‘Ndocciata: la festa che verrà

Quest’anno l’Ndocciata non ci sarà: una bellissima festa tipica molisana, corrispondente con il giorno dell’Immacolata Concezione l’8 Dicembre. Una decisione sofferta ma dovuta, per l’impossibilità di svolgerla nel suo senso più autentico di fratellanza e incontro della comunità in piazza. Vogliamo mostrarvi cosa sarebbe potuta essere e cosa sarà, in attesa di tempi migliori.

L’antico rito della ‘Ndoccia, che in dialetto significa torcia, nasce come festa pagana presso le popolazioni sannitiche, probabilmente in concomitanza con il solstizio di inverno. In questa occasione si riscopriva la magia del fuoco, in grado illuminare e scaldare le rigide notti che sarebbero seguite.

In epoca cristiana i contadini usavano le grandi torce legate a questa festività per illuminare la strada che portava alla chiesa in occasione della Vigilia di Natale. Ancora al tempo le grandi fiamme trasmettevano un sentimento propizio e di protezione dal demonio e dagli spiriti malvagi che insidiavano le loro comunità.

In seguito la tradizione si perse, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, ricordata ancora dagli anziani del paese come occasione per pe fa la cumbarsa, ovvero per fare colpo sulla ragazza che si voleva conquistare, mostrandole la propria torcia sotto le sue finestre.

Le torce

Oggi si cerca ancora di mantenere viva questa tradizione di convivialità ed incontro della comunità, di buon auspicio per il domani, ancora vivo nei cuori della città di Agnone, in Molise. Le enormi torce, che arrivano all’altezza di tre metri, sono forgiate nel rispetto dell’ambiente: si scelgono dal bosco vicino gli alberi malati o secchi, sotto la supervisione della guardia forestale.

Gli arbusti sono ripuliti dalla corteccia e tagliati in segmenti sottili di circa un metro, legati e sovrapposti fino a raggiungere l’altezza desiderata. All’interno e sulla sommità si inserisce delle ginestra secca per favorire l’innesco della fiamma e il dolce crepitio che domina l’intera festa. Unendo le singole torce a due a due si crea una composizione a reggiera, dei ventagli di fuoco di grandi dimensioni.

I portatori

Il corteo si raduna la sera dell’8 dicembre in un clima di gioia e ricordo, alcuni vestendo anche i costumi tradizionali degli antichi mestieri della città. I portatori, rigorosamente maschi, possono essere anche di pochi anni di età: ad ognuno è fornita una torcia adeguata al loro fisico e statura; a volte, anche solo per partecipare alla festa, li si concede di portare delle torce spente.

Il corteo degli uomini è abbigliato con la tradizionale cappa scura e il cappello dello stesso colore. Si segue uno schema ben preciso: cominciano i più giovani o i meno prestanti, con le ‘ndocce di sole due torce. In coda al corteo, i più coraggiosi sostengono ‘ndocce fino a venti torce, dal peso di quasi duecento chili.

Un fiume di fuoco

Il segnale di partenza del corteo sono i rintocchi della grande campana nella Chiesa di Sant’Antonio, che dominano il silenzio carico di tensione che avvolge la festa. Le ‘ndocce vengono accese e i portatori cominciano a percorre il percorso stabilito, ai cui lati si è assiepato il pubblico, di agnonesi e di turisti. Non mancano infatti i curiosi, che vogliono essere testimoni di questa magica festività.

Fotografare questa festa non è affatto facile, soprattutto quando sfilano i ventagli più grandi che occupano l’intera strada e i cui portatori hanno una visibilità e capacità di manovra limitata. Bisogna schivare l’estremità delle fiamme e scendere sotto una pioggia di zampilli per riuscire a cogliere i volti provati ma felici dei protagonisti del corteo.

Una storia lontana

La nostra storia non può che concludersi con un estratto delle parole del Proloco di Agnone, testimone entusiasta della passione che anima questa incredibile festa.

La città si incendia e più di qualcuno piange. Nella mente si affollano i ricordi dell’infanzia, i pensieri vanno a chi non può assistere anche quest’anno all’immenso fuoco di Natale, perché è lontano, perché non c’è più. Arrivano i portatori con otto torcioni, poi i ventagli infuocati con 10, 12, 16 fiamme sulle spalle di uno o due uomini. Ma ecco un’altra sorpresa: ecco i più forti, quelli che vogliono dimostrare alle donne ed ai propri “rivali” di essere i migliori.

Giovani dal fisico robusto che in una sfida dal sapore mitico e dalla suggestione unica si sono caricati di 18 o 20 enormi fiaccole. Camminano sicuri nascondendo lo sforzo anche quando non ce la fanno più. E danzano. Danzano al centro della piazza roteando su se stessi simili a pavoni dalla gigantesca coda di fuoco. Mostrano a tutti la loro forza, il coraggio e la maestosità delle fiamme che li circondano.

È il rito antico che si ripete. L’immagine ancestrale che richiama significati che sembrano persi ma che in realtà sono sempre presenti: fertilità, forza creatrice e purificatrice del fuoco, preghiera dell’uomo verso le forze dell’ignoto raggiunte attraverso le grandi fiamme delle ‘Ndocce. Questi giovani non lo sanno ma sono i continuatori di liturgie vecchie quanto il rapporto fra l’uomo e la natura.

E il fiume di fuoco va avanti mentre scrosciano gli applausi. Riempie il corso cittadino, è lungo chilometri, sembra non finire mai.

Info utili

Per maggiori informazioni su questa festività visitare il sito dell’Associazione Turistica di Agnone.

Testo e foto di Enrico Barbini |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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