Borghi d’Italia: Vernazza (La Spezia)

“…bastano pochi stocchi d’erbaspada penduli da un ciglione sul delirio del mare; o due camelie pallide nei giardini deserti e un eucalipto biondo che si tuffi tra sfrusci e pazzi voli nella luce; ed ecco che in un attimo invisibili fili a me si asserpano, farfalla in una ragna di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli…” (Eugenio Montale, da Ossi di Seppia, 1920)

Foto di djedj da Pixabay

Cinque Terre, meraviglia fra terra e mare

Bella, questa zona della Liguria di Levante, lo è sempre stata. La consacrazione ufficiale risale comunque all’anno 1997 quando l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità Vernazza e le quattro sorelle disseminate lungo la costa: Monterosso al Mare, Corniglia, Manarola e Riomaggiore. Due anni dopo (1999) nasce il Parco Nazionale delle Cinque Terre. Tutti borghi, questi, le cui case sono letteralmente abbracciate, circuite dal mare; l’unico che ha maggiore ancoraggio alla terra viva dell’interno è Manarola: presente in collina e lungo la riva.

La gente di Vernazza ama giocare con la storia e con le parole quando deve indicare l’origine del nome del borgo; potrebbe derivare dall’aggettivo latino vernia(locale, del luogo) a riprova del legame con la celebre Vernaccia, il vino del posto. Ma non vogliono escludere del tutto l’altro termine latino di Vulnetia, che indicherebbe una famiglia proprietaria di fondi, di terreni rustici.

Una storia essenziale, cioè ligure

Lo stemma di Vernazza mostra l’ulivo e la vite, dai quali arrivano i due prodotti principe del territorio; ma contiene anche una mezzaluna, forse a ricordo di antiche scorribande saracene. Il primitivo documento che parla di un castro Vernatio, cioè del castello di Vernazza, risale all’anno 1080 ed è contenuto in un atto di donazione di Alberto IV Rufo, nipote di Adalberto II degli Obertenghi. La vita del comune, che nel 1207 si sottomette ai Genovesi, è da questo momento strettamente connessa ai destini della Superba. E lo dimostrano qualche anno dopo (1242) respingendo le truppe dell’imperatore Federico II, guidate dal vicario Oberto Pallavicino, dimostrando coraggio e lealtà verso Genova.

Forse, col tempo, ci saranno state sacche di resistenza a favore di una maggiore autonomia, ma nell’anno 1254 tutto viene sistemato, per così dire in “campo neutro”: nella cattedrale di Santa Reparata di Firenze i giudici fiorentini assegnano infatti Vernazza e tutte le terre e castelli posti tra il fiume Magra e Genova alla stessa Genova. La vita del borgo scorre tranquilla, con le fatiche di sempre per strappare terrazzamenti alle pendici rocciose della montagna coltivandole a vite.

Foto di Gianni Crestani da Pixabay

Vernazza, case e roccia sopra il mare

La piazzetta di Vernazza di fronte al mare viene detta u cantu de musse (l’angolo delle chiacchiere) e qui si trova la chiesa di Santa Margherita di Antiochia costruita nel 1318 in stile gotico-ligure. Due le caratteristiche: la Torre a pianta ottagonale, alta 40 metri che assomiglia a un minareto e l’ingresso, che non si trova nella facciata ma nell’abside; la chiesa ha un pregevole tabernacolo gotico del XV secolo di autore ignoto. Da qui lo sguardo cade sul porticciolo e sul cilindrico Torrione del Castello Doria, resto delle antiche fortificazioni genovesi in funzione anti-corsari.

Vernazza dagli stretti vicoli nei quali era facileintrappolare gli invasori, gettando olio bollente dalle case-torri. Vernazza dalle case colorate perché i marinai le potessero riconoscere da lontano. Vernazza alta con loggiati, porticati, vicoli stretti (carugi) sormontati da archi collegati con scale che conducono ad altre scale. Vernazza dalle mille pietre dei muri a secco con gli ulivi, le splendide fioriture, le erbe profumate. L’odore del mare penetra la cittadina e si unisce a quelli della terra e della vita di tutti i giorni, creando le mille magie di un luogo che i visitatori apprezzano senza riserve.

In aqua salus in vino veritas

In una novella del Decamerone, Boccaccio racconta dell’Abate di Cluny prigioniero di Ghino di Tacco (brigante italiano del milletrecento). Poiché l’abate soffriva di disturbi allo stomaco, il carceriere (si suppone, ligure!) ogni mattina “…gli recava, in una tovagliula bianchissima, due fette di pane arrostito e un bicchiere di Vernaccia di Corniglia…”. Rimedio casalingo e definitivo, per l’Abate. Non dimentichiamo che assieme alla buonissima Vernaccia, nelle Cinque Terre, c’è anche il delizioso Sciacchetrà, il passito più famoso d’Italia, di limitatissima produzione.

Libertas Dicendi n°324 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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