Geografia emozionale

Ieri pomeriggio, 3 marzo, con la compagnia e l’assistenza degli amici giornalisti Valerio Griffa e (soprattutto!) Lucio Rossi – che mi ha scarrozzato a Torino e ritorno – ho parlato della Geografia Emozionale e conseguentemente anche del mio libro Aver Molto Viaggiato.

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©Shutterstock

Siccome queste note escono oggi, venerdì 4 marzo, va da sé che le ho scritte e inviate in redazione prima di andare a Torino al Circolo dei Lettori, sul cui incontro, se varrà la pena, magari tornerò.

Oggi però voglio parlare di quello che è stato oggetto di trattazione al Circolo: un argomento e insieme un atteggiamento fisico e mentale che sempre più interessa le persone che amano viaggiare e conoscere mete nuove o rivisitare con occhio diverso quelle già frequentate in precedenza.

Proprio così: perché sta prendendo piede il convincimento che viaggiare non è solo spostarsi da un luogo all’altro, ma significa dare via libera a quell’insieme di percezioni, elaborazioni mentali, esperienze fisiche ed emotive che il viaggio sempre reca con sé.

La geografia emozionale, questo è il grande messaggio, fa parte di ognuno di noi; si tratta di chiedere alla propria mente il dono di saper mettere in moto le innumerevoli facoltà che possediamo per far sì che il viaggio rappresenti il mezzo (privilegiato) per conoscere a fondo, oltre i luoghi, anche le persone che ci vivono.

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Il libro “Atlante delle Emozioni” di Giuliana Bruno

Perché ci interessa (e ci affascina) la geografia emozionale?

I motivi possono essere infiniti. Così, a pioggia: rivisitazione dei luoghi dell’infanzia; raffronto tra un panorama che la memoria ci conserva intatto e la visione dei cambiamenti – a volte peggiorativi – che con gli anni sono subentrati; il ricordo (dolce o persino doloroso) che un ristorante o un bar ci evoca dopo anni di vita diversa, perché associato a una persona o a un episodio cardine della nostra esistenza.

Gli esempi, le situazioni, non finirebbero più. Il merito (o la colpa) è infatti imputabile alla nostra emotività, trasposta nell’ambiente nel quale viviamo o in quello geografico che ci vede protagonisti o comprimari.

Questo perché i luoghi vengono vissuti e raccontati secondo un approccio immersivo che coniuga sensazioni, moti d’animo spontanei, memorie, sogni e fantasie.

Ne consegue, per chi lo fa di mestiere, che descrivere i luoghi in sintonia con la geografia emozionale, significa sottoporli al filtro delle nostre emozioni, diffondendo poi per conseguenza una nuova cultura dello spazio laterale che ci affianca; uno spazio che deve essere protetto, tutelato e insieme ripensato come fonte di arricchimento estetico, spirituale, emotivo e, perché no, anche economico.

Geografia emozionale: scienza concretamente volatile

La definizione risale all’anno 2002 e all’Atlante delle Emozioni redatto da Giuliana Bruno, una napoletana che negli anni Ottanta si è trasferita negli Stati Uniti dove, dal 1998, insegna come Full Professor all’Università di Harvard.

mappa emozionale di San Francisco di Christian Nold

La Bruno sostiene, a ragione, che le emozioni “…oltrepassano i confini dell’individuo, vanno a sedimentarsi nella coscienza collettiva, divengono patrimonio culturale, visione del mondo, ideologia, civiltà, identità e assumono quindi un forte ruolo sociale perché agendo sugli individui, agiscono anche sui luoghi”.

Un secondo studioso, l’inglese Christian Nold – ricercatore universitario, designer e artista – ha acquisito fama internazionale per le sue Mappe Emozionali che sono il frutto di un affascinante progetto di bio-mapping iniziato nel 2004.

Quello che Nold ha creato è in concreto la riproduzione cartografica delle emozioni associate ai luoghi.

Scrive infatti Nold: “Quando attraversiamo uno spazio – sia esso noto o da esplorare – siamo sollecitati da numerosi stimoli che suscitano in noi sensazioni, ricordi, sentimenti, tra loro contrastanti: attrazione o ripulsa; nostalgia o stupore.

Le mappe emozionali ce ne danno una rappresentazione attraverso simboli e disegni. Esse inaugurano un nuovo modo di concepire la cartografia.

Infatti, se la cartografia tradizionale riproduce lo spazio attraverso le coordinate e in un’ottica matematica (pensiamo alla precisa riduzione in scala), la cartografia emozionale pone al centro l’io e le sue percezioni. Il “sentire” emotivo che scaturisce dalla relazione con i luoghi”.

Emozione, sempre; la molla vitale

Credo d’aver visto tanto, vissuto con partecipazione e concluso correttamente, gli anni che hanno preceduto la scrittura di Aver Molto Viaggiato.

Mi piace quindi concludere queste riflessioni sulla geografia emozionale con le parole usate per introdurre le indimenticabili esperienze dei miei molti viaggi:

“…il viaggio è movimento, interscambio, naturale sedimentazione di esperienze e assimilazione d’emozioni; perché tutto o quasi, alla fine, ruota attorno a questo sentimento subitaneo e improvviso come una scossa; rinnovabile e continuo come una droga che tuttavia non arriva ad assuefare l’organismo e la mente. Ed è grazie alla mente, alla fantasia, al sogno, che tutto si realizza; sarebbe un vero peccato non ricorrere a tali poderosi strumenti, mezzi propulsori per galoppi sfrenati, magiche fionde verso spazi infiniti che solo noi siamo in grado di immaginare, nascostamente nutrire, intimamente gustare, grazie soprattutto al dono dell’emozione”.

Libertas Dicendi n°351 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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