La vita perduta di Pedro De Heredia tra l’Oro colombiano

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La città storica di Cartagena in Colombia ©Shutterstock

Nella folta galleria di personaggi della storia che a vario titolo hanno avuto la qualifica di conquistadores (in larga prevalenza spagnoli) ce ne sono alcuni che sono stati ricordati più per le nefandezze compiute che per i meriti acquisiti.

Uno di questi è sicuramente stato don Pedro De Heredia – militare, esploratore e conquistador spagnolo – così lo definisce la biografia ufficiale, nato a Madrid attorno all’anno 1505 (data controversa) e morto annegato a seguito di un naufragio in vista del cinquantesimo compleanno (1554) a poche miglia dalla spiaggia andalusa di Zahara de los Atunes, prossima a capo Tarifa. In mezzo, una vita sicuramente avventurosa fatta di coraggio, determinazione, ma troppo presto sfociata in atti di prevaricazione, inganno e spietata crudeltà.

Fuga da Madrid per i delitti commessi

Pedro De Heredia

Il giovane Pedro De Heredia doveva probabilmente essere di bell’aspetto. Non si spiega altrimenti perché avrebbe dovuto ammazzare tre persone (aveva solo vent’anni) solo perché gli avevano fratturato il naso in una rissa.

Tre delitti, anche se commessi in un periodo storico tutto sommato turbolento, non potevano passare inosservati; ricercato infatti dalle autorità, Pedro riesce a imbarcarsi su una nave diretta a Hispaniola e da qui, dopo una breve permanenza, raggiunge la città colombiana di Santa Marta che da pochi anni era stata fondata dal sivigliano Rodrigo de Bastidas.

Dal 1525 in poi Pedro De Heredia vive in questa zona della Colombia caraibica, si potrebbe dire, guardandosi d’attorno alla ricerca del proprio futuro. Lo trova grazie ai contatti con gli indigeni Tayrona che abitavano presso la costa e sulle pendici della Sierra Nevada, enorme massiccio montagnoso delle vicinanze.

Inizia a trafficare con loro oggetti di poco valore, quali specchi, pettini e posate, in cambio di monili d’oro che i nativi consideravano semplici ornamenti cui non davano alcun valore materiale. Ben presto don Pedro si rende conto che, applicandosi con maggiore continuità, avrebbe potuto appropriarsi di immense fortune.

Non tutto fila liscio come avrebbe voluto, però; infatti entra in contrasto con alcuni Tayrona meno ingenui degli altri e don Pedro ha così modo di mostrare la sua vera natura, assumendo comportamenti violenti e prevaricatori.

L’ambizione e il desiderio di aumentare le proprie ricchezze gli consigliano di tornare in Spagna: qui dona un quinto dell’oro raccolto a re Carlo (quota per altro dovuta alla Corona) chiedendogli di poter riapprodare in America con la carica di Governatore.

Fondazione di Cartagena de Indias

È la madre di re Carlo V, Giovanna la Pazza, a insignire Pedro De Heredia della carica di Governatore della costa colombiana: la zona d’influenza va dall’estuario del Rio Magdalena fino al golfo di Urabà; gli sarà anche concesso di fondare una città. Don Pedro, appena giunto in America (1532) individua il luogo adatto per dar vita ad un nuovo nucleo abitato permanente nella baia di Calamar, più a sud di Santa Marta; la nuova città (1533) viene chiamata Cartagena (come quella andalusa di Spagna) de Indias, come venivano definiti i territori del Nuovo Mondo, grazie al pensiero originale di Colombo, convinto di aver raggiunto l’India veleggiando al contrario.

Da Cartagena don Pedro, unitamente ai doveri di governatore, abbina anche quelli di curare i propri affari. Ricordando il periodo in cui trafficava con le genti Tayrona e ascoltando quanto dicevano i mercanti spagnoli che praticavano le pianure della costa caraibica, viene a conoscenza delle ricchezze possedute dal popolo dei Sinù: monili d’oro magnificamente lavorati, impiegati persino per onorare le tombe dei defunti.

Bastava questo a Pedro De Heredia per decidere di organizzare una spedizione che lo avrebbe reso ricco. Aiutato da alcuni indigeni interpreti, affronta e vince prima la tribù dei Calamar; subito dopo parte alla testa di un centinaio di uomini, perfettamente equipaggiati e armati, verso le terre dei Sinù. Facile immaginare quale sia stato il seguirsi degli

eventi. I Sinù non avevano mai visto spade, pugnali di ferro; e nemmeno cavalli o archibugi che sputavano fuoco; vengono annientati in pochi giorni di scontri e gli spagnoli fanno razzia di preziosi, saccheggiando le tombe degli antenati situate a Fincenù.

Non bastano i saccheggi; gli uomini di don Pedro sottopongono a tortura gli indios per costringerli a indicare altre sepolture o i luoghi delle miniere d’oro. Non contento di tutto ciò, il De Heredia dà il via a un lucroso traffico di schiavi indigeni, imprigionati prima e poi venduti con enormi profitti a Cartagena. Tutto ciò, contravvenendo alle regole della Corona spagnola.

Cartagena-Spagna. Fughe, ritorni e fine di don Pedro De Heredia

Il porto di Cartagena in Colombia ©Shutterstock

Una prima ribellione al comportamento di don Pedro si riscontra nella persona del vescovo di Cartagena, Tomas del Toro, che lo accusa apertamente di abusi contro le etnie autoctone. La Corona spagnola invia un proprio funzionario, Juan De Badillo, per accertare come si siano svolti i fatti e la conclusione dell’indagine conduce Pedro De Heredia all’incarcerazione. Evidentemente il governatore godeva di complicità importanti in città e grazie a queste riesce a farsi liberare.

Un’ottima opportunità per fare immediato ritorno in Spagna; una volta al cospetto del Re, don Pedro gioca le sue carte e ottiene il perdono. Rientra a Cartagena con il titolo di adelantado (avanzato, all’avanguardia, in avanscoperta) titolo militare questo assegnato dalla Corona, che conferiva il diritto a diventare Governatore o Giudice.

Appena giunto, organizza subito una nuova spedizione nelle terre dei Sinù, compiendo numerosi nuovi atti infami; tortura i cacique (capi), mutila le labbra agli uomini e taglia i seni alle donne per farsi dire dove nascondono l’oro; si inoltra con i suoi sgherri sino alle sorgenti del fiume Sinù, nell’odierno dipartimento di Antioquia, sperando di trovarvi la vena aurifera o addirittura una città d’oro.

Ma tutto ha una fine. Informato degli abusi commessi, il Regno di Spagna invia a Cartagena l’amministratore reale Juan de Maldonado per verificare l’intera situazione. Pedro De Heredia viene accusato di ben 289 capi d’imputazione fra i quali omicidi, stragi, torture, occultamento d’oro e mancata osservanza dell’invio del quinto reale alla Corte di Spagna.

Viene subito imprigionato e il conseguente processo lo dichiara colpevole; privato del titolo di governatore, subisce la condanna a morte. Pieno di risorse sino all’ultimo, riesce a fuggire e si imbarca su un brigantino diretto in Spagna, con la segreta speranza di poter risistemare in qualche modo una vita oramai disperata. La nave fa naufragio proprio in vista della costa spagnola e don Pedro de Heredia muore annegato.

Libertas Dicendi n°348 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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