger. Le donne indossano in genere abiti molto lunghi e svolazzanti; sul capo e sulle spalle un manto di tre metri per due, solitamente nero o indaco, che incornicia con grazia il viso e mostra semplici ma bellissimi ricami. Gli anni che passano cambiano mode e costumi; ma qui, ai bordi del deserto, resistono più a lungo che altrove.

Libertas Dicendi n°276 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.