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Isole Faroer, silenzio verde

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Isole Faroer, silenzio verde
Il villaggio di Saksun, Streymoy Island, Isole Faroer ©Sergio Pitamitz

Sono in mezzo al mare le Faroer, tra la Norvegia e l’Islanda. Abbastanza vicine da non essere fuori dal mondo, abbastanza lontane da respirare una pace e un silenzio fuori dal mondo.

Testo di Lucio Valetti foto di Sergio Pitamitz

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Il villaggio di Saksun, Streymoy Island, Faroe Islands ©Sergio Pitamitz

Ecco cosa manca, cosa c’è che non va. Non ci sono alberi alle Faroer.

Non dico una foresta, un bosco, un boschetto, ma un arbusto, un alberello solitario qua e là ci starebbe bene. Niente. Vaghi scivolando dentro questo paesaggio perfetto, quasi artificiale, da videogioco, da cartone animato, nel silenzio mica tanto reale, ma non capisci cosa ci sia che non va. Non subito almeno.

Le pecore sono il doppio degli abitanti

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Panorama su Tindholmur Island da Vagar Island, Faroe Islands ©Sergio Pitamitz

Perché la strada è perfetta, felpata, il traffico non c’è, se non quella macchina là davanti a un centinaio di metri, qualcuna che si incrocia e lo specchietto retrovisore fantasticamente sgombro. Il paesaggio ti prende, ma intuisci qualcosa di “diverso”.

Sali e scendi in una specie di valzer automobilistico da colline leggere, piccole salite, piccole discese dentro pochi colori: il verde dei prati, il nero delle scogliere vulcaniche, l’azzurro del mare. Che a volte è blu, perfino nero.

A volte striato dalle nuvole. E su questo immenso prato senza fine apparente, pecore. Tante pecore. Solo pecore. Bianche, marrone, nere, a chiazze, con le corna, senza corna, il pelo lungo, il pelo corto.

Placidamente sdraiate su una piana o pericolosamente in bilico su una pendenza, sempre verde, da quinto grado. Perché lì ci deve essere un’erba speciale e loro non sembrano soffrire di vertigini.

Il doppio degli abitanti, le pecore, come gli zebù in Madagascar. Si dice che siano 50mila, cioè un block di New York? Un quartiere di Città del Messico? Meno degli abitanti di Siena.

Sparsi su 18 isole, per metà stipati nella capitale Tórshavn, l’altra metà distribuiti a grappoli in case gialle, rosse, blu coi tetti di erba (come li rasate, chiedo? Con il tosaerba, mi rispondono. E mi sento un po’ cretino) in villaggetti di Lego vicino al mare.

Con una chiesetta, un porto con le barchette, una scuola. Tutto di Lego, anche le barchette. Non vedi neanche un campo di grano, che so, di patate: praticamente non si coltiva niente. Troppo vento,  forse troppa pioggia, non cresce niente.

Qualche albero si dice ci fosse, prima, perfino boschi. Ma serviva un pascolo per le pecore. Hanno esagerato. Come sull’isola di Pasqua, che non hanno più palme perché serviva il legno per trasportare i moai.

Pesca e allevamento, le attività delle Faroer

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Allevamenti di salmoni a Vidoy Island, Faroe Islands ©Sergio Pitamitz

Pecore e allevamenti di salmone. Basta. Ogni tanto la pesca, quella delle piccole balene che fa inorridire il mondo. Sono le Faroer, arcipelago danese, nel senso che appartiene al Regno di Danimarca, ma ha un governo autonomo, o quasi del tutto autonomo.

Qualcuno si era messo in testa di chiedere l’autonomia completa, ma poi si è pensato che i sussidi danesi fanno comodo. Mai incrociata un’auto “modello precedente”. Un parco a prima vista modernissimo. Sono in mezzo al mare le Faroer, tra Norvegia e Islanda abbastanza vicine da non essere fuori dal mondo abbastanza lontane da respirare una pace fuori dal mondo.

Una pace strana. “Io ne ho viste cose…” in giro per il mondo. Paesi poco abitati, tanti deserti, che però hanno sempre qualcosa di incompiuto, di non finito, di sgarruppato, ma qui è diverso.

Come trovarsi in un mondo normale, il nostro, fatto di traffico, case, condomini, buche sulle strade, sirene di ambulanze, tralicci della corrente elettrica, togliete tutto quello che non va, traffico, buche, tralicci, frastuoni vari, e lasciate solo gli elementi essenziali.

Poche linee pulite. E armoniose. Inquietante, per un po’, poi ti rilassi, poi ti inquieti di nuovo. Una perfezione esemplare (finché non vai in una pizzeria locale a tentare di mangiare una capricciosa locale poco edibile).

Torshavn, la capitale più piccola al mondo

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La capitale delle Thorshavn, su Streymoy Island, Isole Faroer ©Sergio Pitamitz

Aeroporto di Vagàr, vicino alla città di Sørvágur. Arrivi da Copenhagen, postazione per il tampone anticovid perché nessuno entra se ha un bacillo in corpo, efficiente, dopo due giorni ti chiamano al telefono per sentire come va. E se le isole ti piacciono.

Gli alberi che non ci sono, le pecore invasive e gli abitanti che sembra non ci siano, sono cose che scopri mentre vai a Tórshavn sull’isola di Sytreymoy, che si vanta di essere la più piccola capitale del mondo con un Parlamento che sembra una casa dei puffi, ed è una tappa obbligata.

Come l’albergo Føroyar, un parallelepipedo a quattro stelle che sembra disegnato da Alvar Aalto in cima ad una collina che dà sulla città sul blu del mare e le barchette del porto. E te l’immagini bella agitata la città, visto che ci sta la metà degli abitanti di tutto l’arcipelago.

Che so, come un pezzetto di Copenhagen, con qualche vecchio freak rimasto isolato e congelato, chiassose discoteche, pub fumosi, qualche rumore in più fuori dal velluto delle strade.

Niente. Sabato sera desertico, ristoranti tipici non trovati, ma noi siamo così, andiamo alla scoperta casuale, per finire dentro un “ristorante italiano”, così recita l’insegna, gestito da un iraniano che aveva abitato in Toscana, finito qui accompagnato dalla sua Mercedes Pagoda anni ’70, più degna della Costa Azzurra a dire il vero, per ricreare nell’arredamento una trattoria toscana, appunto.

“Italiani? Oh my God, no – dice la cameriera ammiccando – ecco mangiate, non fiatate sul cibo, e andatevene in fretta”. E ride. Lei sa cosa ci servirà. La sera dopo al ristorante dell’albergo tradizionale: stinco di pecora.

Totale immersione nella natura

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Una scogliera dove nidificano i Puffin, o pulcinelle di mare, sull’isola di Mykines, Isole Faroer ©Sergio Pitamitz

D’accordo le cose da fare qui sono altre. Certo non andare alla ricerca di spaghetti. Ci sono un sacco di organizzazioni che ti portano a fare arrampicate, ti buttano dentro la natura, “immergere” si dice, ti fanno visitare i famosi villaggetti di Lego (solitamente deserti, salvo uno, dove un tipo faceva waffles davanti a casa sua in diretta per i turisti, pochi), le spiagge dove i locali fanno pure il bagno.

Ti portano a vedere i puffin, le pulcinella di mare, quel capolavoro della natura, sulle scogliere straordinarie dell’isola di Mykines, l’insenatura di Esturoy Island, la vita quotidiana di Gjogv island, il fiordo di Funningsfjordur, la cascata di Gasaldur island. I faraglioni di Drangarnir tra Mykines e Vagar island. Paesaggi magnifici

Secondo hotel, poche stelle, a Gjogv, Esturoy Island. Il Gjaargardur Guesthouse Gjogv. Rustico, semplice, roba da avventura. Fuori infatti c’è un gruppo di moto da fuoristrada con targa italiana e su una piana un camper 4×4 di quelli capaci di tutto. Con relativi avventurieri da qualche parte.

Paesaggio complesso, c’è una gola stretta come una cove del Maine che precipita nel mare. A Tjornuvik, sulla Streymoy Island, fanno pure il surf in caso di mareggiata. Neanche fossimo a Fuerteventura

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Alcuni avventurosi si spingono anche a fare il bagno in mare, Tjornuvik, Streymoy Island, Isole Faroer ©Sergio Pitamitz

E’ su questi piccoli golfi chiusi e bordati da spiagge di sabbia che si pratica la pesca, o caccia si potrebbe anche dire, crudele, della piccole balene che impressiona non poco chi non è delle isole. Come fai a non parlarne con la gente di qui.

Si chiama Grindadrap. “In realtà – ti spiegano – siamo meno crudeli di tutto il resto del mondo, che pratica l’allevamento di ogni genere di mammifero, spesso in condizioni terribili per poi macellarli.

La differenza è che loro lo fanno al chiuso. I cetacei che catturiamo vivono liberi, non rinchiusi in una prigione, poi incontrano un predatore più forte e abile di loro, l’uomo, come avviene in natura”. 

Funziona così. Individuato un gruppo di prede vengono spinte con le barche a finire in acqua bassa, in un’ansa chiusa, e qui vengono macellate. Che è un termine orrendo, ma lo usiamo anche noi per produrre il prosciutto San Daniele, o il lardo di Colonnata, o il pollo trovato già bello cotto al supermercato.

In Italia vengono macellati 30mila maiali al giorno, per dire. “Ma ad abbattere gli animali-spiegano – sono persone esperte che sanno dove colpire gli animali dando loro una morte rapidissima”. Un tempo era un sostentamento indispensabile.

La pesca viene organizzata da un gruppo di famiglie che dovranno consumare la carne tra loro. Non potranno vendere la loro carne nella isole, tantomeno in Danimarca, e nessun ristorante può servire la carne di quella pesca. Quando non c’era mamma Danimarca si dovevano dare da fare anche qui.

Ponti e tunnel spettacolari

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La piccola chiesetta di Saksun, un villaggio di pescatori sull’isola di Streymoy Island, isole Faroer ©Sergio Pitamitz

Adesso se la cavano piuttosto bene i 50mila umani delle isole. Meno le pecore che ogni tanto diventano stinchi per turisti. Ma anche loro, fino a quel momento, vivono libere. Ci saranno anche i riti tradizionali che portano al passato, perché sono antiche le Faroer, ma anche modernissime. Le 18 isole sono collegate da ponti, traghetti efficienti, perfino tunnel che passano sotto il mare.

Si permettono anche di “spettacolarizzarli”.  Nel punto più basso della galleria, che ovviamente si imbocca in discesa per poi risalire, quando sopra di te hai non so quanti metri, o decine di metri di acqua, la volta viene illuminata con colori che ricordano, appunto, il mare, come se ci si trovasse in immersione. Spettacolare.

Il resto del benessere sono una scuola anche nelle isole che contano 100 abitanti in tutto e ci sono 5 alunni, servizio sanitario eccellente, trasporti pubblici in qualche caso gratuiti e perfino elicotteri “pubblici”, a tariffe basse, in caso di necessità. Forse dentro questa strana pace si sta bene. Manca solo una pizzeria decente.

Infoutili

Informazioni: le Isole Faroer sono una regione autonoma, con un proprio parlamento, del Regno di Danimarca, quindi l’Ente del Turismo di riferimento è quello danese www.visitdenmark.it ma ci si può  rivolgere anche all’ente locale: www.visitfaroeislands.com

Quando andare – clima: il tempo è un aspetto molto mutevole alle Isole Faroer, dal sole più splendente si può passare a una tempesta di grandine e finire con la nebbia. Le temperature vanno dai 2-3 gradi in inverno (grazie alla Corrente del Golfo), ai 12 gradi dell’estate. L’aria è sempre pulita. I mesi migliori per visitare l’arcipelago sono quelli estivi

Come arrivare: dall’Italia si vola con SAS su Copenhagen e poi in connessione si prosegue per le Isole Faroer con Atlantic Airways fino all’aeroporto di Vagar.

Dove dormireHotel Tórshavn, Tórsgøta 4, di fronte al porto. Doppia a partire da 120 €

Dove mangiare: nella zona del porto si trovano numerosi ristoranti dove si serve cucina internazionale come il Glitnir e il Hvonn Brasserie, nello stesso edificio dell’ Hotel Tórshavn. Per degustare i piatti della cucina locale, come la carne e il grasso di balena affumicati, oppure la coscia di pecora seccata al vento, si deve andare al ristorante Glasstovan dell’Hotel Føroyar, a Tórshavn.

Fuso orario: – 1 ora rispetto all’Italia.

Documenti: per i cittadini europei occorre il passaporto senza visto.

Lingua: la lingua parlata è il Faroese; diverso dal danese che è pure parlato dalla popolazione locale. L’inglese è la lingua internazionale parlata da tutti.

Religione: l’80% appartiene alla Chiesa Evangelica Luterana.

Valuta: Corona faroese , la Corona danese e l’EURO sono largamente accettati

Elettricità: 220 volt

Prefisso telefonico: il prefisso internazionale per chiamare alle Isole Faroer è +298

Abbigliamento: Il tempo cambia in un istante: in qualsiasi stagione servono capi pesanti e antivento. Le scarpe più indicate sono quelle da trekking leggero, se non si hanno in programma escursioni di grado più difficile.

Acquisti: per oggetti in lana tessuti a mano l’indirizzo giusto è Sirri in centro a Tórshavn www.sirri.fo

Testo di Lucio Valetti foto di Sergio Pitamitz|Riproduzione riservata Latitudeslife.com

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