Iran: imparare dai nomadi

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La sagoma dei Monti Zagros in Iran ©Elisa De Pascali

In viaggio con i nomadi iraniani di etnia Qashqa’i sui monti Zagros, tra pianure aride e steppe polverose, seguendo il ritmo del sole e dalla luna.

Sono stata sempre affascinata dal peregrinare degli uomini senza fissa dimora. Se da un lato il nomade ai giorni nostri è una figura talvolta denigrata, quasi demonizzata, dall’altro lato si eleva ad allegoria di quella libertà ed esotismo che accomuna e spinge migliaia di millennials a ‘mettersi in cammino’. Il mito del ‘nomade digitale’ è figlio di una ricerca ancestrale di sostentamento che un tempo avveniva errando di pascolo in pascolo.

Sebbene il nomadismo sia una necessità dettata dal bisogno primario di sopravvivenza, è interessante riflettere sul suo atavico richiamo oggi riposto nelle mani della propria attrezzatura tecnologica, come strumento per raggiungere la salvifica condizione di nomade.

Eppure il nomade iraniano non conosce altra tecnologia se non uno sgangherato pick-up blu indispensabile per il trasferimento della sua dimora mobile.

La scelta di vita nomade di cui tanti si fanno vanto (come antesignani della materia) è invece una condizione esistenziale per il nomade iraniano, che affonda le proprie radici all’origine della storia e che vale la pena comprendere per acquisire consapevolezza su un’identità che rischia di sgretolarsi.

Ospiti dei nomadi Qashqa’i in Iran

Durante la progettazione del mio viaggio in Iran, ero venuta a conoscenza della possibilità di trascorrere una giornata con l’etnia nomade dei Qashqa’i sui monti Zagros.

La popolazione nomade iraniana è una delle più consistenti in Asia, tuttavia rischia di non sopravvivere alle prossime generazioni, già ammaliate dalla possibilità di vivere una vita agevole e moderna in città.

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L’accampamento dei nomadi: poche tende e gli utensili indispensabili ©Elisa De Pascali

Contrariamente al parallelismo odierno del nomade digitale, condurre una vita da nomade, come i Qashqa’i, comporta grande responsabilità e fatica. Si spostano due volte l’anno verso terre fertili per i pascoli e tendono ad occupare lo stesso posto ogni stagione. I più fortunati dispongono di un pick-up adibito al trasporto dei pochi beni materiali strettamente indispensabili, il resto della comunità (donne, uomini e bambini) prosegue a piedi.

Lasciata Shiraz alle spalle, percorriamo circa 200 chilometri attraverso la steppa dei monti Zagros. Dai finestrini ammiriamo distese color ocra a perdita d’occhio intervallate da altopiani e macchie di arbusti ancorati al suolo. L’accampamento che ci ospita è un insieme di 4-5 famiglie diverse, ciascuna composta da nonni, figli e nipoti.

Ci accoglie l’aroma del tè e il profumo della cena, in cottura già dal mattino in una leggera stoviglia di alluminino su un timido fuoco acceso tra le pietre e il terreno friabile.

La vita dei nomadi è scandita da ritmi dettati dal sole e dalla luna. Si cena poco dopo il tramonto: la giornata inizia all’alba sia per gli uomini, pronti a impugnare il bastone e a mimetizzarsi nelle vallate assieme al loro gregge di capre e pecore, fonte di mantenimento, sia per le donne, affaccendate nella vita domestica.

Organizzazione della vita dei nomadi: lo spazio e l’infinito

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Le donne stendono l’impasto per il pane all’interno della tenda ©Elisa De Pascali

L’unica barriera tra il nomade e la vastità dello spazio esterno, la natura, è il voluminoso tendone bianco ben piantato nel terreno. Oltrepassare il telone che funge da ingresso alla tenda e che consente l’accesso all’intimità della famiglia nomade è come varcare il confine tra il vuoto ed il tutto.

Le nostre case sono piene di oggetti d’arredamento che inseguono le ultime tendenze, spesso superflui, per riempire vuoti dell’anima inconsapevoli. A quale bisogno primordiale sopperisce la casa se non a quello di riparo? Forse le nostre società lo hanno perso di vista.

Colpisce dunque la sistemazione razionale ed efficiente dello spazio all’interno della tenda e dei pochi utensili, eletti come indispensabili per una vita errabonda. Il suolo del perimetro interno è ricoperto di pesanti ed intricati tappeti persiani – i nomadi sono abili tessitori – su cui sedersi per chiacchierare e consumare i pasti, e diventare poi caldi giacigli durante le fresche notti della steppa iraniana.

Siamo travolti dall’euforia dei bambini i cui spazi di divertimento sono sconfinati. I bambini nomadi sono vispi, intelligenti, intrepidi. Dimentichiamo presto le barriere linguistiche e ci lasciamo trascinare dal loro entusiasmo per esplorare i dintorni.

Eccola: la scuola. Una tenda circolare che ospita quei pochi banchetti necessari ad accogliere gli irrequieti bambini dell’accampamento: senza alcuna divisione per classi ed età.

Quale futuro per i nomadi?

Sull’uscio compare la sagoma vivace di una bambina: il suo sguardo emana la vibrazione di un vulcano in piena. La lava incandescente che spilla dai suoi movimenti e dalle sue parole la trasforma indiscutibilmente nella leader della seconda parte della giornata.

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Lo sguardo intenso di una bambina nomade ©Elisa De Pascali

La inseguiamo mentre corre verso la sua tenda senza lasciar tregua agli animali che scorrazzano nel cortile: avendo adocchiato la mia macchina fotografica, si dimena per acciuffare le capre e mettersi in posa in una scenetta che cattura l’attenzione di tutti.

La sua frenesia è inarrestabile ed esorta noi spettatori ad imbastire una partita di pallone in mezzo al nulla. I suoi occhi trasudano gioia, curiosità, voglia di imparare e conoscere il mondo. Chissà se il suo destino da nomade non sia stato già scritto in quella volta stellata che appare più nitida che mai nella notte della steppa.

Il sole è già calato dietro la sagoma scura dei monti Zagros, il gregge rientra nel recinto e gli uomini in tenda. Arriva il momento conviviale più atteso della giornata: la cena. L’intera famiglia si riunisce nella tenda più grande. Le donne stendono abilmente su un piano in legno la massa preparata in precedenza per il pane.

I tappeti sono ora imbanditi di deliziose pietanze. Il fuoco riscalda l’ambiente, invita al racconto di storie passate e future e rilascia tepore sufficiente per la notte. In un angolo della tenda sono stipate ingombranti coperte di lana che prenderanno il posto dei piatti appena terminata la cena e accompagneranno il sonno ristoratore.

Ci svegliamo col canto del gallo e una nutriente colazione a base di uova fresche. Forse non era un sogno. Forse esistono realmente uomini che conducono vite straordinarie, ai margini degli spazi abitati, nel tentativo di restare ancorati ai valori della propria stirpe e tramandarli alle future generazioni, resistenti ai progressivi cambiamenti che coinvolgono invece i loro conterranei situati a qualche centinaio di chilometri da loro.

Chi impugnerà la penna per scrivere la storia delle etnie nomadi ancora in movimento?

Testo e foto di Elisa De Pascali|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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