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Esperienze e Conoscenze – Le sculture erotiche di Khajuraho

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Esperienze e Conoscenze – Le sculture erotiche di Khajuraho
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Photo by Varun Pyasi on Unsplash

Una signora giapponese del gruppo le chiede cosa realmente rappresentino le sculture dei templi di Khajuraho che stiamo visitando; Chandani, graziosa e flessuosa laureata in storia dell’arte Hindi condensa, a beneficio della ventina di persone che non vedono l’ora di mettere gli occhi sulle sculture erotiche, l’essenza artistica di Khajuraho, in India: “I templi sono stati tutti edificati nel corso di un centinaio di anni, tra il 950 e il 1050 circa.

Khajuraho era racchiusa entro mura dotate di otto porte e all’interno vi erano ben ottanta templi. Oggi ne rimangono solo ventidue: alcuni in buono stato di conservazione, altri con evidenti distruzioni parziali”. Chandani, intuendo che di lì a breve sarebbe arrivata un’altra domanda sulle statue erotiche, spiega subito che l’erotismo delle pietre scolpite non rappresenta che la parte finale e in un certo senso marginale del complesso di Khajuraho.

Infatti solo un dieci per cento delle statue sono a sfondo sessuale; questo perché i vari templi superstiti, distribuiti su un’area di ben ventun chilometri quadrati (quindi impossibile da visitare se non in più giorni) con le loro figure scolpite nella pietra pongono in evidenza la vita e la spiritualità del medioevo indiano. Sono sculture d’amore e di guerra; raffigurano mestieri, riti, musiche, danze, un insieme di contrasti e di emozioni.

Le statue esprimono tutto: dubbio, paura, gelosia, amore e passione.

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Foto di Dariusz Labuda da Pixabay

Chandani è gradevole da ascoltare e molto preparata sull’argomento. Arrivando a Khajuraho, sapevo che l’avrei incontrata; non svolge di professione la guida turistica ma viene interpellata, data la complessità e curiosità del monumento, quale esperta d’arte che sa trattare con garbo e professionalità le prevedibili domande scabrose e i commenti non sempre pertinenti o educati che escono dai gruppi in visita.

In un certo senso è un po’ allenata ad illustrare argomenti e monumenti che hanno a che fare con l’amore. Viene da Agra, città nella quale si erge il famoso e splendido mausoleo del Taj Mahal – più giovane del complesso di Khajuraho – fatto erigere dal re moghul Shah Jahan e dedicato all’amatissima begun (moglie, favorita) Mumtaz Mahal.

Chandani, riferendosi al mausoleo di casa sua, mi confida che i visitatori sono più attratti dai particolari della storia d’amore che dal monumento in sé; ecco allora che i turisti rimangono impressionati nell’apprendere che Mumtaz è morta dando alla luce il quattordicesimo figlio del suo sposo.

Non solo; quando i gruppi in visita sono indiani e la religione che professano è quella indù, gli imbarazzi sono maggiori: sia perché si parla di un re musulmano e per conseguenza il sentire degli indù ne rimane disturbato; sia perché – istintivamente – stentano ad accettare l’opera per quello che è (un capolavoro immenso) ma la caricano di negatività motivate da puro fanatismo religioso.

Con tono volutamente leggero faccio notare a Chandani come il suo lavoro a Khajuraho possa essere ancora più difficile, rispetto ad Agra, considerate le opere scultoree dedicate al sesso.

Si e no, è la risposta. Si, perché alcune sculture, decisamente esplicite, mettono in imbarazzo più chi le guarda rispetto a chi le illustra. Ad esempio: una scultura di un cavallo che è oggetto di “attenzioni” ravvicinate da parte di un uomo; oppure le sculture che mostrano coppie che si uniscono ai piaceri della vita terrena e lo fanno assumendo posture acrobatiche; questo attira l’attenzione dei visitatori che si chiedono come sia possibile fare quella cosa.

La spiegazione naturale è che le figure erotiche più grandi mostrano giovani donne sensuali che partecipano emotivamente all’azione che le circonda, approfondita a sua volta da figure più piccole: le coppie di amanti in atteggiamenti intimi, simbolo di fertilità che si invoca per ottenere un figlio o una buona relazione matrimoniale e i piccoli fregi in pietra con manifestazioni erotiche, solitamente collocate in alto o in posizioni meno visibili.

Per contro, vi sono statue di grande delicatezza espressiva – aggiunge Chandani – come quella del tempio di Parsvanath, il più vasto dei tre templi jaina; uno dei pannelli interni scolpiti mostra una figura di donna che si trucca gli occhi.

Molte sono anche le scene di vita quotidiana che le sculture riproducono in maniera minuziosa; donne che si pettinano i capelli, un musicista che suona un tamburo, contadini che spingono carri e altre situazioni di normale vita contadina.

Tutti i luoghi del mondo sono oggetto di assalti fotografici da parte dei turisti; quelli di Khajuraho più di altri, per ovvi motivi. Chandani fa obiettivamente fatica ad inserire, nelle spiegazioni che le vengono richieste, concetti filosofici quali il shakti (energia femminile) che, entrando in rapporto con quella maschile, genera il mithuna (unione degli dei).

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Foto di Rinki Lohia da Pixabay

I visitatori più giovani spesso ridono e si divertono, e ciò è comprensibile; un po’ meno comprensibile è il fatto che altre persone si facciano ritrarre in pose blasfeme o addirittura volgari davanti a un monumento sacro.

La curiosità è la prima molla che giustifica la visita, seguita dall’incredulità del fatto che esistano rappresentazioni come queste di Khajuraho, considerando che in India – presso larghi strati della popolazione – tutto ciò che a che fare col sesso è tabù. 

Conclude Chandani: “Khajuraho, per molte ragioni, è un luogo controverso, dove si vede un’India di un migliaio d’anni fa e ci si rende conto che tutte quelle che oggi sono considerate oscenità, ieri erano manifestazioni di vita normali”.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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