Varsavia: seduto ad osservare la città

Una mattina di settembre in un caffè di Varsavia ad osservare come è cambiata la città dopo un anno di pandemia.

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Edifici storici nella piazza del castello di Varsavia ©Massimo Usai

Le mattine nei bar del centro non sono più le stesse da oramai lungo tempo.

Non lontano nella mia memoria, entrare in un questo caffè alle dieci del mattino, era praticamente un’impresa.

Affacciato davanti alla Piazza del Castello, era meta di rifugio e sosta per locali e turisti che non possono evitare di passare per questa piazza se si vuole conoscere Varsavia.

Erano mesi che non entravo a prendermi un espresso, che non e’ tanto differente da quello che si prende in Italia.

Quella mattina ero in zona e volevo sul serio sentire il profumo irresistibile che arriva dalla Faema vintage che troneggia dietro le spalle del barista. Inoltre, avevo il desiderio di rivedere la piazza del Castello dopo tanto tempo.

C’ero stato in pieno lockdown, nel primo, quello serio. Quello in cui non vedevi davvero nessuno in strada e dove la polizia ti fermava per controllare cosa facevi.

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La stazione centrale di Varsavia ©Massimo Usai

Decisi di rischiare, agevolato dalla faccia da straniero, sperando che la polizia non avesse veramente voglia d’intraprendere una discussione in lingua straniera con me.

Cosi accadde, e spesi circa due ore in giro per una Varsavia deserta del 2020, con solo la mia macchina fotografica e il disco di Nick Cave, Ghosten, che suonava nelle mie orecchie attraverso le cuffie.

Quindi ero felice di essere tornato qui, ora che c’era qualcuno in giro.

In un primo momento ho dovuto controllare per bene che il bar fosse aperto. Non sembrava. Era ancora presto e di turisti se ne vedevano pochi comunque.

Nessuno stava seduto presso le ampie finestre che danno sui due lati del locale, ma l’ombra di una ragazza vicino alla macchina del caffè, mi dava il chiaro segnale che il locale fosse aperto.

Vuoto, ma aperto.

Mi ero comunque sbagliato, una ragazza con un vestito di un verde tenue e con un telefono vicino alle orecchie, esattamente dello stesso colore del vestito, era seduta all’altro angolo del locale; parlava concitatamente con qualcuno all’altro capo del telefono, in quella lingua (il polacco) che ancora mi era oscura e facevo una fatica tremenda a capire.

La finestra la conoscevo bene.

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Varsavia sotto un’abbondante nevicata ©shutterstock

Alcuni anni or sono, ero seduto con un mio amico nella stessa finestra e mentre osservavamo un inusuale bus rosso a due piani che faceva manovra nel piazzale antistante, cominciò a scendere la neve e in poco tempo divenne la nevicata più copiosa cui mai avessi assistito da queste parti.

Io e il mio amico camminammo per ore sotto la neve, fu come tornare bambini e come sempre accade in quei momenti, non lesinammo nel farci fotografie, imbiancati e sorridenti come se avessimo trovato un nuovo gioco di cui ci eravamo dimenticati l’esistenza.

Intanto la ragazza con il vestito verde non smette di parlare al telefono.

Il suo tono di voce varia dalla risata amichevole a risposte nervose e frenetiche. Presumo stia parlando con un’amica intima e che stiano parlando di qualche ragazzo.

Ha una sciarpa di seta che avvolge il collo e copre parte delle spalle nude, ed è il chiaro segnale che la temperatura è variata.

Agosto stava finendo ed è stato un mese caldissimo, ma quella mattina era differente.

Mi ero accorto uscendo di casa di aver sbagliato abbigliamento. Ancora con la camicia estiva, jeans e stivali.

Il cielo aveva un colore intenso blue-grigio, dovuto al riflesso del sole che si faceva spazio tra questa invasione inaspettata di nuvole. Mi giro verso la piazza con lo sguardo e due ragazze si coprono la testa dalle prime gocce d’acqua che cominciano a scendere.

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La piazza del castello di Varsavia ©Massimo Usai

Non le vedo, devono essere sottili e leggere e la luce del sole non permette di vederle con chiarezza, ma chiaramente le due ragazze si stanno proteggendo dalla pioggia.

Penso che passerò ancora del tempo dentro il caffè. Ho solo un taccuino e una penna con me, la stessa che sto usando per prendere queste note che state leggendo. Null’altro.

La Piazza del Castello è ancora deserta, i turisti, già pochi durante questo anomalo anno, sono oramai scomparsi del tutto.

Il color “salmone” del Castello, le cornici delle finestre di un nero intenso e le tende dello stesso verde del vestito dell’unico cliente del bar a parte me, rendono questa importante costruzione la più fotografata a Varsavia con il Palazzo della Cultura e delle Scienze.

Arrivando dalla via principale (Ul. Noiwy Swiat), si arriva fino alla piazza dove mi trovo.

È una via che attraversa negozi alla moda, caffè di classe, la statua di Copernico e, ad un certo punto, una torre bianca e rettangolare, che ospita un’enorme campana, annuncia l’apertura dello spazio a forma di piazza.

La Monarchia non c’è più dal 1795, ma di certo adorava avere davanti a sé, uscendo da corte, i palazzi colorati e ricamati, che sono comuni in tutto il centro storico non solo di Varsavia, ma che potete ritrovare in tutte le città polacche.

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Varsavia, Ul. Nowy Swiat ©shutterstock

Ovviamente ogni monarchia ama auto celebrarsi e la statua sulla colonna centrale della piazza è quella di Re Sigismondo che, nel 1596, spostò la Capitale polacca da Cracovia a Varsavia.

Un fatto che ancora, dopo quasi cinquecento anni, crea una rivalità tra le due città che forse non finirà mai.

Se oggi questa piazza è il fulcro della Varsavia del passato con quella del futuro ed è punto d’incontro nella capitale, nel 1944 fu al centro di una delle battaglie più assurde tra le innumerevoli tristi storie che la Seconda guerra mondiale ha lasciato nelle nostre memorie.

Durante quella che viene chiamata la “rivolta di Varsavia”, tra il primo Agosto e il 2 Ottobre del 1944, i tedeschi buttarono giù la colonna centrale della piazza e quasi tutto il centro fu raso al suolo, nella distruzione totale di qualunque cosa avesse una certa importanza per il popolo polacco.

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la colonna centrale dedicata a Re Sigismondo ©Massimo Usai

Oggi quello che ci circonda è completamente ricostruito come l’originale, come prima della Guerra; il lavoro fatto è impressionante ed è difficile credere che per alcuni decenni, questo spazio fosse solo un mucchio di macerie.


La tavolozza di colori per distinguere una costruzione dall’altra è decisamente rallegrante per il nostro animo e oggi, dalla finestra del caffè dove mi trovo, ha un’intensità decisamente differente.

La luce del sole, con le nubi grigio-blu di tonalità scura che preannunciano il temporale in arrivo, creano un contrasto e una condizione che solo un buon filtro per la macchina fotografica saprebbe creare, ma che ora è di fronte a me nel totale del suo splendore.

La ragazza con il vestito verde ha intanto finito la sua telefonata. La sua voce è stata la mia colonna sonora mentre scrivevo questi appunti.

Ora si alza, si mette in ordine, ripone il telefono nella sua borsa e si mette un capello di paglia, che prima non avevo notato.

Esce, mi lascia solo nel bar, la guardo dalla finestra mentre cammina con le spalle dritte e con passo deciso attraversa la piazza; il suo vestito, con quel colore, si sposa a meraviglia con tutto ciò che la circonda.

È tempo di chiudere gli appunti, rimettere anche io tutto in ordine nel mio zaino ed uscire fuori a fare due passi, verso un altro caffè, verso un nuovo punto di osservazione che vada a finire in questo mio diario di viaggio che mi accompagna da sempre e che mai finirà di rendermi felice, scrivendo una nuova pagina, vagando di città in città, di nazione in nazione, di quartiere in quartiere.

Testo e foto di Massimo Usai | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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