Flamenco, la Spagna gitana

Il dolore di una razza” scriveva Garcia Lorca. Suoni, voci e danza di migrazione di popoli: dall’Andalusia, il flamenco è oggi componente artistica centrale nella cultura spagnola.

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“Invocación” del Ballet Nacional de España nel Teatro Villamarta di Jerez ©Javier Fergo

L’inizio di uno spettacolo del Ballet Nacional de España è impressionante ed emoziona: la leggerezza dei corpi nella tecnica perfetta di una compagnia nata a Madrid nel 1978 sotto la direzione di Antonio Gades e che diffonde nel mondo il ricco patrimonio coreografico spagnolo, rappresenta una pluralità stilistica in cui il flamenco è parte essenziale.

I movimenti perfetti di tecnica raffinata del corpo di ballo oggi diretto da Rubén Olmo portano in scena opere teatrali in cui la parola non è verbale bensí danza e gesti; opere classiche e prime internazionali, Madrid celebra il flamenco nel Teatro Real e nei palchi più prestigiosi.

Flamenco in italiano significa fenicottero, una delle interpretazioni del suo nome riporta, infatti, alla similitudine, nell’aspetto e nel linguaggio corporale, con questo uccello; allo stesso tempo, “flamencos” fu sempre uno degli appellativi usati per riferirsi ai gitani.

Una fusione di suoni gitani

Quando questi popoli provenienti probabilmente dall’India, carichi del proprio bagaglio culturale, si stabilirono in Andalusia intorno al secolo XVI-XVII, nacque un genere musicale ibrido, una fusione di suoni gitani, ebrei, africani, arabi, che converse con i suoni autoctoni andalusi e che il tempo plasmò creando un ritmo oggi riconoscibile nel mondo e che nel 2010 l’Unesco ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

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Spagna, ballerini di Flamenco – Ballet Nacional de España ©Pablo Guidali

Considerato componente artistica centrale nella cultura spagnola, continua a essere la principale espressione folclorica andalusa, ballato a qualsiasi età nelle piazze di qualsiasi festa popolare, accanto alle sevillanas, fandangos, seguidillas, trovos, e molti altri.

Sviluppatosi in particolar modo nelle zone di Cádiz, Jerez, Sevilla, Granada e Córdoba, ma anche in alcune aree di Murcia e Estremadura; dai tablao gitani e andalusi, il flamenco arriva nei più importanti scenari del mondo ma continuando sempre a essere rappresentato dalle minoranze.

E’ in questi gruppi che ancora oggi il canto, il ballo e il “tocco” della chitarra vengono acquisiti attraverso una tecnica assimilata dall’ambiente in cui si cresce, l’apprendimento del ritmo e l’improvvisazione divengono esperienza diretta ed esprimono l’essenza del flamenco puro.

Il Flamenco viaggia nel mondo

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Ballerina di Flamenco in Plaza de Espana a Siviglia ©Shutterstock Anastasia Krutikova

Dai cortili e tablaos gitani, il flamenco viaggia come i popoli che lo crearono ma arriva in ogni latitudine; nel 1990 nasce in Giappone l’Associazione Nipponica del Flamenco, già nel 1982 si contavano vari centri a Tokyo e diverse accademie in tutto il Paese.

Nel 2005 a Shanghai nasce la prima accademia dedicata a questa danza, i professori sono cinesi formatisi a Siviglia e Madrid; nel 2010 anche Pechino vede l’apertura della prima scuola di flamenco, a cura di Azucena Villena. Scuole di flamenco in Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Messico, Panama, Venezuela, Portorico, ma anche a Houston, a New York con la compagnia Flamenco Vivo, la scuola di Esther Ponce a Los Angeles accoglie giovani alunni da ogni parte della California.

Dal 1985 il Conservatorio di Rotterdam offre la formazione in chitarra flamenca anticipando la stessa Spagna. Nel 1958 a Jerez de la Frontera viene fondata la prima cattedra di studio del flamenco, seguita da numerose altre in tutta la Comunità di Andalusia, oggi esistono diversi corsi di laurea, master e dottorato in flamencologia.

Il canto d’esilio di un popolo

Mani, dita, tacchi, il flamenco si può fare senza strumenti e anche solo con la voce. Il cantaor interpreta il più genuino canto andaluso, di profondo sentimento, i temi sono l’amore, la vita e la morte, è il canto d’esilio di un popolo.

I gitani concepiscono la melodia come qualcosa che si muove in orizzontale e che scappa dalle mani, un lamento, “il dolore di una razza” diceva García Lorca, che nel 1922 insieme a Manuel Falla organizzò a Granada un concorso del canto jondo, dallo spagnolo hondo, profondo, con temi di pena e sofferenza, ne sono esempi danze quali ferruca, martinete, tiento, distanti dal flamenco festero celebrato dalle sevillanas, rumba, bulerias.

Un canto che non si fa, bensì si crea, perché l’interpretazione è libera e ogni volta ha qualcosa di diverso, così come il ballo e la musica, espressione delle emozioni degli interpreti.

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La chitarra è lo strumento simbolo del Flamenco ©Shutterstock javi_indy

I tacchi battono energicamente e le punte scivolano nel tavolato mentre le braccia ondeggiano verso l’altro in movimenti delicati ed eleganti coordinandosi alla danza delle mani, il corpo si muove con libertà in un dialogo continuo con la chitarra, la voce, le nacchere e il silenzio stesso.

Le dita che battono sul palmo o i palmi fra loro, talvolta le mani sono l’unico accompagnamento al canto e al ballo, e anche questa è musica, mentre i sentimenti affiorano fra i pois e i volanti dei colorati vestiti, e il mantello che ondeggia. Il ventaglio diventa parte di una danza d’arte e folclore insieme, mentre i polsi ruotano disegnando forme.

Il chitarrista incrocia le gambe e poggia lo strumento su quella più alta, quasi in orizzontale, è la chitarra flamenca: con le sue corde si cercherà di esprimere orgogliosamente la dignità di un popolo, del genere umano, del dolore.

Così come nel canto e nel ballo, nei momenti di maggiore concentrazione si potrà arrivare al duende, il momento in cui emerge il sentimento autentico, la magia, la perfezione dell’esecuzione, il talento. Il pathos assimila il pubblico, gli olé e le voci dalla platea partecipano all’opera che sarà unica.

Un ballo che è identità per una Nazione

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Il Flamenco si balla nei tablaos, piccoli palchi in un ambiente intimo ©Shutterstock Dm_Cherry

Genere scenico e di forte identità, la Spagna è riuscita a glorificare il flamenco, dal suo centro, l’Andalusia, fino alla capitale, dai ballerini delle piazze alla magistralità del Ballet Nacional, passando per i numerosi tablaos, piccoli palchi in un ambiente intimo e concentrato.

Il Cardamomo di Madrid è stato recentemente raccomandato dal The New York Times, nato 27 anni fa nello stesso luogo dove si trova oggi, nel cuore del Barrio de las letras, così chiamato perché culla di alcuni degli scrittori più importanti del Siglo de Oro.

Il cardamomo, una delle spezie più usate nella cucina gitana, da il nome a questo tablao riconosciuto nel 2014 patrimonio culturale della città di Madrid, uno dei pochi sopravvissuti ai lunghi mesi di chiusura per il covid-19; altri, come il centenario Villa Rosa, hanno chiuso definitivamente i battenti.

Chiamati tablaos in ragione alla pedana di legno, materiale che conferisce un suono di qualità e aiuta a proteggere le articolazione dei ballerini, luoghi imprescindibili da visitare per chi intende recepire l’essenza della Spagna, attraverso un ritmo unico, una danza democratica.

Testo di Margaret Caddeo | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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